Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post

mercoledì 17 marzo 2010

Grazie!

Santapaletta, guardate qua: una recensione per Cantalupo Appunti & Spunti!
L'ho trovata casualmente, facendo il mio solito giro nel programma che mi da le statisctiche di accesso al blog (prassi molto istruttiva, ve la consiglio per capire meglio come rendere interessante la vostra pagina web).
Grazie dei complimenti, di cuore!

lunedì 6 aprile 2009

Cesare Fiaschi e il suo Trattato.


I ferraresi sono gente d’una una razza particolare: orgogliosi, punzecchianti, pratici, allergici alle inutili pomposità, capaci di seguire lucidi i propri pensieri anche quando diventano sogni che, nella testa degli emiliani, si trasformano alla svelta in progetti ben precisi. Tutte qualità ben radicate anche nella famiglia d’Este che raggiunse il momento di maggiore gloria negli anni tempestosi del Rinascimento, quando il piccolo ducato riusciva ad essere tra i protagonisti anche grazie ad alleanze e matrimoni. Il 1556 ad esempio fu un anno particolare: Carlo V d’Asburgo (Imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e Re di Spagna) abdicava e suddivideva le sue corone tra i figli movimentando gli equilibri politici di mezzo mondo; il Re di Francia cercava scuse per metter le mani su qualche staterello italiano ed Ercole II d’Este, Duca di Ferrara, prendeva il comando della Lega anti-imperiale schierandosi col Papa dalla parte francese. Ma in quell’anno venne anche pubblicato un nuovissimo libro: il “Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli” di Cesare Fiaschi, gentiluomo e ferrarese. Nato nel 1523 da una famiglia di fedelissimi estensi (il nonno paterno Lodovico era il favorito di Ercole I, il fratello di Cesare sarà ambasciatore del ducato in Spagna e a Roma) Fiaschi parla poco di sé e dobbiamo contentarci di intravederlo in quel che scrive. La mente logica e la conoscenza dei cavalli di Fiaschi escono vive da queste pagine: il suo Trattato non è come altri testi dell’epoca un confuso elenco di luoghi comuni conditi con sfoggi di cultura umanistica, lo ha diviso in tre parti per sottolineare l’importanza degli argomenti considerati. La prima riguarda il modo di scegliere l’imboccatura più corretta ad ogni cavallo: scelta che Fiaschi fa dipendere da un esame attento della morfologia e dalle caratteristiche del soggetto, non dalle manie del proprietario spesso convinto di poter sopperire alle proprie manchevolezze comprandosi un morso “miracoloso”. Poi viene la parte dedicata al maneggio dei cavalli, il lavoro in cavallerizza dedicato a movimenti e figure particolari come repoloni, parate e via complicando.
Qui l’autore ha un’intuizione brillante: rendere la giusta cadenza delle varie andature o la frequenza di certi salti collegandoli ad una musica riportata su pentagramma; una idea così nuova da far credere ad alcuni che fosse stato lui il primo ad inventare spettacoli equestri a suon di musica (mentre Grisone dice chiaramente che già a Sibari, ricca colonia greca della Calabria, “vi fu un tempo dove non solo gli uomini ma anche i cavalli al suon della sinfonia imparavano a danzare”). Gli spettacoli come giostre equestri e caroselli erano spesso già accompagnati da trombe, chiarine e tamburi: Fiaschi fu semplicemente il primo a servirsene per dare una precisa misura di tempo; ed è una acutezza quasi logica in lui, nato in un ambiente dove musica e danza erano parte integrante dell’educazione dei giovanetti .
La terza parte riguarda invece la ferratura, descrive i vari ferri adatti ad usi particolari e ai diversi tipi di unghia: perché “essendo i piedi quelli che portano il corpo e la fatica” è estremamente necessario che il cavaliere si istruisca in questa materia e non lasci tutto quel che la riguarda nelle mani dei maniscalchi, spesso poco preparati. E’ proprio questa la parte più eclatante: si tratta infatti del primo vero trattato sulla ferratura, così completo ed esauriente che si dovranno aspettare più di due secoli prima che il francese Philippe-Etienne Lafosse ne produca uno migliore sull’argomento.
Ma Cesare Fiaschi è anche in quello che non ha scritto: avrebbe voluto pubblicare un quarto trattato sul modo di curare i cavalli ma sa di affrontare una materia troppo complessa sulla quale non ha sufficienti competenze, spera che i ricchi gentiluomini comincino ad appoggiare questo tipo di studi; sente che manca ancora qualcosa per fare un’opera veramente completa, ma sa di non essere in grado di farlo e quindi lo precisa. Il Trattato venne presto tradotto in Francia ma l’italiano di Fiaschi era più ferrarese che toscano, come si lamentò il suo primo traduttore francese e venne mal compreso in alcuni passaggi. Probabilmente deriva da qui la falsa notizia su una data che lo riguarda: Fiaschi scrive che nel 1534, durante i festeggiamenti per la creazione a Duca di Ferrara di Ercole II si rende conto di voler migliorare e decide di imparare da cavalieri più esperti di lui, impegnandosi a lavorare con loro. Ma con questo non si deve intendere che fondò in quel preciso momento un’Accademia di equitazione, come scrivono alcuni: infatti Cesare nel 1534 aveva soltanto undici anni.
Sulla vita di questo cavaliere raffinato calò presto il silenzio; nell’agosto del 1568 fu condannato dal Tribunale della Santa Inquisizione a dieci anni di galera per aver seguito la setta del monaco eretico Giorgio Rioli detto il Siculo, ma venne graziato perché protetto dalla famiglia d’Este. Forse per questa disavventura, o forse perché subito dopo di lui brillò la stella del suo discepolo Giovan Battista Pignatelli (che fondò l’Accademia di equitazione napoletana ed ebbe come suoi allievi anche grandi cavalieri-scrittori come Pluvinel e Newcastle) il Fiaschi venne presto dimenticato. I nuovi maestri stranieri sviarono l’attenzione da questo gentiluomo morto nel 1592, troppo educato per sgomitare in cerca di visibilità ma non insensibile allo smacco datogli dal più giovane Federico Grisone, il cavallerizzo napoletano che nel 1550 pubblicò “Gli ordini del cavalcare”: il primo libro di equitazione dopo secoli di silenzio stampa e che lo precedette di soli sei anni. Sembra di vedere Fiaschi scoccare un’occhiata ironica al Grisone mentre parla del suo lavoro come di una “operetta” (parafrasando a bella posta il napoletano), o tralascia di dilungarsi in citazioni storiche che tanto “l’avevano già fatto altri prima di lui” (e anche qui il destinatario della frecciatina non poteva essere che Grisone). Fiaschi era al tempo stesso troppo moderno per i suoi contemporanei e troppo legato all’antico per chi venne subito dopo. Impastoiato dalle cortesie formali dovute ai nobili destinatari delle sue pagine dava più colpe ai cavalli che non ai cavalieri, e si può capire quanto cercasse di far rispettare i primi soltanto ripulendo il suo scritto dagli obblighi di cortesia sociale che gli erano connaturati: allora il suo raccomandarsi di risparmiare al cavallo i troppi salti “non per riguardi verso l’animale ma per ottenere il risultato migliore” si rivela un escamotage psicologico rivolto a cavalieri spesso viziati e violenti, per niente appassionati di equitazione ma che avevano comunque un gran bisogno di ben figurare in pubblico: su questo tasto batteva il Fiaschi per ottenere il rispetto del cavallo. E se si accantonano le durezze dovute alla mentalità di quegli anni si possono veder brillare le cose buone, le regole sane e corrette ancora oggi. Una di queste l’abbiamo riconosciuta subito perchè era la prima che ci ha insegnato tanto tempo fa un vecchio gentleman-driver, anche lui un ferrarese dal caratterino pepato: “Non far fare mai brutte figure al tuo cavallo. Per colpa di una tua trascuratezza o disattenzione qualcuno potrebbe classificarlo come ronzino – e un cavallo non se lo merita, mai”.

Maria Cristina Magri, 05/03/2008
p.s. un particolare ringraziamento a Davide Shamà che l'anno scorso mi mise a disposizione i dati del sito Sardimpex relativi alle famiglie Fiaschi e Sacrati.

lunedì 15 dicembre 2008

Palii, stocchi e speroni

Da "Lo Scaffale dei Classici" di Cavallo Magazine:

I Palii erano spettacolo comune in moltissime città italiane, nei secoli passati, ed esistevano precisi regolamenti resi noti tramite bandi pubblici. Uno di questi che abbiamo ritrovato elenca fin nei più minuti particolari quel che s’aveva da fare per i Palii (più d’uno durante l’anno, quindi) nella città di Modena, nel 1677: i cavalli dovevano essere approvati da una apposita commissione di Deputati, e accuratamente descritti nei registri per segni di mantello, marche, nastri e penne onde risultare perfettamente riconoscibili. Orpelli, sonagli e specchi erano proibiti, perché potevano spaventare gli altri concorrenti pregiudicandone la performance in modo irregolare; la puntualità era d’obbligo o si era esclusi dal Corso, che terminava nel punto preciso dove era esposto il Palio. Uno degli doveri imprescindibili per il proprietario del cavallo vincitore era quello di pagare le mance dovute ai donzelli della città, al torreggiano ed ai trombettieri, nonché alla persona che gli avrebbe portato il Palio a casa. Questo non era l’unico premio previsto: al secondo andava uno stocco (corto spadino affilatissimo), e all’ultimo arrivato…un bel paio di speroni!
Capitoli da osservarsi nel far correre i Palii, Città di Modena -1677.

lunedì 8 dicembre 2008

Poche chiacchiere, tanti cavalli.


Da "Lo Scaffale dei Classici" di Cavallo Magazine:
Negli anni trenta dello scorso secolo in Italia tutto quello che si poteva fare per esaltare le produzioni nazionali veniva messo in opera, e di solito in modo molto scenografico. In quel clima generale di compiaciuta ed autarchica rusticità quindi, il più nobile prodotto degli italici pascoli aveva diritto ad essere onorato come si deve: tra le tante celebrazioni del primo decennale fascista, una venne dedicata alla Rassegna Ippica. Cavalli asini muli, c’erano tutti i migliori, i più belli. Erano gli ultimi giorni del mondo dei cavalli, erano gli ultimi anni di pace. Ma ancora non si sapeva, tutto sembrava felice, il sole cantava su mantelli e finimenti, e in questa bella raccolta di immagini possiamo ancora guardare negli occhi tutti i protagonisti: le ultime fattrici derivate orientali dell’antica razza del Piave, avelignesi leggeri e sottili, tutti pettinati secondo la stessa moda con le code e le criniere bionde rese frisée dalle treccine sottilissime disfatte la sera prima, lipizzani solenni, asini bioccolosi e tutti stretti uno all’altro come scolaretti timidi alla prima gita scolastica, murgesi per la prima volta chiamati murgesi ma quasi uguali a quelli di oggi (appena qualche stellina in fronte qua e là), gli orientali siciliani, i trottatori dell’Emilia, i purosangue delle più titolate scuderie, non manca nessuno. E di fianco ci sono i loro uomini, proprio quelli che li han fatti e stanno così bene vicini, sembrano costruiti delle stesse esperienze. La cosa divertente è notare il progressivo crescere in eleganza degli abiti degli uomini, man mano che si va verso il Sud: gli altoatesini hanno gli scarponi robusti dei montanari e i cappellacci di feltro, gli emiliani blusotti di rigatino e fazzoletto al collo, i toscani già sono più composti e formali stretti nelle giacche da buttero, i pugliesi lindi nelle uniformi del Deposito Stalloni ma assolutamente nessuno raggiunge lo chic dei catanesi: compresi gli asini stalloni di proprietà del Deposito, elegantissimi, montati a sella in una speciale ripresa. Tutti in appiombi, tutti seri e corretti e con le orecchie sull’attenti, uno spettacolo di finezza resa impagabile dai protagonisti che guardano in camera con tranquillissima sfacciataggine e sembrano dire “Au, ma picchì mi stai taliannu?”. Oltre alle tante belle fotografie ci sono anche le tavole illustrate di Scaccia Scarafoni, perfette nel descrivere il tipo ideale di ogni razza.
"Rassegna ippica del decennale" - Ministero dell’agricoltura e foreste, Stab. Salomone (sic!) - Roma 1934

domenica 16 novembre 2008

Ferrature da Palio


Vedo che qualcuno ha cercato informazioni sulle ferrature da palio, ma non credo abbia trovato nulla di utile: quindi inserisco una delle mail scambiate con Giovanni "il Mut", maniscalco della stalla del Bruco che ovviamente non dirà mai a nessuno come ferra i cavalli per il Palio (e ci mancherebbe, sarebbe come se la Ferrari raccontasse i fatti suoi in pubblico....) ma è una persona speciale, una di quelle che è bello incontrare e con la quale si riesce a parlare anche di ferrature....di quattrocento anni fa! in particolare qui gli trascrivevo una parte del libro di Cesare Fiaschi che riguardava proprio le ferrature per i palii...ovvio che le cose adesso si facciano del tutto diversamente, ma è interessante ugualmente vedere cosa escogitavano, per altre esigenze, quattro secoli fa.


"Carissimo Giovanni,è stato proprio un piacere sentirti stamattina! Ti mando la trascrizione di quel trattato sulla ferratura di cui ti parlavao, l'autore è Cesare Fiaschi, famoso cavallerizzo ferraresedel '500 che scrisse il primo moderno trattato sulla ferratura, che rimase insuperato fino alla fine del '700. "D'un modo di ferro et di chiodi anco che in vezza di ramponi, chiodi da ghiaccio et creste servono. cap. VI libro terzo.Vedendo io che quelli che si vagliano per i piedi d'inanzi di ramponi accuti, chiodi da ghiaccio et creste per fare che li cavalli non slissino, non si avedono del danno che causano, però dico che vorria in suo cambio si facesse una sorte di ferro che s'adopera per cavalli barbari, ginetti et turchi quando si fanno correre al palio, che s'ataccano così bene che et forse meglio di quello che non si farebbe con le predette cose. Et questo ferro è fatto di tal modo che nella parte di fuori ha un cerchiello intorno a guisa di seghetta, la quale s'attacca benissimo nè nuoce, nè a piedi nè ancora à nervi, e bisogna sia di ferro che non habbia del tenero, anzi del crudo et temperato, poi sia ben battuo perchè s'indurisca, chè non essendo duro tosto si frustarebbe il cerchiello. Ma innanzi che si ponga in opera il ferro et che si tempri, bisogna molto ben giustarlo co' piede et se l'huomo vuol e in su alibertà di fare le punte d'esso cerchiello più et meno acute con la lima secondo che gli paicerà et parerà star meglio, et faccia che la grossezza di dietro del ferro sia uguale alli denti del cerchiello, et, volendo, nel mezo d'esso habbia alquanto dell'imbordito farsi, ma che l'imbordiggione non superi nè anco sia uguale alle punte della seghetta o cerchiello, come si vuol chiamare, ma un pochetto più bassetta di quello; et accomodato poi che sia il tutto si temperi. paiamente si può usare in cambiodi seghetta quella sorte di chiodi che ho detto nel capitolo antecendete che usano i turchi, et sia di ferro di dietro come questo che habbiam detto della seghetta".

P.s. i chiodi turchi erano quelli che Fiaschi consigliava di utilizzare su terreni accidentati e pietrosi: erano detti bastardi, avevano la testa più grossa dei chiodi normali che faceva un po' l'azione dei ramponi da ghaiccio, senza però essere acuti e puntiti come questi. Se volete leggere il libro "in diretta lo potete trovare a questo indirizzo:


Questa è l'edizione del 1603, ma il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1556.

lunedì 13 ottobre 2008

Guidati dal Duca di Beaufort

Duke of Beaufort Coach (Incisioni a mano)
Duke of Beaufort Coach (Incisioni a mano)
L’Inghilterra non è solamente la Patria dei cavalli, ma anche quella dei Duchi di Beaufort che negli anni hanno legato il loro nome a momenti fondamentali dell’equitazione come la “scoperta” della caccia alla volpe a cavallo (sport che ha poi generato i concorsi di salto ostacoli) e al completo di Badminton (che ancora oggi si svolge nelle loro tenuta), tanto per portare solo due esempi. Nei pochi momenti in cui non si trovava in serpa o comunque nelle immediate vicinanze di un cavallo, il Beaufort in carica negli ultimi anni del diciannovesimo secolo scrisse questo libro dal titolo asciutto e spiccio, per gli amanti delle redini lunghe: “Driving”, tout court. Suddiviso in vari capitoli a cura di diversi autori (molti per mano del Duca stesso, altri affidati ad amici esperti nel campo particolare trattato) questo gioiellino di simpatica autorevolezza snocciola una serie di deliziosi monologhi, tutti percorsi non solo da robusta conoscenza della materia ma anche da un notevole humour. Le diverse “penne” sono tutte accomunate da una particolare propensione a vivacizzare la teoria con l’apporto di aneddoti e racconti di fatti realmente avvenuti, proprio come si fa chiacchierando tra amici bene assortiti e accomunati dallo stesso amore – quello per i cavalli ovviamente, nel nostro caso. Inframezzate alle varie pagine, una serie di stampe e disegni scelti accuratamente o fatti eseguire appositamente illustrano molti dei momenti topici o dei personaggi raccontati, rendendo cosi ancora più viva la narrazione e portando chi legge ancora più dentro al clima che pervade ogni capitolo: un piacevolissimo momento di condivisione, sia di cose divertenti che di argomenti ponderati e importanti tecnicamente. Assolutamente impagabile la disquisizione su di un tipo di attacco piuttosto raro e difficile da condurre, il tandem, scritta da Lady Georgiana Curson.
Driving del Duca di Beaufort, col contributo di altri autori- 4° edizione Longmans, Green and Co., Londra 1894

lunedì 29 settembre 2008

Tutto il mondo è paese


Sotto lo pseudonimo “Blunt Spurs” (Speroni spuntati) si nascondeva Wilfred Blunt, che era invece tagliente, ironico e terribilmente acuto nel suo raccontare il mondo londinese di metà ottocento che gravitava attorno al cavallo di puro sangue inglese o, per meglio dire, il thoroughbred. E diventa divertente notare quanto i tic, le manie, i difetti, le debolezze degli uomini che vivono vicini ai cavalli (allevatori, proprietari, commercianti, acquirenti) siano sempre gli stessi di oggi, indipendenti quindi da qualsiasi latitudine o riferimento temporale. In questo piccolo libro sono pubblicate insieme tre lettere e qualche appunto sparso usciti separatamente sotto forma di pamphlet, molto conosciuti e attesi dal pubblico che attendeva con ansia di poter leggere ancora le punzecchiature eleganti di Blunt Spurs, il giustiziere di Piccadilly. E vale la pena sforzarsi di tradurre il loro inglese un po’ datato e gergale, perché è come trovarsi improvvisamente ritratti in un quadro d’epoca che non si conosceva: e si riescono così a prendere le distanze da noi stessi e ridere un po’ di quei personaggi lontani che però ci somigliano così tanto. Il commerciante che spergiura essere il cavallo “dritto come una freccia……e se per caso non lo fosse questo prova che è un purosangue, perché i purosangue – si sa - hanno tutti gli anteriori uno diverso dall’altro…” potrebbe essere tranquillamente preso di peso e trasportato nel ventunesimo secolo, e nessuno si accorgerebbe di nulla. Molto interessante anche perché rileva le trasformazioni morfologiche del tipo purosangue nel secolo diciannovesimo.



Three letters on the Horse, Master and Donkey di Blunt SpursLondon 1883, W.Ridgeway, seconda edizione.


lunedì 25 agosto 2008

Per fare un cavallerizzo ci vuole...un gentiluomo colto!



Questo è in definitiva il pensiero di Claudio Corte, letterato e cavallerizzo di Pavia che dedicava questa sua opera ad illustrare minutamente ogni aspetto che avesse attinenza con l’equitazione, i cavalli, il loro allevamento e la loro cura e il modo di governarli, e le persone addette a queste mansioni. E per spiegare come mai tante sfaccettature diverse tra loro concorrono a comporre la figura unica e apparentemente distaccata da tali minuzie di un perfetto cavallerizzo di Corte, usa il classicissimo escamotage di ambientare in un giardino una filosofica discussione tra amici: riporta così, parola per parola, l’arguto e cordiale duello di parole e di idee che avviò con Fra’ Prospero, cavaliere milanese di grande fama e cultura e che faceva la parte dell’avvocato del diavolo e chiedeva ragione del perché un cavallerizzo si dovesse occupare di tante cose che non fossero il semplice montare a cavallo. Da notare che alla tenzone verbale, tenuta nel dilettevole giardino di Agostino Chigi, assistevano il gentiluomo Giambattista Pignatelli, messer Roberto mantovano, l’illustrissimo Signor Giulio Orsino e belle dame e altri cavalieri e nobiluomini famosi dell’epoca: una vera fortuna poter assistere anche noi, dal nostro angolino di futuro, e farci tener compagnia da tanti protagonisti della storia dell'equitazione, e non solo di quella.

Il cavallerizzo, di Claudio Corte – appresso Giordano Ziletti all’insegna della Stella, Venezia MDLXII

mercoledì 6 agosto 2008

Un amico di grande peso




Idelfonso Stanga era un grande appassionato di attacchi, con un amore ancora più grande per i cavalli di grossa mole in generale ed i Clydesdale in particolare. Uomo di scienze e di fine intelligenza era capace di giudicare obiettivamente sé stesso e le proprie manie riconoscendone oggettivamente i lati negativi, e forse proprio per questo poteva perseverare in esse con la coscienza tranquilla di chi sapeva benissimo dove sbagliava. In questo libricino scritto col suo personalissimo stile fatto di osservazioni lucide e serie ma espresse in modo originale, leggero e quasi dissacrante tocca il problema dell’allevamento dei soggetti da tiro pesante in Italia, con una disamina cosi logica dei fatti e conclusioni cosi sensate che potrebbero essere d’aiuto anche oggi per l’allevamento del cavallo sportivo nel nostro paese: il passo dove si augura che gli sportsman e gli allevatori “pratici” aumentino la loro cultura teorica, e gli ippologi accademici incrementino invece la pratica zootecnica cessando l’antagonismo che li vede contrapposti è ancora tristemente attuale. Ma leggendo queste pagine, è curioso poter vedere prima ancora che nascesse quello che oggi è l’ultimo dei grandi cavalli agricoli che ancora abbiamo in Italia, il Tiro Pesante Rapido: negli obiettivi, nei sogni e nei desideri di Stanga infatti c’erano tutti i cavalli che sono poi serviti per costruire il grande sauro che oggi sembra il superstite di un mondo perduto e che invece era ancora di là da venire, soltanto novantanove anni fa. Il pregio di questo libro è la capacità che ha di spiegare anche a noi come e perché servissero questi tipi di cavalli che al giorno d’oggi, lontani dalle necessità che li hanno prodotti, facciamo fatica a comprendere appieno. E senza capire esattamente il perché sono stati voluti come sono, si perde la possibilità di apprezzare le singole peculiarità e le tante sfumature che li rendono unici.
Maria Cristina Magri
Idelfonso Stanga, Il cavallo da Tiro Pesante Crotta d’Adda 1905

venerdì 27 giugno 2008

Il Maestro delle Principesse


Nella Francia di metà ottocento, passati il terrore della Rivoluzione e le tempeste di Napoleone, si ritrovavano lentamente le abitudini aristocratiche del secolo precedente: tra le altre, il gusto per l’Arte dell’Equitazione. Ai sopravissuti dell’Anciéne Régime non pareva vero di poter riparlare senza timore degli anni della gioventù e della corte di Maria Antonietta, e per un vecchio ecuyér come Aubert, cresciuto al Maneggio Reale delle Dame fu un piacere insperato poter scrivere nel 1842 un libro dedicato alle gentili amazzoni, per parlare della sua esperienza ma anche ricordare i tempi andati che lo videro giovane, in una corte splendida come quella francese. In questo libro sull’equitazione femminile Aubert ne spiega le caratteristiche peculiari e le particolarità tecniche, e ci fa sentire il profumo un po’ antico di un mondo fatto anche, sorprendentemente, di signore veramente esperte dell’Arte, in grado di condurre il lavoro di una ripresa di saltatori e di assumersi la responsabilità di condurre Haras e Scuole Accademiche, come madame de Brionne. Un lungo viaggio tra due epoche completamente differenti divise da appena mezzo secolo. Il tutto, calandoci nella realtà molto particolare del mondo equestre al femminile, condizionato nel 1840 dal tipo di sella utilizzata, preferita in quanto permetteva sì alla dama di mantenere un’eleganza delicata di abbigliamento e accessori ma che non permetteva un assetto così solido come quello delle amazzoni del secolo precedente, molto più sicure in sella e molto più libere di montare veramente – ma vestite e calzate come uomini e che spesso montavano à califourchon. In questa assurda non-evoluzione, il Nostro si conforta facendo notare la dovuta importanza dell’addestramento particolare del cavallo destinato ad una signora, addestramento lungo e paziente che permetteva alle Dame Reali di galoppare per i boschi nelle cacce e che cinquant’anni dopo veniva democraticamente messo a disposizione di quante signore dell’alta borghesia se lo potessero permettere. Signore più moderne delle dame col tricorno ma più legate, costrette e limitate nelle loro possibilità da una serie di accessori (dalla sella, al busto ed agli abiti) che parevano inventati apposta per renderle così insicure da non poter essere autonome né indipendenti a cavallo, tutte ravvolte in delicatezze estetiche e formali legate alla moda quando un buon paio di stivali robusti e una sella che permettesse un assetto più sicuro avrebbero permesso loro di montare tanto bene quanto le colte dame del settecento – incipriate sì, ma con i calzoni di pelle di daino sotto i merletti delle gonne.
Equitation des dames, di P.A. Aubert - Parigi 1842

venerdì 30 maggio 2008

Attacchi di passione



Il mondo dei cavalli è sicuramente una piccola realtà a sé stante, specialmente al giorno d’oggi: la velocità della vita “normale” è del tutto differente da quella necessaria a godersi nel modo migliore un cavallo. E anche all’interno di questo strano mondo trasversale (dove può capitare di sentirsi più vicini ad un cavallerizzo di tre secoli fa che ad un contemporaneo ma superficiale monta-cavalli usa-e-getta) ci sono “luoghi” diversi o poco conosciuti che si scoprono al meglio solo con una buona guida. Ad esempio, per chi volesse conoscere il piccolissimo mondo degli attacchi da show inglesi dal 1900 al 1915 la guida migliore è questo libro di Bennett: innamorato di Hackneys e altri trottatori prende per mano il lettore e gli fa conoscere uno ad uno tutti i più famosi cavalli che si fecero ammirare da soli, in tandem, pariglia o equipaggi sui verdi britannici rings. Uno per uno li descrive e li racconta come protagonisti assoluti ed interpreti principali di una rappresentazione mai più replicabile, tenutasi quando il tempo degli uomini era ancora lo stesso dei cavalli. Ogni capitolo è dedicato ad uno soltanto di loro, o ad una pariglia o ad un equipaggio particolari e ne vengono descritti la storia, gli antenati, le caratteristiche, piccoli episodi della loro vita oltre che di quella dei loro allevatori, guidatori e proprietari. E per ognuno c’è una fotografia, un commento, una confidenza raccontati con la semplicità quotidiana delle chiacchiere che anche oggi facciamo guardando un bel cavallo in azione. La relatività del tempo e dello spazio salta fuori nei contesti più inaspettati: spesso, leggendo un bel libro come questo.

Famous Harness Horses, di Geoffrey D. S. Bennett- Welbecson Press Ltd, London 1926.

giovedì 15 maggio 2008

Caroselli, storia e cavalleria


A volte, il Sistema naturale di Equitazione è stato seguito con una rigidezza e con un dogmatismo formale che non erano né previsti né voluti dallo stesso Caprilli, i cui precetti indirizzati ad una necessità ben precisa (l’addestramento militare) vennero estesi a situazioni anche molto differenti senza adattamenti né variazioni. In questo libro il generale Conte Fè d’Ostiani descrive gli antefatti ed il terreno sul quale crebbe poi il Metodo, illuminando molti angoli bui e sconosciuti ai più anche a causa di una storica durissima guerra di pensiero combattuta più su libri e riviste che nei maneggi o nei concorsi ippici. Per intenderci, la posizione di Fè d’Ostiani rispetto al vero senso delle parole di Caprilli (pochissime in confronto a quelle dei suoi allievi scrittori) non è certo quella tenuta dal Badino Rossi nei suoi scritti. Tra un Carosello ed una “grida”, tra una fotografia in costume ed una citazione accorta e ben mirata, il generale ci porta con grazia ed impeccabile lievissimo stile tra le apparenti frivolezze di un’arte che sotto la forma, nasconde sempre una solidissima sostanza che si palesa nella sicurezza con cui il narratore vola da un argomento all’altro passando sempre per collegamenti logici e storici inappuntabili. Veramente un raro esempio di indipendenza di pensiero, capacità di giudizio critico e obiettività storica il tutto riunito in una persona che amava proteggere sotto un’aria lieve e disimpegnata capacità e sensibilità notevoli, evidenziate proprio dal suo modo cosi volontariamente demodè di porgersi. Molto belli ed interessanti anche i resoconti delle varie manifestazioni storiche in costume che in quel periodo si ripetevano spesso in tutto il Regno, con tanto di informazioni precisissime ed accurate sulle modalità, usi, regole e costumi dei tornei medioevali.
Fè d’Ostiani, "L’Equitazione nei suoi differenti rami in Italia dal 1867 al 1931"- Fratelli Bocca Editori - Torino 1932

mercoledì 30 aprile 2008

Il manuale del perfetto ufficiale


Ancora dallo scaffaletto di Cavallo Magazine:
Agli inizi del 1900 l’Europa covava rivalità e malumori che avrebbero portato alla Grande Guerra. Nell’attesa, il Regio Esercito non stava con le mani in mano e trasformava l’ormai obsoleto apparato di stampo risorgimentale in qualcosa di più moderno, che integrasse al meglio ogni nuova possibilità tecnica o umana: quindi nuove armi, nuove didattiche (basti pensare a quanto stava facendo Caprilli per l’equitazione militare) e nuovi uomini da inserire in organico: gli ufficiali di complemento richiamati in servizio e quindi non provenienti dai ranghi degli ufficiali di carriera. A questi in particolare era dedicato il vade-mecum del generale d’Ottone, un Bignamino di regolamenti, norme ed istruzioni che aveva anche lo scopo di aiutare gli ex-borghesi a vestire in modo dignitoso i panni (elegantissimi, per la verità) dell’ufficiale di cavalleria. Risultano molto interessanti la parti relative all’igiene del cavallo e alla condotta in campagna dei cavalieri; si ritrovano già in gran parte l’onesto buon senso dell’uomo di cavalli e le regole fondamentali di governo e cura del cavallo che i mitici marescialli istruttori di equitazione passeranno nei decenni successivi ai loro allievi anche civili, contribuendo in modo fondamentale al diffondersi di una cultura equestre solidamente pratica, ma estremamente efficace e positiva.
“Vade-mecum per l’Ufficiale di Cavalleria” di Fortunato D’Ottone, Casa Editrice Italiana – Roma 1905 (3° ed.).

giovedì 27 marzo 2008

Un innamorato respinto


Dallo Scaffale dei Classici di Cavallo Magazine!

All’epoca della pubblicazione dei suoi articoli sulla Rivista di Cavalleria, il maggiore veterinario Lupinacci era un cinquantenne prossimo alla fine della sua carriera nell’Esercito. Una così lunga esperienza in mezzo al mondo di cavalieri, proprietari, maniscalchi, allevatori, palafrenieri ed altri personaggi più o meno bene intenzionati aveva raffreddato bruscamente quelli che erano stati gli entusiasmi giovanili di un medico veterinario votato alla missione del benessere animale, e rese amare le sue riflessioni su animali e persone. Ma nonostante il tono pessimistico, i suoi racconti a cuore aperto sono preziosissimi per la quantità di aneddoti e notizie che ci tramandano e che sarebbero andati persi altrimenti, di solito trascurati da altri scrittori più sobri e formali; notevoli anche lo studio e la ricerca che traspaiono dalle sue pagine, e qualche piccolo errore di attribuzione non macchia comunque l’ammirevole grado di cura che aveva avuto nello sviscerare ogni più piccolo aspetto di quell’essere misterioso, amato e disprezzato allo stesso tempo che era per lui il cavallo. Perché stranamente l’aspetto più accattivante dei suoi scritti è proprio questo: dalla sua amarezza, dalle sue critiche, dalle sue deduzioni filosofiche spesso sbagliate per ignoranza delle più elementari nozioni di etologia, dalle sue filippiche ironiche tese a sfatare l’aura di nobiltà e coraggio che circondava il cavallo risalta ai nostri occhi l’atteggiamento deluso della persona ferita nel suo orgoglio da chi amava, invece, profondamente. Insomma, il nostro Lupinacci si comporta esattamente come chi è andato clamorosamente per le terre a più riprese, e non essendo in grado di montare a cavallo decentemente finisce per ritenere l’incolpevole animale stupido e pauroso. Probabilmente se il maggiore veterinario fosse stato un cavaliere più dotato, il tono dei suoi per altro utilissimi scritti sarebbe stato molto diverso.
Attraverso il mondo ippico del Magg. Francesco Lupinacci – Casa Editrice Italiana, Roma 1905

sabato 23 febbraio 2008

Tre piccoli libri….e un mistero


Dal mio Scaffaletto dei Classici su Cavallo Magazine:

Dei tanti libri dedicati al cavallo i più desiderati dai filologi equestri sono tre, per la precisione tre quaderni manoscritti riguardanti imboccature e morsi che secondo alcuni studiosi francesi (Mennessier de La Lance in testa) sarebbero stati scritti da Giovan Battista Pignatelli, maestro napoletano dell’equitazione accademica.
Occorre precisare che secondo i suoi allievi diretti il Pignatelli non avrebbe scritto nessun libro ma tant’è, il fantasma di questi quaderni venduti all’asta in Francia alla fine dell’ottocento e poi scomparsi aleggia sulle librerie di ogni studioso della storia equestre che si rispetti. Curiosamente alla Biblioteca Estense di Modena esistono tre quaderni che sembrano essere un catalogo completo di imboccature (compresi i morsi spezzati in tre parti inventati proprio dal Pignatelli, più dolci di quelli fino ad allora usati) con annotazioni concise che ne illustrano utilizzo e virtù. Su uno dei tre quaderni qualcuno il 4 giugno 1580 ha annotato un promemoria di spesa per selle e finimenti, come si fa con le cose che si hanno per le mani da un po’ di tempo e finiscono per servire ad altro rispetto allo scopo iniziale. I disegni sono splendidamente realizzati a china ed acquerellati con garbo, dando grande chiarezza ai particolari di costruzione. Sembrano proprio quello che potrebbe aver pensato di far realizzare un cavallerizzo intelligente e didatticamente dotato, ma molto pratico e con poca propensione per la scrittura ricercata.
Verrà mai svelato il mistero dei tre quaderni scomparsi di Pignatelli?
Non lo sappiamo, ma questi tre di Modena sono comunque splendidi.
Cataloghi di imboccature e morsi, collocazione α.s.1.16 – 17 – 18 del fondo Manoscritti Antichi alla Biblioteca Estense Universitaria di Modena.

lunedì 4 febbraio 2008

Per ricordare il capitano


Sempre dallo Scaffaletto dei Classici di Cavallo Magazine.

Cinquant’anni dopo la morte di Caprilli la Federazione Italiana Sport Equestri scelse un ottimo modo di ricordarlo: diede alle stampe una nuova edizione di quel piccolo gioiello che era il Manuale “ad uso degli allievi e dei giovani cavalieri, nonché degli istruttori delle Scuole di equitazione che riunisce ed illustra le principali nozioni e norme del sistema di equitazione naturale, sistema che da oltre cinquant’anni è stato applicato in Italia con ottimi risultati” come dice testualmente la prefazione. Le citazioni dagli scritti di Caprilli inserite nei vari paragrafi permettevano di capire meglio il perché di certe scelte tecniche ed i motivi che le dettarono: acuire lo spirito di riflessione e di osservazione degli allievi, coltivarne la sensibilità e far loro conoscere il principio che sta alla base del sistema, cioè “lasciare il cavallo libero nei suoi atteggiamenti naturali, assecondarne i cambiamenti di equilibrio senza imporgli nessuno spreco di energia fisica e nervosa oltre quella strettamente necessaria per compiere il lavoro richiesto”. Il manuale che gli allievi Fise hanno a disposizione ora, a cento anni dalla morte di Caprilli è ben diverso da questo del ’57 e non parla né dell’ideatore né del Sistema. D’altra parte, non può parlare nemmeno di ottimi risultati conseguiti dai cavalieri nazionali…

“Manuale di equitazione”, F. I.S.E - Edizione 1957, Tipografia G. Pettigli, Roma.

sabato 2 febbraio 2008

Un cavallo e il suo ragazzo


Un ragazzo e il suo cavallo di C.S. Lewis, Mondatori Junior Fantasy

Una parte del famoso ciclo di Narnia di Lewis è stata appena trasposta sul grande schermo dalla Walt Disney, ma i sette libri che la compongono disegnano una storia molto più complessa e vasta. Uno di questi mi piace particolarmente perché parla della avventurosa fuga verso la magica terra natìa di un cavallo e di un ragazzo, entrambi provenienti dalle terre nate dal canto di Aslan, il Leone Divino. I due si incontrano per caso ma scelgono di scappare insieme per porre termine alle loro diverse schiavitù e durante il viaggio incontrano avventure e compagni che li fanno crescere e conoscere meglio loro stessi, difetti compresi. Come negli altri libri del ciclo Lewis si rivolge chiaramente ad un pubblico giovane ma il suo talento di narratore si fa leggere con gusto anche da lettori più maturi: con le sue sortite all’esterno della storia tramite le osservazioni dirette al lettore dalla voce narrante e che sono sempre delicate e puntuali osservazioni pedagogicamente impeccabili, gli adulti possono fare un bel ripasso sulle modalità più efficaci per comunicare in modo piacevole ed utile con quella popolazione affascinante, complessa e permalosa composta da ragazze e ragazzi fino ai quattordici anni o giù di lì. Una curiosità: nell’opera originale inglese il titolo è “The horse and his boy” cioè letteralmente “Un cavallo ed il suo ragazzo”…il ribaltamento del significato in questa traduzione la dice lunga sul tipo di sensibilità ed ironia che il traduttore si aspetta di trovare nel pubblico italiano, ahimè.

lunedì 14 gennaio 2008

Record inglesi, e non solo!


Visto che le recensioni vi sono piaciute, continuo a girarvi i vecchi "scaffaletti" che ho pubblicato su Cavallo Magazine!

La classificazione e l’archiviazione sono lavori oscuri e poco grati, che non attirano l’attenzione dei più. Ed è un peccato perché senza la pazienza di chi in epoche pre-informatiche raccoglieva e ordinava montagne di dati e tonnellate di informazioni di vario genere nemmeno i più brillanti studiosi avrebbero potuto lavorare così facilmente. Nel campo dell’equitazione, ad esempio, solo pochissimi si sono cimentati nella colossale impresa di fare ordine nel caotico corpus delle innumerevoli opere a tema ippico scritte e pubblicate da Kikkuli in poi: uno di questi pochissimi è il britannicamente sobrio e conciso Huth. Non commenta nessun libro, non dà pareri né giudizi, si scusa in anticipo per le inevitabili omissioni: ma riesce comunque a far trasparire, in quello che ai poco attenti potrebbe sembrare un arido elenco, la sua personalità. Inserendo a fianco dei testi di ippologia anche le pubblicazioni d’arte, non dimenticando nemmeno le specializzazione artigiane chiamate in causa dall’uso del cavallo e dando spazio anche ai piccoli trattati stranieri a diffusione locale ma reperiti comunque grazie ad una fitta rete di amicizie e corrispondenze si intravede come in filigrana l’uomo che cerca di nascondersi il più possibile dietro titoli e nomi altrui. Inutilmente, visto che la sua passione e la sua accuratezza traspaiono dal metodico ed intelligente lavoro svolto, intrapreso ben prima del Menassier-La Lance e del Torresilla. Lavoro per noi utilissimo, visto che sapendo dell’esistenza di qualcosa si può provare a cercarlo (ed avendo dati precisi su titolo, autore e data di pubblicazione una modernissima ricerca sul web si rende possibile proprio grazie a questo antico e paziente lavoro, scritto ai tempi del calamaio).
A bibliographical record of hippology, di F.H. Huth – Quaritch, London 1887

martedì 8 gennaio 2008

Il Paradiso sulla terra



Mi sto ristudiando i cavalli arabi, ripesco una recensione del mio Scaffaletto dei Classici perchè sono in piena crisi da ricordo commosso....Amur era l'arabo perfetto, che cavallo fantastico! ecco per voi dal mitico Cavallo Magazine:

"Si può aggiungere poco alla fama di un classico come “I cavalli del Sahara”, scritto da Daumas e tenuto come testo fondamentale sui cavalli arabi ed il loro mondo sin dalla prima edizione da chiunque volesse approfondire la propria conoscenza in merito ai “bevitori di vento”. Il generale Daumas (Consigliere di stato e Direttore degli Affari per l’Algeria) approfittò della sua permanenza tra le popolazioni arabe per studiare il loro profondo rapporto con quel meraviglioso compagno che aveva già affascinato anche gli europei, il cavallo del deserto. Fu quindi il primo a portare in Europa almeno una parte del patrimonio culturale arabo legato al cavallo, e cominciò a svelarne i rapporti complessi e strettissimi che lo stringevano all’uomo musulmano in un abbraccio fatto di regole allevatoriali, notazioni religiose, cultura popolare e soprattutto profonda passione, una simbiosi nata da necessità ma cresciuta poi come affinità assoluta e totale. Per trovare qualcosa di “nuovo” su quest’opera, dobbiamo spigolare tra le dediche e aggiunte fatte al testo per la sua terza edizione francese: ad ogni capitolo vennero fatte seguire le osservazioni e le note dell’Emiro Abd-el-Kader (che non riesce a nascondere sotto l’elegante veste francese delle parole il cuore caldo, fantasioso e appassionato del suo spirito arabo), e tra le lettere indirizzate all’autore e riportate nell’antefazione spicca quella del Comandante della Scuola di Cavalleria di Saumur, D’Aure, che auspica a chiare lettere anche per i cavalieri europei un rapporto così collaborativo ed intimo con il proprio animale (“mentre troppo spesso i nostri cavalieri si comportano come un macchinista con la sua locomotiva a vapore”). Ed una cosa accomuna tutti – cavalieri francesi e cavalieri arabi, accademici dell’Impero e filosofi del deserto: riconoscere l’importanza dello straordinario attaccamento degli arabi ai loro cavalli perché tenendoseli vicini e facendo loro vivere la vita della famiglia stessa, i beduini del deserto hanno prodotto un cavallo che non è uno strumento passivo ma vivo protagonista ed amato compagno di tutti i momenti. Perché per loro, come impetuosamente spiegava un marabout all’autore, “i cavalli sono la nostra ricchezza, la nostra gioia, la nostra vita, la nostra religione”. E se venivano privati del loro tesoro durante una battaglia a fianco dei francesi, nulla valeva come ricompensa o sostituzione: “non è il suo valore come monta che reclamo, è la mia giumenta, figlia della mia giumenta che era figlia della giumenta di mio padre…”.
“Les chevaux du Sahara” del generale E. Daumas – 3° edizione , Michél Levy frères, Paris 1855
Maria Cristina Magri

giovedì 15 novembre 2007

Medici Archive Project


Il Medici Archive Project
ovvero
Sul come non perdersi la Storia in un viaggio che dura da 500 anni.

Montagne di carte sostengono tutti i palazzi della nostra cultura, metaforici o meno che siano: in Archivi di Stato o Diocesani, in Biblioteche Universitarie, pubbliche o private libri, incunaboli, cinquecentine e infiniti fogli sciolti scritti pazientemente con penna e calamaio parlano di antiche storie, drammi privati e pubblici festeggiamenti, splendori lontani e normalissime quotidianità di un tempo che non conosciamo più.
Però nessuno li ascolta: chi si tuffa oggi in quel vastissimo mare di parole spesso inesplorate, non classificate e quindi non facilmente recuperabili ed utilizzabili?
Quasi nessuno, perché in pochi hanno il tempo necessario a raggiungere i mille luoghi dove sono custodite e studiarle a dovere.
Eppure a Firenze esiste una formidabile eccezione a questo silenzio secolare, lì le carte parlano e la voce gliela ha ridata il Medici Archive Project.
In tredici anni di lavoro questa fondazione ha tradotto e riscritto in formato digitale 3.000.000 di lettere dell’Archivio Epistolare Mediceo (dal 1537 al 1743) custodite qui, all’Archivio di Stato in 6.249 volumi che i ricercatori della Fondazione (scelti con borse di studio di tre anni tra i dottori in ricerche umanistiche di ogni nazione) hanno riversato in una banca dati che oggi è disponibile a chiunque voglia collegarsi al sito www.documentrs.medici.org .
Chi ha avuto la forza e la capacità di immaginare e portare a termine un progetto così complesso è Edward Goldberg, una persona in cui le qualità imprenditoriali si coniugano in modo singolare con l’amore per la cultura umanistica; e dopo dodici anni di lavoro il MAP è finalmente in rete.
Per capire quanto sia entusiasmante uno strumento del genere bisogna provarlo (e tanto per non smentirci noi cerchiamo cavalli): la ricerca è immediata, la tecnologia quella più familiare anche al navigatore più semplicemente intuitivo - basta aver voglia di curiosare e la storia rivive sotto i nostri occhi.
Digitiamo una parola chiave “equestre”, poi il tasto magico – search! – e si apre il sipario, lo spettacolo comincia, i protagonisti prendono la parola e raccontano, elencano, chiacchierano, riferiscono, comandano e spiegano: è bellissimo.
Possiamo curiosare tra i “venti giannetti bellissimi et in specie di quattro de’ migliori de Spagna” e le “sette mule di tutta perfezione” da essere attaccate alla loro brava carrozza da campagna che nel 1659 il marchese di Lecce regala alla Sua Cattolica Maestà Filippo IV di Spagna, o chiederci se poi Cosimo II trovò il benedetto “giannetto morello” che non riusciva a farsi acquistare da nessuna parte se non a costi altissimi (Granduca sì, spendaccione mica tanto); e poi ancora più indietro su per i rami degli anni e nel 1567 vediamo Cosimo I in persona dare indicazioni spicciole ad un suo fattore a Pisa per recuperare tegole da una vecchia chiesetta (che fosse genetica la propensione al risparmio?) e soprattutto farsi rimandare quattro stalloni che vengono reputati non più buoni per la monta, ma che evidentemente potevano svolgere ancora qualche servizio nelle scuderie di Firenze.
Sempre attorno a quegli anni c’era un intenso scambio di cavalli, cortesie e regali tra Francesco de’ Medici e i Gonzaga di Mantova, che galantemente si inviavano l’un l’altro ubini, corsieri e chinee come segno della più nobile generosità possibile.
Fin quando non era necessario comprare quel che davvero si voleva con ducati sonanti, e allora possiamo ascoltare il Granduca di Toscana informare il Vicerè di Napoli che “…Giovan Battista Pignatello vien mandato dal S.r Pavulo Giordano Orsino, mio genero, per provedere una dozzina di cavalli fatti e puledri, ma ne desidererebbe sei della razza Regia…et quel che più importa che V. Ecc.a gli desse licentia di cavargli del Regno per condurgli qua”: che il Granduca sarà anche stato di manica stretta, ma evidentemente sapeva scegliersi benissimo i consiglieri se mandava a comprargli cavalli proprio il Pignatelli in persona, il Maestro di quella Accademia napoletana che divenne poi un faro per tutta l’equitazione europea.
Ogni documento è un tesoro, ogni pagina una giornata che rivive e sembra di sentire scalpitare i cavalli sul selciato mentre gli uomini di scuderia trafficano sullo sfondo, le voci educate dei corrispondenti si intrecciano a quella più secca e decisa del Granduca, tintinnano finimenti e speroni, qualche voce di donna sussurra saluti e ringraziamenti, nitriti di cavalli che si chiamano tra loro e il sole che brilla di nuovo su tutto, fattori e nobili, scozzoni e giannetti, ambasciatori e cavallerizzi.
E’ lo stesso nostro sole, avete visto?e anche noi uomini in fondo siamo gli stessi:
ancora alla ricerca costante di un contatto con gli altri, sempre cercando un modo migliore di comunicare e possibilmente tenendosi un cavallo vicino.

Maria Cristina Magri

Post più popolari

Powered By Blogger