mercoledì 17 marzo 2010
Grazie!
L'ho trovata casualmente, facendo il mio solito giro nel programma che mi da le statisctiche di accesso al blog (prassi molto istruttiva, ve la consiglio per capire meglio come rendere interessante la vostra pagina web).
Grazie dei complimenti, di cuore!
lunedì 6 aprile 2009
Cesare Fiaschi e il suo Trattato.

lunedì 15 dicembre 2008
Palii, stocchi e speroni
I Palii erano spettacolo comune in moltissime città italiane, nei secoli passati, ed esistevano precisi regolamenti resi noti tramite bandi pubblici. Uno di questi che abbiamo ritrovato elenca fin nei più minuti particolari quel che s’aveva da fare per i Palii (più d’uno durante l’anno, quindi) nella città di Modena, nel 1677: i cavalli dovevano essere approvati da una apposita commissione di Deputati, e accuratamente descritti nei registri per segni di mantello, marche, nastri e penne onde risultare perfettamente riconoscibili. Orpelli, sonagli e specchi erano proibiti, perché potevano spaventare gli altri concorrenti pregiudicandone la performance in modo irregolare; la puntualità era d’obbligo o si era esclusi dal Corso, che terminava nel punto preciso dove era esposto il Palio. Uno degli doveri imprescindibili per il proprietario del cavallo vincitore era quello di pagare le mance dovute ai donzelli della città, al torreggiano ed ai trombettieri, nonché alla persona che gli avrebbe portato il Palio a casa. Questo non era l’unico premio previsto: al secondo andava uno stocco (corto spadino affilatissimo), e all’ultimo arrivato…un bel paio di speroni!
Capitoli da osservarsi nel far correre i Palii, Città di Modena -1677.
lunedì 8 dicembre 2008
Poche chiacchiere, tanti cavalli.

Negli anni trenta dello scorso secolo in Italia tutto quello che si poteva fare per esaltare le produzioni nazionali veniva messo in opera, e di solito in modo molto scenografico. In quel clima generale di compiaciuta ed autarchica rusticità quindi, il più nobile prodotto degli italici pascoli aveva diritto ad essere onorato come si deve: tra le tante celebrazioni del primo decennale fascista, una venne dedicata alla Rassegna Ippica. Cavalli asini muli, c’erano tutti i migliori, i più belli. Erano gli ultimi giorni del mondo dei cavalli, erano gli ultimi anni di pace. Ma ancora non si sapeva, tutto sembrava felice, il sole cantava su mantelli e finimenti, e in questa bella raccolta di immagini possiamo ancora guardare negli occhi tutti i protagonisti: le ultime fattrici derivate orientali dell’antica razza del Piave, avelignesi leggeri e sottili, tutti pettinati secondo la stessa moda con le code e le criniere bionde rese frisée dalle treccine sottilissime disfatte la sera prima, lipizzani solenni, asini bioccolosi e tutti stretti uno all’altro come scolaretti timidi alla prima gita scolastica, murgesi per la prima volta chiamati murgesi ma quasi uguali a quelli di oggi (appena qualche stellina in fronte qua e là), gli orientali siciliani, i trottatori dell’Emilia, i purosangue delle più titolate scuderie, non manca nessuno. E di fianco ci sono i loro uomini, proprio quelli che li han fatti e stanno così bene vicini, sembrano costruiti delle stesse esperienze. La cosa divertente è notare il progressivo crescere in eleganza degli abiti degli uomini, man mano che si va verso il Sud: gli altoatesini hanno gli scarponi robusti dei montanari e i cappellacci di feltro, gli emiliani blusotti di rigatino e fazzoletto al collo, i toscani già sono più composti e formali stretti nelle giacche da buttero, i pugliesi lindi nelle uniformi del Deposito Stalloni ma assolutamente nessuno raggiunge lo chic dei catanesi: compresi gli asini stalloni di proprietà del Deposito, elegantissimi, montati a sella in una speciale ripresa. Tutti in appiombi, tutti seri e corretti e con le orecchie sull’attenti, uno spettacolo di finezza resa impagabile dai protagonisti che guardano in camera con tranquillissima sfacciataggine e sembrano dire “Au, ma picchì mi stai taliannu?”. Oltre alle tante belle fotografie ci sono anche le tavole illustrate di Scaccia Scarafoni, perfette nel descrivere il tipo ideale di ogni razza.
"Rassegna ippica del decennale" - Ministero dell’agricoltura e foreste, Stab. Salomone (sic!) - Roma 1934
domenica 16 novembre 2008
Ferrature da Palio
lunedì 13 ottobre 2008
Guidati dal Duca di Beaufort
Duke of Beaufort Coach (Incisioni a mano) L’Inghilterra non è solamente la Patria dei cavalli, ma anche quella dei Duchi di Beaufort che negli anni hanno legato il loro nome a momenti fondamentali dell’equitazione come la “scoperta” della caccia alla volpe a cavallo (sport che ha poi generato i concorsi di salto ostacoli) e al completo di Badminton (che ancora oggi si svolge nelle loro tenuta), tanto per portare solo due esempi. Nei pochi momenti in cui non si trovava in serpa o comunque nelle immediate vicinanze di un cavallo, il Beaufort in carica negli ultimi anni del diciannovesimo secolo scrisse questo libro dal titolo asciutto e spiccio, per gli amanti delle redini lunghe: “Driving”, tout court. Suddiviso in vari capitoli a cura di diversi autori (molti per mano del Duca stesso, altri affidati ad amici esperti nel campo particolare trattato) questo gioiellino di simpatica autorevolezza snocciola una serie di deliziosi monologhi, tutti percorsi non solo da robusta conoscenza della materia ma anche da un notevole humour. Le diverse “penne” sono tutte accomunate da una particolare propensione a vivacizzare la teoria con l’apporto di aneddoti e racconti di fatti realmente avvenuti, proprio come si fa chiacchierando tra amici bene assortiti e accomunati dallo stesso amore – quello per i cavalli ovviamente, nel nostro caso. Inframezzate alle varie pagine, una serie di stampe e disegni scelti accuratamente o fatti eseguire appositamente illustrano molti dei momenti topici o dei personaggi raccontati, rendendo cosi ancora più viva la narrazione e portando chi legge ancora più dentro al clima che pervade ogni capitolo: un piacevolissimo momento di condivisione, sia di cose divertenti che di argomenti ponderati e importanti tecnicamente. Assolutamente impagabile la disquisizione su di un tipo di attacco piuttosto raro e difficile da condurre, il tandem, scritta da Lady Georgiana Curson.
Driving del Duca di Beaufort, col contributo di altri autori- 4° edizione Longmans, Green and Co., Londra 1894
lunedì 29 settembre 2008
Tutto il mondo è paese

Sotto lo pseudonimo “Blunt Spurs” (Speroni spuntati) si nascondeva Wilfred Blunt, che era invece tagliente, ironico e terribilmente acuto nel suo raccontare il mondo londinese di metà ottocento che gravitava attorno al cavallo di puro sangue inglese o, per meglio dire, il thoroughbred. E diventa divertente notare quanto i tic, le manie, i difetti, le debolezze degli uomini che vivono vicini ai cavalli (allevatori, proprietari, commercianti, acquirenti) siano sempre gli stessi di oggi, indipendenti quindi da qualsiasi latitudine o riferimento temporale. In questo piccolo libro sono pubblicate insieme tre lettere e qualche appunto sparso usciti separatamente sotto forma di pamphlet, molto conosciuti e attesi dal pubblico che attendeva con ansia di poter leggere ancora le punzecchiature eleganti di Blunt Spurs, il giustiziere di Piccadilly. E vale la pena sforzarsi di tradurre il loro inglese un po’ datato e gergale, perché è come trovarsi improvvisamente ritratti in un quadro d’epoca che non si conosceva: e si riescono così a prendere le distanze da noi stessi e ridere un po’ di quei personaggi lontani che però ci somigliano così tanto. Il commerciante che spergiura essere il cavallo “dritto come una freccia……e se per caso non lo fosse questo prova che è un purosangue, perché i purosangue – si sa - hanno tutti gli anteriori uno diverso dall’altro…” potrebbe essere tranquillamente preso di peso e trasportato nel ventunesimo secolo, e nessuno si accorgerebbe di nulla. Molto interessante anche perché rileva le trasformazioni morfologiche del tipo purosangue nel secolo diciannovesimo.
Three letters on the Horse, Master and Donkey di Blunt Spurs –
lunedì 25 agosto 2008
Per fare un cavallerizzo ci vuole...un gentiluomo colto!
mercoledì 6 agosto 2008
Un amico di grande peso
Maria Cristina Magri
Idelfonso Stanga, Il cavallo da Tiro Pesante – Crotta d’Adda 1905
venerdì 27 giugno 2008
Il Maestro delle Principesse

Equitation des dames, di P.A. Aubert - Parigi 1842
venerdì 30 maggio 2008
Attacchi di passione

Famous Harness Horses, di Geoffrey D. S. Bennett- Welbecson Press Ltd, London 1926.
giovedì 15 maggio 2008
Caroselli, storia e cavalleria

A volte, il Sistema naturale di Equitazione è stato seguito con una rigidezza e con un dogmatismo formale che non erano né previsti né voluti dallo stesso Caprilli, i cui precetti indirizzati ad una necessità ben precisa (l’addestramento militare) vennero estesi a situazioni anche molto differenti senza adattamenti né variazioni. In questo libro il generale Conte Fè d’Ostiani descrive gli antefatti ed il terreno sul quale crebbe poi il Metodo, illuminando molti angoli bui e sconosciuti ai più anche a causa di una storica durissima guerra di pensiero combattuta più su libri e riviste che nei maneggi o nei concorsi ippici. Per intenderci, la posizione di Fè d’Ostiani rispetto al vero senso delle parole di Caprilli (pochissime in confronto a quelle dei suoi allievi scrittori) non è certo quella tenuta dal Badino Rossi nei suoi scritti. Tra un Carosello ed una “grida”, tra una fotografia in costume ed una citazione accorta e ben mirata, il generale ci porta con grazia ed impeccabile lievissimo stile tra le apparenti frivolezze di un’arte che sotto la forma, nasconde sempre una solidissima sostanza che si palesa nella sicurezza con cui il narratore vola da un argomento all’altro passando sempre per collegamenti logici e storici inappuntabili. Veramente un raro esempio di indipendenza di pensiero, capacità di giudizio critico e obiettività storica il tutto riunito in una persona che amava proteggere sotto un’aria lieve e disimpegnata capacità e sensibilità notevoli, evidenziate proprio dal suo modo cosi volontariamente demodè di porgersi. Molto belli ed interessanti anche i resoconti delle varie manifestazioni storiche in costume che in quel periodo si ripetevano spesso in tutto il Regno, con tanto di informazioni precisissime ed accurate sulle modalità, usi, regole e costumi dei tornei medioevali.
Fè d’Ostiani, "L’Equitazione nei suoi differenti rami in Italia dal 1867 al 1931"- Fratelli Bocca Editori - Torino 1932
mercoledì 30 aprile 2008
Il manuale del perfetto ufficiale

Ancora dallo scaffaletto di Cavallo Magazine:
Agli inizi del 1900 l’Europa covava rivalità e malumori che avrebbero portato alla Grande Guerra. Nell’attesa, il Regio Esercito non stava con le mani in mano e trasformava l’ormai obsoleto apparato di stampo risorgimentale in qualcosa di più moderno, che integrasse al meglio ogni nuova possibilità tecnica o umana: quindi nuove armi, nuove didattiche (basti pensare a quanto stava facendo Caprilli per l’equitazione militare) e nuovi uomini da inserire in organico: gli ufficiali di complemento richiamati in servizio e quindi non provenienti dai ranghi degli ufficiali di carriera. A questi in particolare era dedicato il vade-mecum del generale d’Ottone, un Bignamino di regolamenti, norme ed istruzioni che aveva anche lo scopo di aiutare gli ex-borghesi a vestire in modo dignitoso i panni (elegantissimi, per la verità) dell’ufficiale di cavalleria. Risultano molto interessanti la parti relative all’igiene del cavallo e alla condotta in campagna dei cavalieri; si ritrovano già in gran parte l’onesto buon senso dell’uomo di cavalli e le regole fondamentali di governo e cura del cavallo che i mitici marescialli istruttori di equitazione passeranno nei decenni successivi ai loro allievi anche civili, contribuendo in modo fondamentale al diffondersi di una cultura equestre solidamente pratica, ma estremamente efficace e positiva.
“Vade-mecum per l’Ufficiale di Cavalleria” di Fortunato D’Ottone, Casa Editrice Italiana – Roma 1905 (3° ed.).
giovedì 27 marzo 2008
Un innamorato respinto

Dallo Scaffale dei Classici di Cavallo Magazine!
All’epoca della pubblicazione dei suoi articoli sulla Rivista di Cavalleria, il maggiore veterinario Lupinacci era un cinquantenne prossimo alla fine della sua carriera nell’Esercito. Una così lunga esperienza in mezzo al mondo di cavalieri, proprietari, maniscalchi, allevatori, palafrenieri ed altri personaggi più o meno bene intenzionati aveva raffreddato bruscamente quelli che erano stati gli entusiasmi giovanili di un medico veterinario votato alla missione del benessere animale, e rese amare le sue riflessioni su animali e persone. Ma nonostante il tono pessimistico, i suoi racconti a cuore aperto sono preziosissimi per la quantità di aneddoti e notizie che ci tramandano e che sarebbero andati persi altrimenti, di solito trascurati da altri scrittori più sobri e formali; notevoli anche lo studio e la ricerca che traspaiono dalle sue pagine, e qualche piccolo errore di attribuzione non macchia comunque l’ammirevole grado di cura che aveva avuto nello sviscerare ogni più piccolo aspetto di quell’essere misterioso, amato e disprezzato allo stesso tempo che era per lui il cavallo. Perché stranamente l’aspetto più accattivante dei suoi scritti è proprio questo: dalla sua amarezza, dalle sue critiche, dalle sue deduzioni filosofiche spesso sbagliate per ignoranza delle più elementari nozioni di etologia, dalle sue filippiche ironiche tese a sfatare l’aura di nobiltà e coraggio che circondava il cavallo risalta ai nostri occhi l’atteggiamento deluso della persona ferita nel suo orgoglio da chi amava, invece, profondamente. Insomma, il nostro Lupinacci si comporta esattamente come chi è andato clamorosamente per le terre a più riprese, e non essendo in grado di montare a cavallo decentemente finisce per ritenere l’incolpevole animale stupido e pauroso. Probabilmente se il maggiore veterinario fosse stato un cavaliere più dotato, il tono dei suoi per altro utilissimi scritti sarebbe stato molto diverso.
Attraverso il mondo ippico del Magg. Francesco Lupinacci – Casa Editrice Italiana, Roma 1905
sabato 23 febbraio 2008
Tre piccoli libri….e un mistero
Dal mio Scaffaletto dei Classici su Cavallo Magazine:
Dei tanti libri dedicati al cavallo i più desiderati dai filologi equestri sono tre, per la precisione tre quaderni manoscritti riguardanti imboccature e morsi che secondo alcuni studiosi francesi (Mennessier de La Lance in testa) sarebbero stati scritti da Giovan Battista Pignatelli, maestro napoletano dell’equitazione accademica.
Occorre precisare che secondo i suoi allievi diretti il Pignatelli non avrebbe scritto nessun libro ma tant’è, il fantasma di questi quaderni venduti all’asta in Francia alla fine dell’ottocento e poi scomparsi aleggia sulle librerie di ogni studioso della storia equestre che si rispetti. Curiosamente alla Biblioteca Estense di Modena esistono tre quaderni che sembrano essere un catalogo completo di imboccature (compresi i morsi spezzati in tre parti inventati proprio dal Pignatelli, più dolci di quelli fino ad allora usati) con annotazioni concise che ne illustrano utilizzo e virtù. Su uno dei tre quaderni qualcuno il 4 giugno 1580 ha annotato un promemoria di spesa per selle e finimenti, come si fa con le cose che si hanno per le mani da un po’ di tempo e finiscono per servire ad altro rispetto allo scopo iniziale. I disegni sono splendidamente realizzati a china ed acquerellati con garbo, dando grande chiarezza ai particolari di costruzione. Sembrano proprio quello che potrebbe aver pensato di far realizzare un cavallerizzo intelligente e didatticamente dotato, ma molto pratico e con poca propensione per la scrittura ricercata.
Verrà mai svelato il mistero dei tre quaderni scomparsi di Pignatelli?
Non lo sappiamo, ma questi tre di Modena sono comunque splendidi.
Cataloghi di imboccature e morsi, collocazione α.s.1.16 – 17 – 18 del fondo Manoscritti Antichi alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena.
lunedì 4 febbraio 2008
Per ricordare il capitano

Sempre dallo Scaffaletto dei Classici di Cavallo Magazine.
Cinquant’anni dopo la morte di Caprilli la Federazione Italiana Sport Equestri scelse un ottimo modo di ricordarlo: diede alle stampe una nuova edizione di quel piccolo gioiello che era il Manuale “ad uso degli allievi e dei giovani cavalieri, nonché degli istruttori delle Scuole di equitazione che riunisce ed illustra le principali nozioni e norme del sistema di equitazione naturale, sistema che da oltre cinquant’anni è stato applicato in Italia con ottimi risultati” come dice testualmente la prefazione. Le citazioni dagli scritti di Caprilli inserite nei vari paragrafi permettevano di capire meglio il perché di certe scelte tecniche ed i motivi che le dettarono: acuire lo spirito di riflessione e di osservazione degli allievi, coltivarne la sensibilità e far loro conoscere il principio che sta alla base del sistema, cioè “lasciare il cavallo libero nei suoi atteggiamenti naturali, assecondarne i cambiamenti di equilibrio senza imporgli nessuno spreco di energia fisica e nervosa oltre quella strettamente necessaria per compiere il lavoro richiesto”. Il manuale che gli allievi Fise hanno a disposizione ora, a cento anni dalla morte di Caprilli è ben diverso da questo del ’57 e non parla né dell’ideatore né del Sistema. D’altra parte, non può parlare nemmeno di ottimi risultati conseguiti dai cavalieri nazionali…
“Manuale di equitazione”, F. I.S.E - Edizione 1957, Tipografia G. Pettigli, Roma.
sabato 2 febbraio 2008
Un cavallo e il suo ragazzo

Un ragazzo e il suo cavallo di C.S. Lewis, Mondatori Junior Fantasy
Una parte del famoso ciclo di Narnia di Lewis è stata appena trasposta sul grande schermo dalla Walt Disney, ma i sette libri che la compongono disegnano una storia molto più complessa e vasta. Uno di questi mi piace particolarmente perché parla della avventurosa fuga verso la magica terra natìa di un cavallo e di un ragazzo, entrambi provenienti dalle terre nate dal canto di Aslan, il Leone Divino. I due si incontrano per caso ma scelgono di scappare insieme per porre termine alle loro diverse schiavitù e durante il viaggio incontrano avventure e compagni che li fanno crescere e conoscere meglio loro stessi, difetti compresi. Come negli altri libri del ciclo Lewis si rivolge chiaramente ad un pubblico giovane ma il suo talento di narratore si fa leggere con gusto anche da lettori più maturi: con le sue sortite all’esterno della storia tramite le osservazioni dirette al lettore dalla voce narrante e che sono sempre delicate e puntuali osservazioni pedagogicamente impeccabili, gli adulti possono fare un bel ripasso sulle modalità più efficaci per comunicare in modo piacevole ed utile con quella popolazione affascinante, complessa e permalosa composta da ragazze e ragazzi fino ai quattordici anni o giù di lì. Una curiosità: nell’opera originale inglese il titolo è “The horse and his boy” cioè letteralmente “Un cavallo ed il suo ragazzo”…il ribaltamento del significato in questa traduzione la dice lunga sul tipo di sensibilità ed ironia che il traduttore si aspetta di trovare nel pubblico italiano, ahimè.
lunedì 14 gennaio 2008
Record inglesi, e non solo!
Visto che le recensioni vi sono piaciute, continuo a girarvi i vecchi "scaffaletti" che ho pubblicato su Cavallo Magazine!
La classificazione e l’archiviazione sono lavori oscuri e poco grati, che non attirano l’attenzione dei più. Ed è un peccato perché senza la pazienza di chi in epoche pre-informatiche raccoglieva e ordinava montagne di dati e tonnellate di informazioni di vario genere nemmeno i più brillanti studiosi avrebbero potuto lavorare così facilmente. Nel campo dell’equitazione, ad esempio, solo pochissimi si sono cimentati nella colossale impresa di fare ordine nel caotico corpus delle innumerevoli opere a tema ippico scritte e pubblicate da Kikkuli in poi: uno di questi pochissimi è il britannicamente sobrio e conciso Huth. Non commenta nessun libro, non dà pareri né giudizi, si scusa in anticipo per le inevitabili omissioni: ma riesce comunque a far trasparire, in quello che ai poco attenti potrebbe sembrare un arido elenco, la sua personalità. Inserendo a fianco dei testi di ippologia anche le pubblicazioni d’arte, non dimenticando nemmeno le specializzazione artigiane chiamate in causa dall’uso del cavallo e dando spazio anche ai piccoli trattati stranieri a diffusione locale ma reperiti comunque grazie ad una fitta rete di amicizie e corrispondenze si intravede come in filigrana l’uomo che cerca di nascondersi il più possibile dietro titoli e nomi altrui. Inutilmente, visto che la sua passione e la sua accuratezza traspaiono dal metodico ed intelligente lavoro svolto, intrapreso ben prima del Menassier-La Lance e del Torresilla. Lavoro per noi utilissimo, visto che sapendo dell’esistenza di qualcosa si può provare a cercarlo (ed avendo dati precisi su titolo, autore e data di pubblicazione una modernissima ricerca sul web si rende possibile proprio grazie a questo antico e paziente lavoro, scritto ai tempi del calamaio).
A bibliographical record of hippology, di F.H. Huth – Quaritch, London 1887
martedì 8 gennaio 2008
Il Paradiso sulla terra
Mi sto ristudiando i cavalli arabi, ripesco una recensione del mio Scaffaletto dei Classici perchè sono in piena crisi da ricordo commosso....Amur era l'arabo perfetto, che cavallo fantastico! ecco per voi dal mitico Cavallo Magazine:
"Si può aggiungere poco alla fama di un classico come “I cavalli del Sahara”, scritto da Daumas e tenuto come testo fondamentale sui cavalli arabi ed il loro mondo sin dalla prima edizione da chiunque volesse approfondire la propria conoscenza in merito ai “bevitori di vento”. Il generale Daumas (Consigliere di stato e Direttore degli Affari per l’Algeria) approfittò della sua permanenza tra le popolazioni arabe per studiare il loro profondo rapporto con quel meraviglioso compagno che aveva già affascinato anche gli europei, il cavallo del deserto. Fu quindi il primo a portare in Europa almeno una parte del patrimonio culturale arabo legato al cavallo, e cominciò a svelarne i rapporti complessi e strettissimi che lo stringevano all’uomo musulmano in un abbraccio fatto di regole allevatoriali, notazioni religiose, cultura popolare e soprattutto profonda passione, una simbiosi nata da necessità ma cresciuta poi come affinità assoluta e totale. Per trovare qualcosa di “nuovo” su quest’opera, dobbiamo spigolare tra le dediche e aggiunte fatte al testo per la sua terza edizione francese: ad ogni capitolo vennero fatte seguire le osservazioni e le note dell’Emiro Abd-el-Kader (che non riesce a nascondere sotto l’elegante veste francese delle parole il cuore caldo, fantasioso e appassionato del suo spirito arabo), e tra le lettere indirizzate all’autore e riportate nell’antefazione spicca quella del Comandante della Scuola di Cavalleria di Saumur, D’Aure, che auspica a chiare lettere anche per i cavalieri europei un rapporto così collaborativo ed intimo con il proprio animale (“mentre troppo spesso i nostri cavalieri si comportano come un macchinista con la sua locomotiva a vapore”). Ed una cosa accomuna tutti – cavalieri francesi e cavalieri arabi, accademici dell’Impero e filosofi del deserto: riconoscere l’importanza dello straordinario attaccamento degli arabi ai loro cavalli perché tenendoseli vicini e facendo loro vivere la vita della famiglia stessa, i beduini del deserto hanno prodotto un cavallo che non è uno strumento passivo ma vivo protagonista ed amato compagno di tutti i momenti. Perché per loro, come impetuosamente spiegava un marabout all’autore, “i cavalli sono la nostra ricchezza, la nostra gioia, la nostra vita, la nostra religione”. E se venivano privati del loro tesoro durante una battaglia a fianco dei francesi, nulla valeva come ricompensa o sostituzione: “non è il suo valore come monta che reclamo, è la mia giumenta, figlia della mia giumenta che era figlia della giumenta di mio padre…”.
“Les chevaux du Sahara” del generale E. Daumas – 3° edizione , Michél Levy frères, Paris 1855
Maria Cristina Magri
giovedì 15 novembre 2007
Medici Archive Project

Il Medici Archive Project
ovvero
Sul come non perdersi la Storia in un viaggio che dura da 500 anni.
Montagne di carte sostengono tutti i palazzi della nostra cultura, metaforici o meno che siano: in Archivi di Stato o Diocesani, in Biblioteche Universitarie, pubbliche o private libri, incunaboli, cinquecentine e infiniti fogli sciolti scritti pazientemente con penna e calamaio parlano di antiche storie, drammi privati e pubblici festeggiamenti, splendori lontani e normalissime quotidianità di un tempo che non conosciamo più.
Però nessuno li ascolta: chi si tuffa oggi in quel vastissimo mare di parole spesso inesplorate, non classificate e quindi non facilmente recuperabili ed utilizzabili?
Quasi nessuno, perché in pochi hanno il tempo necessario a raggiungere i mille luoghi dove sono custodite e studiarle a dovere.
Eppure a Firenze esiste una formidabile eccezione a questo silenzio secolare, lì le carte parlano e la voce gliela ha ridata il Medici Archive Project.
In tredici anni di lavoro questa fondazione ha tradotto e riscritto in formato digitale 3.000.000 di lettere dell’Archivio Epistolare Mediceo (dal 1537 al 1743) custodite qui, all’Archivio di Stato in 6.249 volumi che i ricercatori della Fondazione (scelti con borse di studio di tre anni tra i dottori in ricerche umanistiche di ogni nazione) hanno riversato in una banca dati che oggi è disponibile a chiunque voglia collegarsi al sito www.documentrs.medici.org .
Chi ha avuto la forza e la capacità di immaginare e portare a termine un progetto così complesso è Edward Goldberg, una persona in cui le qualità imprenditoriali si coniugano in modo singolare con l’amore per la cultura umanistica; e dopo dodici anni di lavoro il MAP è finalmente in rete.
Per capire quanto sia entusiasmante uno strumento del genere bisogna provarlo (e tanto per non smentirci noi cerchiamo cavalli): la ricerca è immediata, la tecnologia quella più familiare anche al navigatore più semplicemente intuitivo - basta aver voglia di curiosare e la storia rivive sotto i nostri occhi.
Digitiamo una parola chiave “equestre”, poi il tasto magico – search! – e si apre il sipario, lo spettacolo comincia, i protagonisti prendono la parola e raccontano, elencano, chiacchierano, riferiscono, comandano e spiegano: è bellissimo.
Possiamo curiosare tra i “venti giannetti bellissimi et in specie di quattro de’ migliori de Spagna” e le “sette mule di tutta perfezione” da essere attaccate alla loro brava carrozza da campagna che nel 1659 il marchese di Lecce regala alla Sua Cattolica Maestà Filippo IV di Spagna, o chiederci se poi Cosimo II trovò il benedetto “giannetto morello” che non riusciva a farsi acquistare da nessuna parte se non a costi altissimi (Granduca sì, spendaccione mica tanto); e poi ancora più indietro su per i rami degli anni e nel 1567 vediamo Cosimo I in persona dare indicazioni spicciole ad un suo fattore a Pisa per recuperare tegole da una vecchia chiesetta (che fosse genetica la propensione al risparmio?) e soprattutto farsi rimandare quattro stalloni che vengono reputati non più buoni per la monta, ma che evidentemente potevano svolgere ancora qualche servizio nelle scuderie di Firenze.
Sempre attorno a quegli anni c’era un intenso scambio di cavalli, cortesie e regali tra Francesco de’ Medici e i Gonzaga di Mantova, che galantemente si inviavano l’un l’altro ubini, corsieri e chinee come segno della più nobile generosità possibile.
Fin quando non era necessario comprare quel che davvero si voleva con ducati sonanti, e allora possiamo ascoltare il Granduca di Toscana informare il Vicerè di Napoli che “…Giovan Battista Pignatello vien mandato dal S.r Pavulo Giordano Orsino, mio genero, per provedere una dozzina di cavalli fatti e puledri, ma ne desidererebbe sei della razza Regia…et quel che più importa che V. Ecc.a gli desse licentia di cavargli del Regno per condurgli qua”: che il Granduca sarà anche stato di manica stretta, ma evidentemente sapeva scegliersi benissimo i consiglieri se mandava a comprargli cavalli proprio il Pignatelli in persona, il Maestro di quella Accademia napoletana che divenne poi un faro per tutta l’equitazione europea.
Ogni documento è un tesoro, ogni pagina una giornata che rivive e sembra di sentire scalpitare i cavalli sul selciato mentre gli uomini di scuderia trafficano sullo sfondo, le voci educate dei corrispondenti si intrecciano a quella più secca e decisa del Granduca, tintinnano finimenti e speroni, qualche voce di donna sussurra saluti e ringraziamenti, nitriti di cavalli che si chiamano tra loro e il sole che brilla di nuovo su tutto, fattori e nobili, scozzoni e giannetti, ambasciatori e cavallerizzi.
E’ lo stesso nostro sole, avete visto?e anche noi uomini in fondo siamo gli stessi:
ancora alla ricerca costante di un contatto con gli altri, sempre cercando un modo migliore di comunicare e possibilmente tenendosi un cavallo vicino.
Maria Cristina Magri
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Copiato da Ippe, troppo carino! What breed of horse are you? Find out!
