Giorno del Ricordo, per non dimenticare le foibe e gli istriani costretti a lasciare le loro case e la loro vita.
Orvieto: 10 febbraio, Giorno del Ricordo. Per non dimenticare: l'opinione di uno storico e qualche suggerimento bibliografico
Finalmente è arrivata la pubblicità 2010 della Budweiser :-)

Le 9 février, plus de 20 experts se réuniront à la FEI en Suisse pour délibérer de nouveau sur l’« hyperflexion » (ou « Rollkur »), afin de décider si cet encapuchonnement extrême du cheval constitue une méthode d’entraînement adéquate. Pour soutenir les opposants à cette méthode et leur offrir plus d’arguments, une pétition a été créée à la page :
Nous vous invitons à soutenir cette action contre l'hyperflexion/Rollkur – le temps presse !
Vous avez eu l’amabilité de signer notre pétition demandant des réformes du règlement de la FN, initiée en mai 2010. Cette action semble porter ses fruits : la Fédération Equestre Allemande (FN) a invité Philippe Karl à une rencontre à Warendorf en Allemagne. Il s’agit maintenant de fixer la date. Nous vous tiendrons bien sûr au courant des résultats de cette rencontre.
Merci encore pour votre soutien !
Cordialement,
Philippe Karl & son team"
Io ho già firmato!

Avete mai visto un maiale domestico? La mia amica Sandra ne ha uno, assieme a quattro cavalli, quattro cani, un iguana, ecc. E’ un incrocio con il cinghiale, è intelligente e quando dal cancello entrate in giardino vi corre incontro e si butta in terra, sulla schiena, per farsi grattare la pancia (è pulitissimo e dorme su una brandina). E gli agnellini, li avete visti? E le mucche, con i loro grandi occhi dolci e le grandi tette? E le caprette, i vitelli… e i cavalli!?
Facciamo come con cani e gatti, vietiamone la macellazione, tanto chiunque abbia un cavallo quando deve comprarne un altro può benissimo mantenerne due, poi tre, poi quattro…e se non se lo può permettere? Si fa come coi cani, che si portano al canile dove vivono beati, mantenuti dalla collettività: io compro un cavallo e gli atri pagheranno per mantenerlo fino alla morte.
Quando ero ragazzo, esistevano gli accalappiacani. A Gorizia girava una vecchia carretta militare austriaca, adattata a gabbia, tirata da un cavallino grigio, che si recava dove era segnalato un randagio; lo si catturava e veniva portato al Canile Municipale. Passato un certo periodo senza che nessuno lo adottasse, veniva abbattuto. Il canile era sempre quasi vuoto, e i cani quindi trattati civilmente. Ora, invece, siamo diventati buoni e civilissimi, e perciò le povere bestie vengono costrette a vivere sino a che morte non sopravvenga in condizioni orribili, malati, sofferenti, affamati, coi corpi piagati, per la gioia dei talebani dell’animalismo; e magari costoro condividono con me l’idea del diritto degli esseri umani all’eutanasia, a non essere costretti a vivere, o vegetare, nel dolore.
Io, che sono cattivo, vorrei una fine rapida e indolore anche per gli animali. Non credo neanche alla beatitudine dei cavalli ricoverati in strutture pubbliche o private “per anziani”: entro un anno dall’abbandono ho visto morire Barin e Sharif nel freddo dell’inverno; l’enorme, vecchio Uorah,appena è riuscito a scappare è venuto giù dalla montagna per tornare al suo Circolo Ippico, dove è arrivato coi Carabinieri che, avvertiti che c’era un cavallo che galoppava sulla statale, non riuscendo a catturarlo lo hanno scortato fino a casa. In questo caso il finale è stato quello delle favole, perché i proprietari, persone di cuore e, per fortuna, dotati anche di possibilità economiche, lo hanno mantenuto sino alla fine in un box al “suo” Circolo. Certo, alla Scuola Militare di Equitazione esiste (credo che ci sia ancora)il Padiglione “Vecchie Glorie”, ma credono i talebani e le anime buone che tutti i cavalli si possano mantenere così? E dei vecchi umani che vivono tra cartoni e fogli di plastica nelle stazioni ferroviarie che ne facciamo?
Fa male al cuore, al contrario, vedere in un altro piccolo, triste circolo, vedere un vecchio frisone trascinarsi faticosamente, pieno di dolori che le due proprietarie tentano di alleviare spendendo cifre che consentirebbero loro di far mangiare meglio altri quattro magri cavalli.
Veniamo ora al consumo per alimentazione umana: io ho sempre il massimo rispetto per chi non la pensa come me, ma in questo caso è difficile non classificare certe proposte come sciocche e ipocrite. I cavalli non si possono macellare per l’alimentazione umana, però sara’ consentito importare, vendere e consumare carne equina proveniente dall’estero! Probabilmente succederà che, come già avviene in altri Paesi, i nostri cavalli verranno venduti all’estero per alimentazione umana o bocconcini in scatola per cani e gatti.
La mia impressione è che chi ha formulato questa proposta sappia poco del mondo dei cavalli. Se essi venissero importati o allevati solo come animali di affezione, da non macellare, solo pochi fortunati potrebbero permettersi di acquistare un cavallo, mentre adesso l’equitazione sta diventando sempre più uno sport popolare, in quanto la maggior parte dei cavalli (non quelli destinati ai concorsi) vengono scelti tra quelli importati per carne. Mantenere un cavallo in un Circolo di medio livello per un mese spesso costa quanto, o meno, di un fine settimana in montagna a sciare: dai 250 ai 300 Euro. Vogliamo, forse, farlo tornare ad essere uno sport per privilegiati? A questo punto riesumiamo lo slogan con il quale il Sergente ucraino ex zarista ( diventato poi Generale e Maresciallo dell’Armata Rossa) Budjonny aveva reclutato la famosa “Armata a Cavallo” di 20.000 cavalieri da contrapporre ai Cosacchi: “” PROLETARI, A CAVALLO!””. Io tifo per i Cosacchi, ma il vecchio Budjonny è un mio mito, anche perché sotto la sua guida è stata creata l’omonima, splendida razza equina.
Ho vissuto per due anni In India e Pakistan, dove ho potuto vedere il risultato del divieto religioso di consumare carne di cavallo, dovuto in origine, alla necessità di conservare i cavalli per la guerra: per questo Maometto non mangiava carne di cavallo; ma neanche maiale anche se questo per motivi igienici, nel deserto di Arabia e senza frigorifero.
Nella Cristianità, quando un cavallo era troppo vecchio per lavorare, veniva venduto per carne, e con quei soldi il carrettiere o il contadino ne poteva acquistare un altro giovane, aggiungendo una somma ragionevole. Nei suddetti Paesi è terribile vedere cavalli vecchi, sofferenti, zoppi, tirare la carretta sino a morire tra le stanghe perché il padrone non ha i soldi per acquistarne un altro.
Chissà come sarebbero contenti , questi cavalli, di sapere di essere equiparati agli animali di affezione!
Non vorrei che poi, per essere politicamente corretti, il secondo passo fosse vietare il maiale (succede già in certe mense scolastiche), poi le vacche (sacre); i piccioni vietati lo sono già, coi noti danni all’ambiente delle città .…

-Da dove arriva questa passione per i Murgesi?
«Prima avevo cavalli di tutte le razze, ma al pascolo erano un problema perché si facevano male spesso: i nostri boschi non sono adatti ad animali nervosi e anche con i clienti in passeggiata è meglio poter contare su soggetti molto sereni» ci racconta Michelangelo mentre Roberta prepara un puledro per il lavoro. «Un giorno ho letto un numero de «Lo Sperone» dove Mauro Aurigi li decantava e ho pensato di provare. Sono andato giù a Martina Franca e ho comprato cinque puledri: dopo una settimana una di loro era già in grado di lavorare in maneggio, potevo metterci sopra chiunque. Stavano al pascolo senza problemi e quando era ora di mangiare scendevano da soli. Zelantina era la capo-branco: d’estate li portava a pascolare su in alto, fino ai confini con l’Emilia e la Toscana e poi li riportava tutti a casa in ottobre, quando qui cadono le castagne di cui sono golosi. Mai perso uno, e non hanno mai avuto incidenti: sono come capre, scendono giù dai sentieri al galoppo che è una bellezza». Rustici, di buon senso, sontuosamente barocchi ma anche generosi con il loro cavaliere come ci spiega appassionatamente Roberta: «Sono cavalli che hanno voglia di lavorare, creativi quando hanno fiducia in te perché ci mettono del loro in quello che fanno, non aspettano solamente il tuo ordine. Sono artisti, non semplici esecutori». Mentre parliamo ha portato in maneggio Troiano, un sei anni elegante e attento nato da Nereo nell’allevamento di Angelo D’Onghia, e lo comincia a lavorare alla longia.
«Gli allevatori pugliesi hanno un grandissimo merito: sono riusciti a mantenere nella razza i tre modelli morfologici che erano già una caratteristica dei cavalli allevati in Puglia da Federico II attorno al 1200» dice Roberta, «è solo grazie a loro se si è evitato di disperderli in questo ultimo secolo. Oggi ci sono ottimi stalloni, ad esempio Nesio di cui abbiamo qui tre puledri: butta fuori intelligenza, eleganza nei movimenti, i suoi figli hanno un’ottima struttura e diventano gran cavalli da sella». Roberta continua la sua ripresa con Troiano, noi parliamo con Michelangelo mentre la guardiamo lavorare. «Dall’allevamento brado tipico delle Murge deriva una caratteristica di cui occorre essere ben consapevoli: un cavallo che non è mai stato toccato dall’uomo è molto diverso da uno nato in scuderia. Il Murgese ha bisogno di un buon ammansimento prima di essere addestrato, perché lui deve perdere la paura dell’uomo: una volta che questa è andata via viene fuori l’intelligenza e allora tutto è facile. A prenderlo con le maniere forti rovini tutto, perché dominare con la forza non vuol dire addestrare. Le femmine pur essendo docili hanno un temperamento forte che, ad addestramento compiuto, è un grosso pregio. I maschi sono più tranquilli e anche interi rimangono affidabili pur mantenendo una forte volontà: ma per chi vuole un cavallo a prova di bomba il castrone è perfetto. Inoltre il Murgese sino a tre, quattro anni è ancora un puledrone: smette di crescere solo dopo i sei, occorre tenerne conto e non chiedergli troppo finché non è davvero maturo».
Intanto la mattina è scivolata via, nelle ore più calde della giornata ci fermiamo per chiacchiere e bavette al pesto ma appena il sole comincia ad addolcirsi torniamo in scuderia e ci dedichiamo a loro due, Macina e Roberta. A vederle vicine ti colpiscono proprio per l’apparente contrasto: tanto Roberta è bionda, piccola e sorridente quanto Macina è di un nero profondo, così potente e seria da mettere quasi soggezione. Ma appena sono insieme, Roberta in sella e Macina come sull’attenti, perfettamente sugli appiombi e agli ordini nel senso più vero del termine capisci che di contrasti non ce n’è: sono fluide, eleganti, nessuna resistenza o difficoltà. E poi tanta sicurezza fuori, sui sentieri di queste montagne che spesso diventano mulattiere quasi impossibili, come la Via del Sale che passa qui di fianco e arriva sino a Levanto e Luni: non ci sono stati passaggi o pendenze che abbiano alterato per un attimo la calma di questo binomio. Forza e delicatezza, energia e sensibilità, una cavalla di velluto morello e una signora bionda e gentile: nero e oro, e quando c’è il sole brillano insieme.
Per saperne di più:
Il Murgese, di Buonavolontà-Silvestrelli – Edizioni Equestri Milano 1986
Macina
A trenta mesi aveva rischiato di rimanere inosservata, chiusa in un box alla Fiera di Martina Franca per via del suo carattere: era piuttosto intrattabile e l’allevatore alla richiesta di Michelangelo di poterla vedere chiese se doveva proprio tirarla fuori. Ma aveva un ottimo modello, era effervescente e a Michelangelo piacque subito. Pensavano che dopo un periodo di adattamento al nuovo ambiente si sarebbe tranquillizzata, ma ci vollero tre mesi prima che accettasse Roberta: «Se entravo nel suo box si metteva in un angolo e mi mostrava la groppa, non voleva avere niente a che fare con nessuno. Ma un giorno si fece finalmente avvicinare e riuscii ad abbracciarle il collo senza che si ribellasse. Lì c’è stato come un flash, è cambiato improvvisamente qualcosa e da quel momento non si è più difesa. E’ una cavalla permalosa, padronale, molto sensibile e devo stare attenta al mio umore: prima della gara mi concentro per trasmetterle solo tranquillità. Si agita se viene interrotta nel lavoro, e io con la calma devo arginare la sua sensibilità per permetterle di esprimere tutta la sua forza e la sua eleganza».
La Monta da Lavoro
E’ una disciplina nata dalla tradizione del lavoro col bestiame che conserva, a seconda di ogni regione di riferimento, dettagli e peculiarità relativi a finimenti, razza di cavallo impiegato e linguaggio tecnico utilizzato durante il lavoro.
Comprende quattro prove:
Il Murgese
