Già alla fine del XVIII secolo la Sardegna forniva “cavalli eccellenti, principalmente per la cavalleria leggiera. Testa piccola, groppa affilata e schiena da mulo ma nel rimanente sono ben fatti, hanno membra forti e snelle…di bassa taglia, straordinaria vivacità, mostrano brio e grazia in tutti i loro movimenti, parchi e sobri nel vitto, di grande lena, gran corridori, e pazienti nella fatica. La loro andatura più comoda è il portante; in molti cavalli è naturale, e ad altri si fa prendere ad arte”. Il portante è l'ambio, da notare come fosse considerata non gradevole la testa piccola (de gustibus non disputandum e tutto il resto, ma chi ha scritto quanto ho citato sopra viveva nei primi anni del milleottocento e risentiva delle mode del momento che avevano tra i loro miti i grossi carrozzieri nordici), indice invece della forte presenza nel tipo indigeno di sangue orientale. A quel tempo (1810 e giù di lì) anche in Sardegna si distinguevano tre tipi di cavalli: il cavallo da razza (allevato con criteri moderni per diminuire il più possibile i difetti del tipo indigeno), il cavallo volgare (razze comuni, poco o punto curate) ed il selvatico ( veniva detto di carattere così difficile da non poter essere addomesticato, tanto che si usava solo per cacciarlo e usarne il cuoio; abitava “i luoghi deserti, è piccolo, di bassa taglia, con chioma irta e corta, e per lo più di mantello bajio”); in pratica le differenze non erano tanto determinate dal tipo di razza, ma dal tipo di cure e di miglioramenti che era in potere del proprietario dare al proprio allevamento. Tante nel primo caso, pochissime nel secondo, nulle nel terzo – che ha tanto la faccia dei formidabili cavallini della Giara di oggi. Questa classificazione si sovrappone a quella una volta utilizzata nella regione e che divideva i cavalli a seconda dell'altezza, ma curiosamente coincide con quella di prima. Caddo era il cavallo più alto (più raffinato, il meglio allevato e più insanguato), Achettas il tipo di statura media, dal quale generalmente provenivano le cavalle madri indigene e infine Achettaredas, il piccolissimo cavallino selvatico, nato al di fuori del controllo e della selzione operati dall'uomo. Il primo a cercare di migliorare in modo sensibile le proprie razze in Sardegna fu il Re Filippo II che a tale scopo portò alcuni suoi stalloni dai propri allevamenti in Spagna, vietando inoltre l’uso di stalloni difettosi e non approvati per la riproduzione (immaginatevi il grandissimo effetto positivo che può aver avuto un ordine del genere!). Inoltre, nel 1615 fu imposto l’obbligo per ogni signore di mantenere “una razza di almeno quindici scelte cavalle”. Proprio a queste razze private si deve l’ottima qualità e la precoce omogeneità dei cavalli sardi, che grazie all’isolamento dell’isola (ohps, gioco di parole) e ai dictat chiarissimi ed intelligenti di un legislatore saggio e forte come Filippo II potè sviluppare un tipo cavallino ben definito, allevato con criteri omogenei e con apporto di sangue ottimo dai migliori allevamenti europei dell’epoca. Il difetto che si cercava di togliere al cavallo indigeno era la piccola taglia, che non permetteva di utilizzare i prodotti per l’uso allora più importante, quello militare (un cavallo di taglia piccola non era in grado di portare un soldato ed il suo equipaggiamento per le marce necessarie ad una campagna militare). Nel 1839 cambiò qualcosa, però, nel sistema di allevamento dell’isola: con l’abolizione dei feudi da parte di Carlo Alberto si assistette alla costruzione di fondi chiusi, chiamati tanche, per delimitare i pascoli delle varie proprietà; questi erano però ovviamente meno vasti degli sterminati pascoli dei latifondi derivati dai tempi aragonesi, e se non ben condotte a volte le tanche pativano di scarsità di foraggio, con conseguenti ripercussioni sulal qualità dei cavalli che le abitavano. Negli allevamenti migliori comunque cominciò da allora ad unirsi, alla base indigena fatta di fattrici con forti influssi orientali e spagnoli (anche questi riscaldati dallo stesso sangue), un oculato inserimento di purosangue inglese per aumentare la taglia dei soggetti; i primi tentativi non riuscirono subito, ma poi si trovò la giusta alchimia (inserendo cioè in parallelo sempre nuovo sangue orientale) e già nella seconda metà del XIX secolo si aveva una produzione omogenea e di ottima qualità derivante da questi incroci tanto che nel 1893 il Reggimento Lucca (cavalleria leggera) era montato quasi per intero su cavalli sardi. Poco prima la cavalla Leda, montata dal capitano Salvi, coprì la distanza tra Bergamo e Roma in dici giorni; persino la cavalleria francese nelle guerre d’Algeria del 1866 montò soggetti sardi, che si rivelarono instancabili e indistruttibili. Se già alla fine del milleottocento si poteva contare su prodotti del genere, è facile capire che l’allevamento moderno in Sardegna ha avuto basi ottime dalle quali partire ben in vantaggio rispetto al resto d’Italia, sino ad allora diviso e suddiviso e invaso da eserciti diversi, mode passeggere e padroni più o meno intercambiabili che riportavano ognuno i propri cavalli, le proprie manie e sempre e comunque molto, moltissimo disordine legislativo ed economico. Gli stalloni governativi Luati (orientale) e Hungerford (psi), assieme ad altri 102 colleghi stalloni approvati e 50 stalloni erariali sono le radici dalle quali è nato l’anglo-arabo sardo che come vedete ha una storia del tutto simile (e a volte anche molto vicina) a quella del suo strettissimo cugino, l’anglo-arabo d’oltralpe. Forse per questo non è poi da considerare un’offesa l’aver tolto l’aggettivo “sardo”, quanto un riconoscimento di qualità…internazionale! Certo che rimane sempre, meravigliosamente e splendidamente, sardo.
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