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lunedì 26 settembre 2011

Puri come il deserto

Da Cavallo magazine di settembre 2011:


 Puri come il deserto.
testo di Maria Cristina Magri

Sembrano fatti di emozioni: eleganza, leggerezza, orgoglio e forza. La materia con cui sono costruiti pare non avere nessuna importanza, è lo spirito che li anima a renderli unici, i cavalli per eccellenza: sono i Puro Sangue Arabo o per meglio dire El Asil, i Puri nella lingua dei Beduini. Estremamente resistenti e frugali, così preziosi geneticamente da essere stati usati come miglioratori (o fondatori, tout-court) per la maggior parte delle razze equine esistenti: Arabi e Berberi sono i padri del Puro Sangue Inglese, tutte le razze da sella o attacchi europee e americane sono state scaldate dal loro sangue - dal Quarter all'Hannover, dal Lipizzano all'Haflinger per non parlare dell'Orientale Siciliano e dell'Anglo-Arabo, arrivando fino al Percheron. Conservano tutta la loro impronta esotica nonostante galoppino da secoli anche dentro la nostra storia: già nel Rinascimento Giovanni dalla Bande Nere ne riconosceva l'importanza come cavalli da impiegare in guerra rivoluzionando l'uso che fino a quel tempo si era fatto della cavalleria e il regalo più ambito dai potenti, la preda di guerra più preziosa era sempre un nobile stallone di provenienza orientale. Quel posto che era stato riservato loro in Europa come eleganti soggetti da maneggio lo hanno usato per far vedere l'acciaio di cui sono fatti: dopo la durissima Campagna di Russia, tra i cavalli degli ufficiali di Stato Maggiore di Napoleone solo gli Arabi erano sopravvissuti alle privazioni e ai rigori della terribile ritirata e ai nostri giorni, nelle più massacranti gare di Endurance, non c'è altro soggetto che possa contendere loro le vittorie più prestigiose.
Ma da dove vengono questi cavalli eccezionali, chi li ha fatti diventare quello che sono?
Sono nati dai deserti della penisola arabica, grazie ai Beduini.
E' lì, sulle sabbie e le pietre tra il Mar Rosso e l'Eufrate che, nel secondo secolo dopo Cristo, i nomadi del deserto cominciarono veramente ad allevare cavalli e ad importarne alcuni dall'Egitto, dalla Cappadocia, dalla Siria, dalla Palestina. Il tutto in un ambiente ostile, arido e poverissimo. Fino a quel momento si erano serviti soltanto di asini e cammelli, e ci vollero ancora duecento anni prima che i loro cavalli fossero sufficientemente numerosi da poterli almeno in parte sostituire. I cavalli importati dai Beduini erano animali di lusso che provenivano da paesi ricchi, dotati di scuderie raffinate: servirono generazioni intere, decimate da una selezione naturale durissima e dalle prestazioni quasi feroci richieste dalla vita nomade per arrivare a lui, il Puro.
Il sesto secolo vide non solo un rapido sviluppo del loro allevamento ma anche la nascita di Maometto, il Profeta, nel 570 d.C. Mohammed era della tribù dei Quraysh, un guidatore di carovane coraggioso e intelligente che si era guadagnato un'ottima posizione. Ma amava meditare in solitudine sul monte Hira, e una notte gli apparve l'Arcangelo Gabriele: gli disse che lui era il prescelto da Dio, e Maometto cominciò a predicare l'Islam, il dovere dell'uomo di accettare la volontà di Allah, unico e solo Dio.
Fare cose del genere in un mondo di animisti e politeisti può creare problemi: parte della sua famiglia fu sterminata, Maometto costretto a fuggire. Era il 20 settembre del 622: il calendario islamico parte da questa data, il giorno della «Hegira». Si rifugiò a Jatrib, tra i Beduini e li trovò pronti ad accogliere Allah. E scoprì i loro cavalli: resistenti, veloci, indispensabili per razziare al volo e scomparire nel deserto. Divenne abile nell'assaltare le carovane tanto quanto lo era stato nel guidarle, e furono proprio i settanta cavalli di cui disponeva che nel 624 gli permisero di fare un colpo ricchissimo, assaltando la carovana di Abu Sufyan. I successi continuarono costanti, e l'Islam conquistò la Siria, la Persia, l'Egitto poi Tripoli, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Spagna: l'Islam era stato capace di unire popoli diversi e conquistare sempre nuove terre, grazie ai preziosi cavalli dei Beduini. Maometto era perfettamente cosciente della loro importanza, e li amava: si rallegrava sentendo i loro nitriti, legò a precetti religiosi le norme che ne miglioravano l'allevamento. Ma non dimenticò di incentivare anche in modo più pratico la loro diffusione: chi andava in battaglia con un Asil riceveva il doppio di bottino rispetto a chi montava un cavallo kadish, impuro.
La purezza delle origini era ed è alla base della selezione: un Arabo è Asil solo se figlio di uno stallone Asil e di una fattrice Asil, non vengono accettati come riproduttori soggetti su cui esista un dubbio di origine per quanto belli siano morfologicamente. In Arabia, tra i Beduini le fattrici vengono coperte solo davanti a testimoni che assistono anche alla nascita del puledro per garantire la sua discendenza da fattrice pura.
Questa mania per la purezza genealogica ha ragioni pratiche: la mortalità spaventosamente alta dei puledri (alla fine XX secolo era ancora del 50%) e la scarsità di cibo ed acqua a disposizione rendevano indispensabile ottimizzarne l'investimento, pena la morte per sete e inedia non solo dei cavalli ma dell'intera tribù. Ci si poteva permettere il lusso di far riprodurre solo le linee di sangue che avevano già dimostrato la loro resistenza, ogni soggetto arrivato da altrove inserito in razza avrebbe portato una dose massiccia di variabili genetiche sconosciute, non depurate dalla selezione ambientale e aumentato quindi la mortalità dei puledri.
L'altro cardine dell'evoluzione degli Arabi è stato il livello delle prestazioni: i cavalli nel deserto dovevano non solo sopravvivere ma anche galoppare come il vento e a lungo, quando serviva. Indispensabili nelle guerre, arma preziosa da non lasciar cadere in mano ai nemici (era punito con la morte chi vendeva un Asil ai cristiani, gli avversari, che avrebbero potuto servirsene contro i musulmani) erano anche il compagno migliore del Beduino durante le razzie, che non servivano solo ad aumentare la sua ricchezza ma anche l'onore personale per mezzo di azioni coraggiose e temerarie.
Gli Asil sono stati cresciuti per secoli nelle tende con la famiglia del padrone, abituati al contatto con l'uomo dal primo giorno di vita e quindi fiduciosi, disponibili e generosi: l'addestramento era dolcemente graduale, ogni richiesta troppo precoce o pesante era dovuta soltanto alle esigenze crudeli che la vita nel deserto poteva imporre, pena la vita, a tutta la tribù: uomini e cavalli condividevano le stesse asprezze e lo stesso destino.
Chi lo direbbe guardando queste creature meravigliosamente eleganti che sono il prodotto della fatica più cruda, dell'ambiente più ostile? Da noi una gran parte degli Arabi viene riservata agli show di morfologia: un controsenso guardando alla storia della razza, che non ha mai considerato la bellezza del modello un criterio di selezione. Ma ci sono anche gli altri Arabi, quelli dell'Endurance dove nessuno è loro pari per resistenza e capacità di recupero. Prove funzionali da veri Asil: e a volte i migliori ritrovano la strada del deserto, vengono comprati da qualche Emiro e tornano in Arabia.
Gare di fondo al posto di una battaglia, acquisti spettacolari a suon di petrodollari invece di razzie nel deserto: e tutto per avere il migliore, il più forte, il più puro, capace di volare senza ali e portare sulla sua groppa quel poco di Paradiso che possiamo avere sulla terra.

Il poeta ha detto.
Non esiste un solo tipo di Arabo puro, ed è riduttivo riassumerli in una scheda morfologica comune: altezza al garrese da 1,42 m. a 1,55 m. circa, stinco dai 17 ai 20 cm., sono ammessi tutti i mantelli semplici, arti asciutti e resistentissimi, schiena corta e robusta, hanno generalmente una vertebra in meno e sempre un giro di cinghie decisamente superiore agli altri cavalli...ma è come ridurre una poesia alla mera analisi logica, e difatti in molti testi d'epoca prima di una definizione della loro morfologia si legge “Il poeta ha detto.” E davvero, per rendere tanta distinzione ed eleganza, non si può fare altro che ricorrere alla poesia. Per avere comunque un canone di riferimento, leggiamo cosa scrisse l'Emiro Abd-el-Kader: «Se un cavallo riesce a bere da una pozzanghera rimanendo con gli arti piazzati in posizione normale, si può essere sicuri che è costruito perfettamente e che le parti del suo corpo sono tutte armoniche fra di loro».
Sono inoltre estremamente longevi, e fertili fino a tarda età.

Cinque famiglie per cinque cavalle
Al Khamsa, Le Cinque: sono le famiglie principali degli Arabi, che la leggenda riconduce ad ognuna delle fattrici che risposero al richiamo del Profeta. Si racconta che Maometto avesse un centinaio di fattrici in un recinto, vicino al quale scorreva un ruscello. Le cavalle erano senz'acqua da giorni e quando il Profeta fece aprire i cancelli si precipitarono verso l'acqua, assetate. Maometto fece suonare l'adunata dal suo trombettiere: 5 cavalle si staccarono subito dal branco senza neppure bere, e nitrendo gagliarde arrivarono al galoppo dal loro padrone. Benedicendole, il Profeta le battezzò una ad una: Abayah, Kuhaylah, Saqlawyah, Hamdanyah e Hadbah. .
Un ben preciso tipo di Arabo è associato ad ognuna delle più diffuse famiglie:
Kuhaylan: mascolino, eccezionalmente resistente, costato molto pronunciato e dorso corto: il più potente.
Saqlawi: elegante, dalla bellezza dolce, molto sottile, incollatura elegantissima, porta testa e coda molto alti, groppa piatta: il più bello.
Abayyan: simile al Saqlawi, coda ancora portata più alta, dorso lungo, groppa obliqua, il profilo della testa decisamente concavo: il più veloce.
Hamdani: testa larga, profilo dritto, orecchie molto corte, tratti meno scavati, torace molto ampio, posteriore a uovo: il più resistente.
Dahman: molto classico, somiglia al Saqlawi. Testa a forma di cuneo, occhi molto grandi.
Mu'niqi: il meno apparentemente Arabo di tutti, profilo dritto, ma estremamente veloce, lungo, sottile, groppa obliqua ed angolata.

Arabi quanto?
Molti paesi hanno importato Arabi più o meno puri nei secoli passati, e sia per le diverse condizioni climatiche e alimentari che per precisi gusti allevatoriali hanno creato un tipo di Arabo “personalizzato”, come la Polonia ad esempio. Ma il criterio della purezza non è stato rispettato, al di fuori degli Emirati, con la stessa islamica precisione: spesso sono stati messi in razza soggetti che avevano una percentuale di sangue non puro, o addirittura di origini sconosciute. Ogni Paese nel quale vengono allevati cavalli arabi tiene il proprio Libro Genealogico, approvato dall'Associazione Mondiale per il Cavallo Arabo.

Per saperne di più:
-F.B. Klynstra, Il Cavallo Arabo, 1990 - Edizioni Equestri, Milano
-gen. E. Daumas, Les chevaux du Sahara, 3° ed. 1855 - Michél Levy frères, Paris

sabato 19 marzo 2011

Festeggiamenti sotto casa

E' appena passata la banda sotto casa mia: si festeggia ancora il 150° dell'Unità d'Italia,  ci sono  anche i bambini delle scuole del quartiere. Stavo facendo "i fatti", ma ho tolto al volo piumini e cuscini dalle finestre  quando ho sentito che stavano arrivando - già mi dispiaceva non essere con loro, ci mancava che lasciassi un disordine da pulizie di primavera mentre sfilava il tricolore.
Lo zio, colonna storica della banda musicale del Comune, oggi "ciòca i piàt"  invece di suonare il sassofono cone al solito, l'età comincia a farsi sentire ma col cappero che sarebbe mancato in una occasione del genere, vecchio partigiano che non è altro.
Io ho tirato fuori il mio  tricolore e ho aspettato, affacciata al balcone. C'era mezzo vicinato dietro la banda e buona parte dell'altra metà era ai lati della strada che sorrideva o affacciato alle finestre, che non sono l'unica a dover concentrare il grosso dei lavori domestici nei ritagli di tempo.
I ragazzini erano bellissimi, si guardavano intorno come a controllare che negli occhi della gente si riflettesse quello che sentivano loro e qualcuno salutava con la sua bandiera. 
Non tutti, qualcuno: ma quelli che lo facevano erano decisi, non impacciati nè ridanciani. Tante erano ragazzine, e se alzavano gli occhi e mi vedevano che in risposta agitavo il mio sorridevano, limpide. 
Uno, uno solo a un certo punto si è lasciato andare e gli è partito un "Viva l'Italia" che gli avrei dato un bacio dal gran che era bello: semplice, allegro, senza fronzoli, portato in giro da una voce chiara e fresca.

E allora mi è venuto il pensiero che chi non voleva festeggiare il compleanno dell'Italia non aveva paura dei costi o delle giornate di lavoro perso, no: chi non voleva festeggiare aveva paura di questo ragazzino che ha gridato "Viva l'Italia".
E crescerà.

giovedì 10 marzo 2011

Rinoceronti, imprese e cavalli barbari.


Faccio come gli scoiattoli con le ghiande: nei momenti di super-lavoro accumulo tutto quello che non riesco a leggere, e lo accantono per le giornate tranquille.
Oggi era una di queste: ho preso in mano il "Ragionamento de Mons. Paolo Giovio sopra i motti, et desegni d'arme, et d'amore, che communemente chiamano imprese" (Venezia 1561, appresso Giordano Ziletti all'Insegna della Stella) e mi son lasciata prendere dalla loquacità di Monsignor Giovio, chiacchierone generoso e accattivante. Anche un po' tronfio dei suoi successi a dire la verità, non perde un'occasione per far sapere il successo che incontrano le sue trovate araldiche e una di queste è particolarmente interessante, ve la voglio raccontare.
Il Duca Alessandro dei Medici, fresco sposo della giovanissima Margherita d'Austria, vuole guadagnarsi la stima del suocero imperatore e del resto del mondo con le sue imprese guerresche e il coraggio da dimostrare sul campo; chiede a Monsignor Giovio di trovargli un'impresa che illustrasse i suoi sentimenti "per la fazione imepriale sarebbe animosamente entrato in ogni difficile impresa, deliberando di vincere -o di morire".
Giovio prende lo spunto da un famoso fatto di cronaca dei tempi (il naufragio del vascello che portava a Papa Leone X un regalo del re Manuel di Portogallo, un rarissimo esemplare di rinoceronte indiano), dalle virtù attribuite a questo esotico animale (coraggioso e temerario e ad oltranza, l'unico a poter sperare di battere un elefante nello scontro diretto) e forse anche dall'origine altrettanto esotica del Duca (figlio naturale di Lorenzo II de' Medici e di una serva mulatta) per accontentare la richiesta del Duca: "fecesi dunque la forma del detto rinoceronte in bellissimi ricami, che servivano ancor di coperta per cavalli barbari, i quali corrono a Roma e altrove il premio del Palio, con un motto di sopra in lingua spagnola, NON VUELVO SIN VINCER: io non ritorno indietro senza vittoria".
Sbaglio di tanto, a immaginare che un ricordo di questi cavalli barbari di Roma sia forse rimasto a Siena, nella Contrada della Selva? tenete presente nel '500 i cavalli barberi giravano per mezza Italia a disputarsi i vari Palii, difendendo i colori (e le imprese!) dei loro proprietari che spesso erano principi e potenti.


domenica 6 febbraio 2011

Modena e Risorgimento

Ieri sera fatto conferenzina al Circolo degli Artisti di Modena su Ciro Menotti, la sua filanda e corso Canalgrande: mi sono sentita bene, c'era tanta gente e mi sembra siano usciti tutti soddisfatti dalla sala. 
Vi giro qui una delle immagini che ho usato per la presentazione di supporto alle mie chiacchiere, è una allegoria di Modena risorgimentale e faccio a voi la stessa domanda che ho fatto agli amici di ieri sera: ma secondo voi cosa  rappresenta?!? 
L'originale di questo disegno è conservato al Museo del Risorgimento di Modena.
Da notare che il Museo del Risorgimento di Modena (di proprietà comunale) è inagibile da decenni, e anche quest'anno rimarrà chiuso (per festeggiamenti, immagino).
N.B.: Il 3 febbraio 1931 Ciro Menotti è stato catturato dai dragoni del Duca Francesco IV,che lo fece impiccare tre mesi dopo.


sabato 19 giugno 2010

Amedeo Guillet:

E' morto Amedeo Guillet, una persona bella. Poco più di un anno fa compiva 100 anni e avevo scritto per lui un articolo su Cavallo Magazine, perchè era un uomo di cavalli e l'essere un cavaliere era parte importante della sua personalità: che la terra ti sia lieve, cummandar-es-Shaitan.

Amedeo Guillet
di Maria Cristina Magri

«Si fa la guerra per come si vuole che sia la pace», Winston S.Churchill

Ci sarebbero tante cosa da raccontare sul comandante Guillet, una lunga vita di avventure: cento anni di vita unica, un secolo intero. Ma Amedeo Guillet ha un dono speciale, che ci può aiutare a riassumere una così lunga storia: perché lui è sempre stato un perfetto cavaliere, nel senso vero del termine.
Nato il 7 febbraio 1909 a Piacenza, da nobile famiglia piemontese che aveva già dato molti fedeli ufficiali ai Savoia, Amedeo monta molto bene sin da ragazzo. Indeciso tra la carriera di musicista e quella militare sceglie quest’ultima, ed entra in Accademia a Modena per uscirne sottotenente di cavalleria nel 1931.
Le prime fiamme a ornare il bavero nero della sua uniforme saranno quelle cremisi del 13° Reggimento Cavalleggeri di Monferrato, e dopo il periodo di perfezionamento alla Scuola di Applicazione di Cavalleria a Pinerolo viene scelto dal colonnello Francesco Amalfi (allievo diretto del capitano Caprilli, e che avrà in seguito una grande influenza sul giovane Paolo Angioni) per rappresentare l’Italia ai giochi olimpici di Berlino. Giovane, brillante, introdotto nella migliore società e dotato del fascino di ogni atleta di successo: ma un vero cavaliere avrebbe potuto partecipare alla vita mondana mentre altrove si combatteva? Ovviamente no, e Amedeo lascia il suo posto in squadra (e un cuore che palpitava per lui a Budapest, dove si era svolta una parte della preparazione olimpica: quello di Maria, una figlia dell’Ammiraglio Alexander Horty) per fare il suo mestiere di soldato.
Comincia la campagna di Abissinia, Amedeo è con un reparto di Spahis in Libia. Vive ogni occasione che gli viene data come un modo per esercitare le più belle qualità che ogni cavallo insegna da sempre al suo cavaliere. La correttezza, la lealtà, il rispetto, la sensibilità, il coraggio: verso il suo Re, verso i suoi uomini, verso gli avversari Amedeo si comporterà sempre allo stesso modo, seguendo gli ordini più duri e inevitabili, quelli che vengono da dentro un cuore pulito che non ama compromessi, vigliaccherie o scorciatoie.
Dopo le leggi razziali promulgate in Italia nel ’38 si farà un punto d’onore nell’arruolare nei suoi reparti gli ebrei etiopici, i falascià. La sua forza sarà il legame fortissimo che stabilirà coi suoi uomini, fino a milleduecento quelli che formeranno la sua Banda a Cavallo Amhara, montati su cavalli berberi, pony Dongolai e cammelli: impara l’arabo e i dialetti usati dagli indigeni che formano i suoi reparti, studia le loro convenzioni sociali e riesce a capirne aspirazioni e desideri.
Li rispetta, trattandoli non come selvaggi senza diritti ma come persone. Ne verrà ampiamente ripagato: le popolazioni locali non lo tradiranno nemmeno quando gli inglesi mettono sulla sua testa una taglia di mille sterline oro, e lui non ha un soldo in tasca per la paga dei suoi uomini. Anche le tribù che avevano combattuto contro Amedeo non aiuteranno mai gli inglesi a scoprirlo, perché questi erano comunque estranei invasori. Mentre Guillet era diventato Cummandar-es-Shaitan, il comandante Diavolo: uno che viveva, combatteva e pregava come loro. Rimarrà fedele agli ordini ricevuti, anche quando saranno quelli stupidamente autolesionisti del governo Mussolini che ordinerà un attacco contro i territori controllati dagli inglesi in Africa Orientale: questi avevano alleggerito ella loro presenza tutta l’area convinti che la battaglia sarebbe stata data sul mare, unico vero punto di forza italiano vista l’efficienza della Regia Marina. Dopo la provocazione reagiscono non solo difendendo la propria zona e richiamando nuove forze ma anche sfondando nelle colonie somale, fino alle battaglie di El Alamein nel ‘42 che saranno il primo, grande colpo messo a segno dai britannici contro tedeschi ed italiani.
A Cheren Guillet affronterà la Gazelle Force britannica con due cariche epiche, i suoi cavalli contro i Mathelda inglesi da 40 tonnellate: qui perse il suo più caro amico, il tenente Renato Togni che con trenta «dei suoi marescialli» come scrisse scherzosamente nell’ultimo pro-memoria a lui diretto, caricò gli inglesi per dar tempo al resto della Banda di riorganizzarsi ed evitare l’accerchiamento. Togni si stava sacrificando consapevolmente: morirà nella carica, gli inglesi gli resero gli onori sul campo e gli italiani conferirono alla sua memoria la Medaglia d’oro al Valor Militare. Cavalli, sciabole, pistole e bombe a mano contro carri armati e mitragliatrici: eppure riuscirono a ritardare di quasi due giorni il movimento dei reparti inglesi.
Quando Mussolini ordina agli italiani di arrendersi e ritirarsi dall’Eritrea Guillet si toglie la divisa e comincia la sua guerra privata per danneggiare gli inglesi ed alleggerire la loro pressione sulle forze dell’Asse in Nord Africa: attacca i reparti isolati, mina ponti, taglia linee telefoniche. Con lui una piccola parte delle sue Bande e ovviamente Sandor, il suo cavallo berbero.
Era uno stallone di quattro anni proveniente dalla Tunisia quando Amedeo, appena arrivato in Libia nel ’35, lo nota in mezzo a tanti altri: lo compra e comincia a lavorarlo. Avrebbe voluto una cavalla da poter chiamare Maria, la sua fiamma ungherese di allora ma è rimasto colpito dai movimenti e dalle belle proporzioni di questo piccolo grigio dagli occhi intelligenti e lo battezza col soprannome del padre di lei, Sandor appunto. Partecipa alla guerra di Spagna, nel ’39 è in Italia e si fidanza con la cugina Beatrice: ma ci sono le nuove leggi contro gli scapoli, gli avanzamenti di grado sono concessi solo agli ufficiali sposati ed Amedeo, per evitare equivoci sulle sue intenzioni e sul suo amore, non la sposa e torna in Africa per guadagnarsi i gradi sul campo. Ritrova Sandor, ancora per due anni sembrano davvero destinati a rimanere insieme: fino a quando nell’ultimo scontro della sua banda una pallottola colpisce l’ascaro che tiene il cavallo per la briglia. Amedeo stava combattendo a piedi come i suoi, il grigio scappa spaventato dagli spari e viene fermato dagli inglesi.
Lo prenderà in consegna proprio l’uomo che da mesi insegue Guillet e che cercherà inutilmente di catturarlo o ucciderlo, il maggiore Max Harari. Amedeo patisce da tempo di una ferita al tallone, una volta perduto Sandor sa di non avere più possibilità. Lascia la sua compagna abissina, Khadija, e raggiunge lo Yemen, territorio neutrale, facendosi passare per un mercante arabo e prendendosi gioco dei servizi segreti britannici ai quali scapperà letteralmente da sotto il naso.
Nel ’43 tornerà in Italia; dopo l’Armistizio raggiunge il Re a Brindisi, nel ‘44 sposa la cugina Beatrice, termina la guerra come ufficiale di collegamento tra l’Esercito Italiano e l’Ottava Armata britannica. Poi comincia la carriera diplomatica: diventa uomo di pace, amico e collaboratore di chi gli aveva dato la caccia sino al ’43. Molte cose univano il comandante Guillet al maggiore Max Harari dell’8° reggimento Ussari di Sua Maestà: nobiltà d’animo, sportiva correttezza anche verso gli avversari, coraggio. E Sandor: Max Harari pensava che il personale di scuderia indigeno sbagliasse il vero nome del cavallo e lo storpiasse. Un po’ troppo slavo per il berbero di un italiano in Eritrea, pensava Harari, che lo chiamava Sandro.
Lo montava ogni giorno divertendosi a saltare ostacoli imponenti, quasi impensabili per un cavallino così minuto: ma il berbero grigio era stato lavorato troppo bene da Guillet e non rifiutava mai niente. Al maggiore piaceva perché era brillante, facile ed obbediente pur avendo sangue e carattere deciso, e attraverso di lui conosceva sempre meglio il suo vecchio cavaliere. Negli anni cinquanta Guillet ed Harari si incontreranno e diventeranno amici fraterni: un piccolo miracolo, come il fatto che sua moglie e la sua ex-compagna abissina sapessero una dell’altra e avessero sempre nutrito, per l’altra donna dello stesso cavaliere, gratitudine e affetto: perché ognuna era legata ad un mondo diverso, e ognuna aveva garantito ad Amedeo le cure e il sostegno di una donna dal grande cuore. Un giorno Max lasciò sulla scrivania di Amedeo un pacchetto: dentro c’erano uno zoccolo perfettamente ferrato all’italiana montato in argento con l’iscrizione «Sandro. Berbero grigio, 12 anni. Max Harari, Asmara – giugno 1942 » e la fotografia dello stallone grigio che guardava sereno fuori dal suo box, con una dedica a penna: «Ad Amedeo, in ricordo del meraviglioso animale che fu causa della nostra amicizia». Buon compleanno, comandante Guillet: per noi è sempre il più perfetto dei cavalieri, come nella fotografia presa subito dopo la carica di Selaclaca del dicembre 1935. Composto e corretto sul suo cavallo grigio perfettamente sugli appiombi, nonostante la battaglia appena finita e la ferita che segnerà per sempre la sua mano sinistra. E’ lo stesso cavaliere che a casa sua in Irlanda si siede al centro del maneggio e insegna a montare alle bambine degli amici, lo stesso cavaliere che non ha mai avuto paura di seguire la propria coscienza. E poco importava se la strada era difficile: perchè c’era Sandor a galoppare con lui.

Per saperne di più:
«La guerra privata del tenente Guillet» di Vittorio Dan Segre, Corbaccio 1993
«Amedeo» di Sebastian O’Kelly, Rizzoli 2002

martedì 2 marzo 2010

Giovanni de' Medici, allevator frustrato.

Hristo Jivkov nel ruolo di Giovanni de’ Medici detto dalle Bande Nere ; il film è “Il mestiere delle armi”  di Ermanno Olmi.

Sono stata ripigliata dalla mia passione per il Rinascimento - ogni tanto ritorna, e mi ci tuffo sempre con entusiasmo. Stamattina parlando dei cavalli di quel periodo m'è tornato in mente un episodio riguardante Giovanni de' Medici, quello dalle Bande Nere. 
Come tantissimi altri anche lui si forniva presso le scuderie di Francesco Gonzaga, marchese di Mantova: erano le più famose d'Europa, con esemplari da corsa e da battaglia e un'aggiornata collezione di stalloni spagnoli, irlandesi, africani, turchi. Il Gonzaga infatti studiava incroci per migliorare i prodotti e intratteneva buone relazioni col Sultano per avere il meglio (tra quelli esportabili...) dei suoi allevamenti.
E Giovanni de' Medici pur di avere un puledro da uno degli stalloni mantovani mandò a Francesco una delle sue cavalle per farla coprire, senza dar troppo peso al fatto che il marchese Francesco aveva ottimi motivi per avercela su con lui e la sua famiglia (papa Leone , zio di Giovanni aveva appena fatto sloggiare sua figlia Elisabetta e il marito da Urbino, e Giovanni stesso aveva partecipato attivamente alla campagna militare contro il povero Francesco Maria della Rovere,  genero del Gonzaga). La faccia tosta di Giovanni venne ripagata dalla finezza del mantovano, che gli rimandò a casa la cavalla illibata scusandosi che "...la cavalla è restia, la razza non è quella che si converrebbe, e non abbiamo uno stallone adatto a lei".

venerdì 26 febbraio 2010

Il baio Belladonna


C'era una volta a Ferrara, nelle stalle del duca Ercole II , un bel cavallo baio: si chiamava Belladonna ed era un corsiero della razza ducale. Venne regalato dal duca al figlio di Carlo V, il futuro Filippo II: "...e suso il baio Belladonna corsiero de la razza ducale una sella a capo tondo di velluto rosso e ricamo a rilievo d'oro filato a rabesco, trapassato tutto di cordoni d'oro puro e la barella di raso rosso e il seder ripado  pieno di bambagia, e cordellina d'oro e seda rossa franzada attorno alla coperta. Uno fornimento a disegno a foggia nuova, tutto di cuoio nero coperto di velluto rosso e foderato di raso rosso tutto franzado di franza d'oro e seta rossa e fibbiame, staffe, borchie dorate e carmesino sono testiera e redini...ogni cosa fatta solennemente, e fiocchi n° 28 fatti di seta carnicina..".

Qui potete vedere meglio i dettagli del dipinto qui sopra: è di Pietro Paolo Rubens e raffigura Filippo II a cavallo di un bel baio con sella e finimenti di velluto rosso, ricamati a rabeschi d'oro. Purtroppo non è stato fatto dal vero, ma alcuni anni dopo la morte di Filippo.

Nota bene: nel caso utilizzaste queste informazioni vi ricordo di citare la fonte, grazie.

domenica 21 febbraio 2010

Perchè a Modena non si corre il Palio.

Chi mi conosce lo sa: sono protettrice della Nobile Contrada del Bruco perchè a Siena il Palio non è una rievocazione ma un pezzo di vita da sempre. Per contro, non sopporto le rievocazioni folcloristiche che puntano su una corsa di galoppo trasportata in piazza per attirare gente, soldi e visibilità. Ma non volevo parlarvi dei palii che non si dovrebbero fare, volevo raccontarvi di uno che non si fa più: quello di Modena, la mia città.
La Comunità di Modena  organizzava ogni anno un palio per festeggiare la vittoria sui Bolognesi, conquistata a San Cesario 4 settembre 1229; anche le Arti (cioè le confraternite dei vari mestieri) festeggiavano allo stesso modo il loro Santo protettore: i beccai ne facevano correre uno che partiva da  porta Salexé (porta Bologna,)quello dei fabbri prendeva il via da porta Bazhoara (poi S.Francesco), i calzolari da porta Cittanova (ora largo S.Agostino). Ma quello della Comunità tutta si correva il giorno di San Michele, il 29 settembre. Anche i Duchi favorivano questa tradizione, tanto che quando nel 1553 le Arti si rifiutarono di organizzarlo il Duca Ercole II d'Este li obbligò a ripristinarlo e si corse ininterrottamente sino al 1702, quando fu sospeso per sciogliere  un voto fatto dalla cittadinanza: avevano chiesto a San Geminiano la protezione della città, minacciata dagli eserciti imepgnati nella guerra di successione spagnola. 
Sotto gli Austro-Estensi dal 1814 si fecero riprendere le carriere dei barberi (un tentativo di accattivarsi le simpatie della città?), ma la rottura del voto non portò fortuna alla restaurata dinastia: nel 1859 Francesco V venne deposto e nel 1860 il ducato  venne annesso al regno di Sardegna.
Insomma che si corra  (a Siena) o non si corra (a Modena), è sempre per un omaggio al protettore della città: nel caso di Siena, alla Protettrice.

martedì 9 febbraio 2010

Modena nel 1841

Da un vecchio libro che descriveva la città di Modena. Ovviamente sono andata a cercarmi i cavalli...

"Corso Canal Grande: dai Ducali Giardini, va a finire nella Contrada Mascherella. Nel basso muro di cinta del Giardino privato dei Principi si trova la strada che attraversa dalle Scuderie al Palazzo munita di un cancello di ferro che per solito sta chiuso nelle ore notturne.
Rimesse, e Selleria di Corte.
Viene in seguito il portone d'ingresso ad un corpo delle Rimesse, ed alle Sellerie della Corte.
   Scuderie Ducali.
Nella sinistra del principio del Corso situate sono le Scuderie Ducali, già nobilmente fabbricate dalla Duchessa Laura, ed in appresso da Francesco III. Nel 1833 Francesco IV le ha fatte grandiosamente ristaurare, ed accrescere di nuovi ambienti forniti di marmi, forti rastelliere ecc. , a rendere più comodi e meglio serviti all'uso cui sono destinati questi vasti ambienti. Il Maestro delle scuderie è Francesco Petermayer Ungherese Cavallerizzo assai provetto, tanto nella educazione come nel maneggio. Nel passaggio dalla magnifica Scuderia più grande, al recinto della Cavallerizza, si conserva tuttavia entro l'antica sua nicchia il Cavallo che servi al Duca Francesco III in tempo che militava Generalissimo dell' armata Napolispana.
Cavallerizza Reale.
In questo maestoso luogo si ammira una delle ultime opere di Giuseppe Soli, specialmente in quanto al ben combinato sistema di armamento del tetto. La splendidezza di Francesco IV gli affidò la cura di ampliare il vecchio recinto della Cavallerizza particolarmente in altezza, di abbellirlo, e di renderlo perfettamente custodito ; e l'esimio Architetto a tutto provide con somma maestria. Un secondo corpo di Rimesse s'incontra nel cortile, ed in altri locali di servigio.

venerdì 30 novembre 2007

Andata!

Anche questa volta è andata, quando devo parlare in pubblico ho sempre 24 ore di terrore - "Udio, e adesso che gli racconto a questi"? poi il mio talento più notevole (l'incoscienza) prende in mano la situazione e quando mi danno il microfono attacco a parlare e tutto fila liscio. Ieri sera poi è andata particolarmente bene: molte persone assolutamente non interessate alla storia, buffet all'impiedi, bicchieri e salatini in mano ma quel centinaio di cristiani che erano nella Sala dei Cocchieri li ho sentiti che mi ascoltavano attenti, te ne accorgi quando ti badano davvero. Non mi ricordo assolutamente che gli ho detto (altra costante, mi butto e poi non so nemmeno che dico), non riesco a stare abbastanza attenta da ricordarmene dopo, alla fine esce tutto per conto suo - ma insomma grazie a Maria Bellonci e Rinascimento Privato sembra me la sia cavata anche questa volta e son riuscita a cucire insieme Estensi, terra e profumi. Il conduttore della serata, Alfonso Scibona de La Gazzetta di Modena è stato bravissimo ad usare il mio filo conduttore (la terra, intesa come palcosenico della nostra storia)per aprire la strada al discorso del mitico prof. Giuliani, che si è così lanciato nel suo elemento naturale (lui con la terra delle sue parti ci ha fatto le piastrelline dello Shuttle, mica noccioline) - se ci fossimo messi d'accordo non sarebbe venuto così bene, che bellezza intendersi così al volo. Poi finalmente tutta la mia passione insana per Isabella d'Este è riuscita a tovare uno sfogo e ad esprimersi, alè, anche se ristretta ristretta.

mercoledì 28 novembre 2007

Generale Ferrero


Oggi chiacchiere con Antonio sulla serata di domani sera al Palazzo Ducale di Sassuolo (devo fare una mini-mini-conferenzina sugli Este, come antipasto alla presentazione di un profumo che si chiama Acqua Estense, sic!). Come solito Mr. Brain è una miniera di informazioni e con lui si può saltabeccare di palo in frasca nel modo più proficuo - stavolta mi ha raccontato della prima resistenza militare italiana dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.
L'ha fatta il generale Ugo Ferrero, che comandava la Scuola Sottufficiali del Regio Esercito che aveva sede proprio nel Palazzo Ducale di Sassuolo: per quattro ore, asseragliato lì dentro con gli allievi e i pochi mezzi in dotazione della scuola, tenne testa ai tedeschi. Furono tutti catturati e mandati nei lager in Germania - il generale Ferrero morì durante l'evacuazione di quello nel quale era stato rinchiuso. Stavano arrivando gli Alleati, i tedeschi dovevano sgomberare quei posti infami senza lasciare tracce, il generale Ferrero stremato dalla prigionia e dalla marcia inumana si inginocchiò nella neve come tanti altri, e come a tanti altri un tedesco sparò alla nuca.

sabato 24 novembre 2007

Ancora Savoia

Qui linkato un bell'articolo di Mario Cervi de Il Giornale. Non digerisco questo paio di savoiardi che sembrano generati più da una strana specie di molluschi parassiti, più che da quella persona piena di dignità e coraggio nelle scelte difficili che era Umberto II.
Ultimo Re d'Italia, in tutti i sensi.

mercoledì 21 novembre 2007

Il Savoia vuol essere risarcito

Vittorio Emanuele e famiglia hanno chiesto un risarcimento alla Repubblica Italiana, 260 milioncini di Euro in conto rimborso esilio, beni non goduti, proprietà confiscate e danni morali vari.
Allora per cortesia dite al signor Savoia che io voglio essere risarcita di:
-danno morale derivante dal comportamento vergognoso della SUA famiglia in occasione della firma per avallo apposta alle reggi razziali nell'allora Regno d'Italia, mentre i loro colleghi reali di tutta Europa (Inghilterra e Danimarca tanto per fare un paio di esempi) si distinguevano per dignità e coraggio.
-danni morali e fisici invalidanti conseguiti da mio nonno Obes Marchetti: il suo re scappava l'otto settembre 1943 senza avvertire un soldato che era stato mandato in guerra da anni per lui in Jugoslavia, in Albania, in Grecia e che veniva sorpreso dalla fuga del real vigliacco troppo vicino ai novelli ex-alleati tedeschi. Venne preso, spedito a Buchenwald dove rimase fino alla fine del conflitto devastandosi l'anima per sempre. Nessuno dei suoi figli o della sua famiglia ricevette niente -nè aiuto, nè comprensione, nè sostegni, nè tantomeno risarcimenti- per tutto quello che aveva patito e per le conseguenze di quei patimenti. Non mi si tiri fuori a comparaggio la povera Mafalda di Savoia a Buchenwald, la cui tragica morte non annulla bensì peggiora le colpe del capo della sua famiglia.
Il signor Savoia deve rispondere del mio nonno materno, di quello paterno (più fortunato, dopo l'otto settembre finì in mano agli inglesi invece che ai tedeschi)e di tutti gli altri italiani, con o senza divisa, che dovettero patire le decisioni di gente incompetente a ricoprire incarichi di responsabilità e che invece per disgrazia era demandata a governare il mio Paese.
L'unico della (peraltro brevissima) dinastia che si è sempre comportato in modo degno è stato Umberto II, al quale va tutto il mio rispetto: ma purtroppo il figlio non gli assomiglia per niente, in nulla.
Il risarcimento dovuto a me e alla mia famiglia per i mie nonni va va moltiplicatop per tutti gli italiani, ovviamente.
-E poi forse che i Savoia riconobbero qualcosa ai loro cugini di Borbone, quando li colpirono alle spalle e si costruirono un Regno tirandolo via di mano per metà a gente di famiglia?

Il Presidente Napolitano ha espresso esattamente quello che penso, sento e vorrei dire al signor Savoia.

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