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martedì 4 marzo 2008

Non dimentichiamo le verità degli scritti di Caprilli


A Pinerolo: assetto impeccabilmente caprilliano, anni '20.

Carlo Defendente Pogliaga è stato uno dei più brillanti interpreti del Sistema di Equitazione Naturale ideato da Caprilli: morto nel 2000 a 97 anni, oltre ad essere un cavaliere di quelli "grandi" - sensibile, coraggioso, lasciava fare al cavallo - era anche una persona ironica e sapeva scrivere (i suoi "Aforismi" sono famosi, ma non abbastanza). Vi copio qui un suo articolo, scritto negli anni settanta per una rivista di equitazione (non ricordo se fosse "Il cavallo italiano" o "Lo Sperone", abbiate pazienza! l'avevo copiato sul pc e l'ho ritrovato per caso ieri).
Buona lettura!

Non dimentichiamo le verità degli scritti di Caprilli
di C.D. Pogliaga
In Italia, parlare di equitazione, è spesso tempo perso.
Le ragioni sono molteplici e prese singolarmente sono tutte valide. Forse il mio modo di vedere è superato e quindi non riesco a seguire i tempi. Forse hanno ragione quelli che non la pensano come me, però i risultati sono deludenti. In Italia non esiste una Scuola di Equitazione che dichiari quale metodo venga impartito ai cavalieri. Il 90% degli insegnanti di equitazione insegnano ad orecchio…e la nostra Federazione non dichiara esplicitamente quale sia il metodo nazionale. Più volte in passato, avevo proposto che la Fise obbligasse le scuole affiliate e sovvenzionate di attenersi al metodo italiano di equitazione, applicando quanto viene esposto nel manuale di equitazione edito dalla stessa Fise. Ora sembra che il mio consiglio sia stato recepito.
Ma nonostante tutto, la mentalità equestre italiana rimane tutt’ altro che timorata. Ammettere che si vuole applicare il metodo Caprilli appare come una menomazione. Sarebbe come pretendere, da un cattolico italiano, ch’egli ammetta di essere un buon cattolico praticante. Il cattolico italiano si vergogna di essere un buon cattolico come i cavalieri italiani si vergognano di ammettere di seguire il metodo Caprilli. Eppure, all’estero, il metodo Caprilli gode sempre di più attenzione e di ammirazione.
Qualche tempo fa, l’amazzone americana Ketty Kusner ed il capo equipe della squadra nazionale americana De Nemethy sono arrivati in Inghilterra per un giro di propaganda nei vari centri ippici, illustrando il metodo caprilliano. I giornali facevano rilevare che le riunioni erano affollatissime e molto l’entusiasmo.
Un altro esempio: durante i campionati del mondo del 1974, ad Hickstead, in Inghilterra, si distribuivano gratuitamente al pubblico ed ai concorrenti, gli scritti di Caprilli. Non sarebbe stato più coerente, che gli scritti di Caprilli fossero stati distribuiti in Italia, mettiamo a Roma durante il concorso di Piazza di Siena? Oggi è facile sentire questa frase: “Caprilli è un sorpassato”.
Nell’ambiente ippico, pochi cavalieri, anziani o giovani hanno letto gli scritti di Caprilli. E perché non cerchiamo di conoscere insieme qualche sua frase?
Per esempio: “Egli è, che per insegnare bene, si richiede che gli istruttori sappiano e non credano soltanto di sapere”.
Sarebbe bene che gli sputa-sentenze riflettessero un po’ su questa frase.
Un’altra frase dice: “Ricordiamoci che a cavallo, fare e tirare è assai facile e troppo spesso nocivo - assai difficile e quasi sempre utile, saper lasciar fare al cavallo e sapere cedere in qualunque circostanza e questo essenzialmente si deve apprendere e si deve insegnare. Chi è capace di cedere sempre, saprà tirare a tempo debito e nella giusta misura.”
A suffragio di quanto asserisce, Caprilli dice: “Lunghi anni di pratica e di continua osservazione, mi hanno convinto che il cavallo acquista in generale senza sforzi le qualità di fiducia nel cavaliere, qualora il cavaliere lo sottoponga ad un esercizio regolare e continuo, durante il quale egli si studi di rendere l cavallo meno disgustose che può le proprie azioni e di contrariarlo nello sviluppo naturale delle sue attitudini ed energie. Con ciò nono intendo dire che si debba lasciar fare al cavallo quello che vuole; lo si deve invece persuadere con fermezza ed energia, se occorre, a far ciò che vuole il cavaliere, lasciandogli però la piena libertà di servirsi e di disporre come meglio gli conviene dei suoi equilibri e delle sue forze” .
E continua: “Libero esso di ogni altra preoccupazione, il cavallo presta bene la sua attenzione a ciò che deve fare e gradatamente apprende a meglio impiegare le proprie forze e a perfezionarsi. Invece quando il cavallo è tenuto in soggezione dal cavaliere e ne soffre l’azione, spia incessantemente il pretesto e l’occasione per sottrarvisi ed a ciò rivolge ogni suo studio distraendosi e distogliendosi dal lavoro che deve compiere. Ricordiamo che il cavallo si sottomette da sé naturalmente, senza che il cavaliere cerchi di limitargli l’impiego delle forze e di tenerlo in determinate posizioni di equilibrio. E mettiamoci in mente che quando un cavallo pone difficoltà, è irrequieto, scappa, si pianta o si difende, ciò fa quasi sempre per sottrarsi ad un dolore che egli provoca del cavaliere o per tema di esso. Questo dolore reale o questa paura di dolore, altra volta sentito, assai spesso fanno sì che i cavallo reagisca, oppure che, pur sottomettendosi, non impieghi le sue forze nel modo naturale, compiendo così uno sforzo superfluo e dannoso”.
Un cavaliere appassionato, trova concentrate in poche espressioni tutta la base per poter sviluppare un’equitazione sana e proficua. Il programma di base è valido per tutte le varietà di equitazione del mondo, in quanto il cavallo è cavallo, tanto che sia inglese, francese, tedesco o cinese. Le raccomandazioni di Caprilli dimostrano che egli prima di tutto considera l’animale cavallo un essere vivente che distingue il dolore dal piacere e che possiede uno spirito di conservazione molto accentuato.
Alla base di ogni buon risultato, in equitazione, vi è l’impostazione d’assetto solida ed elastica. Per ottenerla, bisognerà che gli istruttori si attengano scrupolosamente al manuale di equitazione distribuito dalla Fise, ora previsto dalla stessa Federazione come testo fondamentale per gli esami di fine corso.
Ai cavalieri invece, la raccomandazione di frequentare più spesso i maneggi.
Vorrei chiedere a tutti i cavalieri che amano il cavallo, prima di asserire che Caprilli è un sorpassato, di provare ad applicare quanto egli raccomanda e consiglia di fare, per ottenere l’assoluta sottomissione del cavallo alla nostra volontà. Vorrei che i giovani, in special modo, si ficcassero bene in mente una grossa verità. Quando un cavallo non risponde correttamente alla nostra volontà, quando reagisce alle nostre richieste, per il 90% ciò dipende dalla scarsa abilità del cavaliere, sia nel comunicare al cavallo ciò che desiderava, sia nell’impedirgli con azioni sbagliate di poter eseguire i suoi ordini.
Quando un cavallo non esegue correttamente i nostri ordini, è segno che il cavaliere ha compiuto delle azioni sbagliate. Cercate sempre su di voi l’errore e raggiungerete più velocemente il traguardo!
Nella mia lunga vita passata con i cavalli, centinaia di volte ho dimostrato che un cavallo restio a fare una determinata cosa, montato da un altro cavaliere era immediatamente docile. Trattare il cavallo con gentilezza e generosità, dice Caprilli e aggiunge: “Con ciò non intendo dire che si debba lasciar fare l cavallo ciò che vuole: lo si deve persuadere invece con fermezza ed energia, se occorre, a fare ciò che vuole il cavaliere, lasciandogli però piena libertà di servirsi e di disporre come meglio gli conviene dei suoi equilibri e delle sue forze.”
Questo è il punto difficile da mettere in pratica, ed è impossibile attuarlo, se il cavaliere non è padrone del proprio assetto. E’ impossibile avere le braccia e le mani completamente libere, se il cavaliere non ha un assetto solido, che gli permetta di stare in perfetto equilibrio col cavallo, senza ricorrere all’aiuto delle mani. Quando un cavaliere si mantiene in equilibrio attaccandosi alle redini, non dimentichi mai che le redini sono attaccate ad un ferro che si appoggia sulla bocca del cavallo. Chi rispetta la bocca del cavallo è un cavaliere che farà molta strada.
Se siete in difficoltà, con qualche cavallo che tira, tiene al testa alta, non vuole girare dalla parte richiesta, potete fare una prova. Togliete dalla bocca del cavallo il ferro, sia un filetto o un morso ed attaccate le redini ad una qualsiasi museruola. Rimontate a cavallo e provate a richiedere al cavallo le azioni precedenti, sono certo che rimarrete meravigliati! La ragione è semplice; è stata eliminata la causa del dolore, il ferro in bocca. Una mano leggera, libera e indipendente dal corpo, raggiunge lo stesso risultato. Ripeto: il 90% di tutte le difficoltà che incontriamo con il cavallo, è causato da una mano “cattiva” che procura dolore al cavallo. Importantissimo infine è il dosaggio delle nostre azioni. Una medicina presa nelal giusta dose, fa bene, se troppa, fa male e può anche uccidere.
Se una persona vi grida: ”Vieni qua” in voi si accende un senso di ribellione. Se invece la stessa persona, con voce tranquilla vi dice”per favore, vieni qua” non avrete motivo di non andare. La stessa reazione la percepisce il cavallo.
Siate più educati e più umani con i cavalli, troverete molta comprensione e gratitudine.

lunedì 26 novembre 2007

Caccia alla volpe - parte prima


Altri appunti sparsi dalla ricerca fatta per la mostra "Seguendo le tracce": il colonnello Varrà, Master della Società per la Caccia alla Volpe Vespasiano Gonzaga, mi aveva chiesto di preparare qualche testo per le belle fotografie di Paola Bandiera che abbiamo esposto nella magnifica galleria del Palazzo Ducale di Sabbioneta; li ho anche utilizzati per ampliare e correggere la voce relativa in Wikipedia

Seguendo le tracce
In Europa la caccia a cavallo sin dal Medio Evo era particolare privilegio degli appartenenti alle famiglie nobili, proprietarie di vastissimi terreni per la maggior parte incolti che offrivano rifugio agli animali più apprezzati come trofeo. Cinghiali , cervi e daini erano le prede più ambite, il cui inseguimento dava modo a cavalieri ed amazzoni di fare sfoggio di tutto il proprio coraggio ed abilità a cavallo (e non solo: si dice che Caterina de’ Medici, Regina di Francia e moglie di Francesco I ed ottima amazzone ne approfittasse anche per avere occasione di mostra delle sue bellissime gambe, purtroppo una delle poche grazie fisiche di cui era in possesso). La presa si risolveva dopo un inseguimento più o meno lungo, attraverso piste erbose ricavate nei boschi.
Un giorno del 1787, il Duca di Beaufort tornando da una caccia infruttuosa e preso dalla noia lancio’ i suoi cani all’inseguimento di una volpe che per caso incrociò la nobile compagnia…il percorso offerto dalla sua fuga disperata fu cosi diverso e divertente che da quel giorno il Duca cacciò solamente la volpe, e presto moltissimi seguirono il suo esempio.
Circa mezzo secolo dopo, nel 1836, Lord Chesterfield portò la moglie in Italia per un lungo periodo di convalescenza, e precisamente a Roma dove si fece presto raggiungere da cani, cavalli e personale di caccia percorrendo poi la magnifica campagna romana in compagnia di scelti amici italiani. Una volta guarita la moglie Lord Chestefield tornò in patria, ma regalò i propri cani al Principe Livio Odescalchi che sarebbe stato il Master del primo field italiano, quello della “Società Romana per la Caccia alla Volpe”.
A causa di gravi incidenti nel 1848 le cacce furono interrotte da Papa Pio IX, pregato a muovere questo passo da madri e mogli dei cavalieri, angustiate dalla preoccupazione; ma grazie ad opportune pressioni in senso opposto il Pontefice riconcesse le cacce ai suoi gentiluomini e queste continuarono regolarmente.
Apparentemente il dispendio di energie e risorse relativi ad un passatempo come la caccia alla volpe possono sembrare sproporzionati, eppure le conseguenze di questa pratica sono state molto forti per tutto il mondo legato all’equitazione: il Marchese di Roccagiovine, militare ed istruttore attento e scrupoloso prima ancora che ottimo cavaliere, pensava che se i francesi avessero potuto disporre di soldati abili a cavallo come gli inglesi, e montati su cavalli altrettanto veloci e capaci di affrontare qualsiasi ostacolo in campagna probabilmente a Waterloo l’esercito di Napoleone non sarebbe stato colto di sorpresa dall’arrivo dei rinforzi nemici.
La capacità tecnica ed il coraggio allenati con l’equitazione (di campagna in generale e sugli ostacoli in particolare) produssero cavalieri militari che misero in luce le proprie doti di carattere in ben altri momenti che non quelli di un piacevole meet: basti pensare a Bolla, Bettoni Cazzago, Guillet.
Tra i migliori cavalieri che seguivano i Master delle Società che presto nacquero in tutta Italia (Napoli, Milano, Udine per prime) c’erano ovviamente gli ufficiali del Regio Esercito Italiano, impegnati non solo a fare vita mondana approfittando dei vari meets ma anche e soprattutto ad allenarsi a percorrere i terreni più vari e difficili secondo il peculiare Sistema messo a punto dal nostro Capitano Caprilli.

Il seguire una caccia, specie se condotta su distese che quasi si perdono a vista d’occhio, su percorso ignoto, alla coda dei cani, con ostacoli seri comparenti talvolta dopo 60, 70 minuti di galoppo ininterrotto richiede un cavaliere dall’allenamento serio, sicuro in sella, abile nell’equitazione di campagna, dal cuore saldo, con cavallo di molti mezzi e ben istruito sull’ostacolo
Conte Fè d’Ostiani

Lo stretto legame tra Equitazione Militare ed Equitazione di campagna è facilmente individuabile, ma il particolare tipo di equitazione richiesta dalla caccia alla volpe è sicuramente una palestra importantissima per la tecnica e lo stile dei militari che dovranno poi fare uso del cavallo come arma e mezzo di trasporto in condizioni estreme come quelle che si creano in guerre e battaglie; per questo la pratica dell’equitazione e la partecipazione alle cacce a cavallo fa parte del bagaglio di prove ed esperienze utili ai militari non solo di Cavalleria, e non solo del secolo scorso.

Le cacce a cavallo sono date da quel ramo ippico che porta all’inseguimento di un animale scovato o lasciato libero attraverso la campagna ed inseguito da mute di cani, risultante in un percorso sconosciuto a tutti per durata di galoppi e per la difficoltà di ostacoli da superare.
A fianco di queste ci sono i percorsi di campagna, chiamati frequentemente paper-hunts …dove il percorso studiato da uno o più cavalieri qualche giorno innanzi, viene indicato con pezzetti o lunghe strisce di carta lasciate cadere ai bivi o nei punti di terreno privi di riferimento, per indicare ai cavalieri del field la via da percorrere per inseguire e raggiungere colui che funge da volpe.
Le prime sono di assai maggior importanza e non si possono fare che dove vi sono terreni che non soffrano del calpestamento dei cavalli, e dove i mezzi delle Società siano tali da fronteggiare i danni e la costituzione complessa di un canile.
Le seconde possono aver luogo quasi da per tutto
…”
Conte Fè d'Ostiani

giovedì 22 novembre 2007

Ancora Caprilli


Oggi, stando attorno ai cavalli, capita spesso di sentirsi chiedere “Cos’è la doma dolce? Come funziona?” e solitamente da questa innocente domanda partono fiumi di parole che spiegano solo parzialmente cosa sta dietro questa locuzione di moda, ormai talmente banalizzata da aver perso ogni connotazione reale. E nella stragrande maggioranza dei casi chi pone la domanda non ha mai sentito parlare né di Federigo Caprilli, né del suo Sistema di Equitazione Naturale; questo vuole dire che la stragrande maggioranza delle persone che nel nostro paese si avvicinano all’equitazione e ai cavalli non ricevono nessun insegnamento, nessuna istruzione o informazione da chi li mette materialmente nelle condizioni di montare a cavallo e dall’ambiente sportivo che li circonda – in definitiva, vuol dire che non c’è una diffusa cultura equestre e chi si immerge in questo mondo così complesso spesso crede basti comprare lezioni, stivali e cavallo per avere tutto quel che serve alla bisogna. Ma grazie al cielo l’essere umano è sensibile e curioso e il desiderio di soddisfare le necessità di conoscenza per risolvere i problemi che si presentano montando a cavallo afferra molti cavalieri “in crescita”….ma cosa trovano? Più che altro pubblicità (spesso ben fatta) piuttosto che seri, riconosciuti e ovvi punti di riferimento. E’ molto più facile trovare una capezzina al macramé piuttosto che un istruttore che ti spiega come condurre correttamente un cavallo sottomano o gestirlo da terra, molto più probabile sentir parlare di un “nuovo” modo (più o meno new age) di addestrare cavalli che di una scuola di equitazione dove, oltre al numero di punti necessario per il passaggio di patente, ti insegnino anche la psicologia del cavallo. In definitiva il miglioramento e la crescita di un cavaliere sono affidati più al mondo del commercio che a quello dell’istruzione – e il commercio vive del prodotto del momento, non di storia o cultura.
Così il capitano Caprilli e il suo metodo sono sconosciuti ai più, ricordati solo da qualche colonnello di cavalleria in pensione o altri nostalgici ex-allievi di quei marescialli che hanno messo in sella tutti i campioni nazionali. Ed è un peccato, perché cosa c’è di più “dolce” di un metodo che ha come principio cardine il “lasciare il cavallo libero nei suoi atteggiamenti naturali, assecondarne i cambiamenti di equilibrio senza imporgli nessuno spreco di energia fisica e nervosa oltre quella strettamente necessaria per compiere il lavoro richiesto”? Siamo arrivati al punto che l’ignoranza equestre sia così diffusa da far pensare ai più che “vecchio” sia solo crudele e doloroso, e “nuovo” per contro solamente dolce e naturale.
Niente di più sbagliato, ma ovviamente per rendersene conto occorre conoscere qualcosa di più che le ultime mode di maneggio.

lunedì 19 novembre 2007

Argento e vecchi filetti


Altro capitolo del libello, di cui potete vedere qui la copertina.
Le foto del libro, ahimè, non sono incluse!

La caduta degli deiUn documento raro, una vecchia cartolina della Scuola di Cavalleria di Pinerolo, un’immagine sbiadita come un vecchio dagherrotipo ma sufficiente per rappresentare la caduta degli Dei.
Lo sapevamo tutti che anche a Caprilli capitava di cadere, ovviamente, e questo non ha mai fatto diminuire di un grammo tutta la stima, l'ammirazione e la gratitudine verso il Maestro che ognuno di noi ha; anzi forse il saperlo fallibile lo rende un po' più umano (inteso come Mito).
Ma in quanti hanno visto davvero il celebre Capitano nella polvere? da questa fotografia, abbiamo la prova che ebbene sì, almeno quando cadeva....Caprilli aveva il nostro stesso stile (anche se, per la verità, qui era caduto il cavallo per primo ed il Capitano ne aveva soltanto subito le inevitabili conseguenze).

Curiosi, ma con il dovuto rispetto, assistiamo a questa tombola con la solidale, cameratesca e affettuosa comprensione di chi montando a cavallo ha fatto inevitabilmente la stessa esperienza; mal comune mezzo gaudio, e poi non era solo chi fosse caduto dodici volte, a potersi dire cavaliere?
Sbirciamo per caso un episodio tra tanti. Ma guardando questa caduta viene immediato ricordare anche l’ultima del Capitano e calarsi nei panni di Gallina, amico di Caprilli, commerciante ed allevatore di cavalli: lo aveva visto accasciarsi al suolo cadendo di sella privo di sensi mentre provava un morello della sua scuderia. Una perdita di conoscenza che, se lo avesse colto in un altro momento, non avrebbe avuto le stesse tragiche conseguenze; invece capitò mentre montava, cadendo sbatté violentemente la base del cranio sul selciato, e morì poche ore dopo senza riprendere i sensi.
Ma visto il numero di ore impressionante che passava a cavallo (nei giorni in cui non era di servizio ne montava anche dieci al giorno, e più), era statisticamente molto difficile gli capitasse in altra occasione. Una passione veramente instancabile lo animava e spingeva a perfezionare, migliorare e mettere a punto il suo Metodo che, pensato e indirizzato verso il lavoro di reclute e cavalli giovani in terreno aperto e vario, basava tutto il suo essere sulla profonda attenzione che Caprilli aveva per il cavallo ed i suoi movimenti naturali, per il suo reagire a stimoli, aiuti e condizionamenti. Patrimonio di conoscenze a Lui arrivate anche grazie ed attraverso Cesare Paderni, suo Maestro, che era un raffinato conoscitore dell’Equitazione Accademica. Caprilli fu unico per intuito e sagacia nel partire da una base comune e conosciuta, per trarne gli elementi utili ad un fine del tutto nuovo, moderno, utile e pratico: riuscire a metter bene in sella giovani inesperti, su cavalli non di scuola, e renderli in grado di muoversi sicuri e veloci per il mondo, quello vero, al di fuori delle cavallerizze e dei maneggi. Per fare questo impegnò tutte le sue risorse, o meglio gran parte delle sue risorse: una certa quantità, da buon ufficiale di cavalleria, la riservava alle signore e signorine che non resistevano al suo fascino.

Un Ingegnere francese che sapeva qualcosa di equitazione, tale Mr. Gogue (sì, quel Gogue, che ha messo a punto la redine che porta il suo nome e che nella sua versione più ortodossa si chiama “ficelle Gogue-Margot”), si chiese una volta se il fatto che Caprilli avesse scritto le poche pagine davvero di suo pugno sul Sistema naturale d’equitazione mentre si trovava a Nola fosse un caso, o dovuto al fatto che si fosse preso un periodo di studio vicino a quella che era stata la culla dell’Equitazione Accademica francese nel ‘700, la Napoli di Pignatelli. Forse colà esistevano biblioteche con preziosi libri che tramandavano il sapere dei Maestri napoletani?….a Gogue è stata risparmiata una disillusione: il Capitano Caprilli era stato spedito in quel di Nola per punizione, a causa di faccende galanti troppo coinvolgenti il nostro giovane ed esuberante cavaliere e una signorina di troppo distinta famiglia. Più prosaicamente di quanto supposto da Gogue, il Nostro finalmente aveva un po’ di tempo libero in quella landa desolata che era diventata per lui in quanto a vita mondana, il reggimento di Nola, e dovendo occuparsi solo di cavalli Caprilli trovò il tempo di buttar giù qualche appunto. Nola non era in realtà cosi fuori dal mondo, ma il Nostro brillante ufficiale appena arrivato colà sotto le spoglie di nera pecorella da rimettere agli ordini si sarebbe dovuto presentare, prima di ogni altra cosa, al comandante del Reggimento: non lo fece, per presentarsi in tempo ad un certo ricevimento serale dove effettivamente incontrò il suo Comandante Superiore che lo spedì, ovviamente, agli arresti. Di qui il tempo bastante a Caprilli per scrivere anche qualche nota ed osservazione sul suo metodo, che fino a quel momento era stato canonizzato solo nella pratica.

Ringraziamo quindi la affascinantissima signorina che mise nei guai Caprilli, il suo Comandante che lo spedì fuori dal mondo per interrompere la lieson, e chissà, forse a Gogue, che era francese, non sarebbe dispiaciuto sapere che oggi in tutto il mondo sappiamo di dover lasciare libertà d’incollatura al cavallo anche grazie alle irresistibili attrattive di una graziosa fanciulla.

Per gentile concessione del signor Francesco Lolli, riportiamo quanto a lui scritto dal col. Paolo Angioni in data 2 marzo 2001: “Per Francesco: la redine si chiama Gogue, perché è stata inventata dall’Ing. Rene’ Gogue, oggi defunto. L’ho conosciuto nel 1976 a Saumur. Teneva una conferenza sulla storia delle scuole equestri europee e quando ha saputo che nell’affollatissima sala c’era un non meglio identificato cavaliere italiano, si è rivolto a me e mi ha domandato se esistevano collegamenti fra la scuola di Napoli e il soggiorno di Caprilli a Nola, durante il quale ha praticamente messo a punto il sistema…”. Grazie al colonnello Angioni per averci fatto conoscere l’aneddoto, dal quale abbiamo estrapolato le nostre personalissime conclusioni.

venerdì 16 novembre 2007

Caprilli


I miei appunti per preparare la conferenza a Carmagnola del 31 maggio 2007,
con il colonnello Piero d’Inzeo.
Tutti i dati sono tratti da "Caprilli, vita e scritti" di Carlo Giubbilei, unico vero biografo del capitano livornese.
Giubbilei era allievo, amico e confidente di Caprilli.
Invitata dell'adorabile Alessandro Benedettini come moderatrice.

Opuscolo in morte di Caprilli tenente Gautier: "…perfino nell’esercito ci sono partigiani dell’abolizione della cavalleria, tanto forse odiano il quadrupede che con grande bontà porta questi ingrati in sella!
Vittorie di Roma e Londra non comprese – in Italia si amano più i “vincitori” morali della maratona…Divisa della Scuola di Cavalleria “Provando e riprovando
1868, nasce a Livorno Federigo Olinto Caprilli
1886 Modena, Accademia (Bagongo)
Caprilli bambino un po’ birbone, lavori sul Tevere e sassolini, affreschi con firma a S.Maria Novella.
Mediocre in equitazione a Modena, (perchè non amava l'equitazione di scuola).
1888 sottotenente in Piemonte Reale
1889 Saluzzo
Primi cavalli troppo sfruttati per entusiasmo. Per rimediare acquista due cavalli ingranati da gallina 2 x 1000 lire, Moro e Sfacciato. Lavoro razionale e progressivo, calma e costanza vinsero contrarietà.
1890 Parma corsi tiro e zappatori
Sfacciato saltava le sciabole, finalmente PSI di Bricherasio poi Asti, in Saluzzo.
1891 Corso magistrale, Istruttore Paderni, muretti castello di Baldissera, appresero da lui quello che può dare il cavallo.
1892 1° corso di equitazione di campagna sotto la guida del marchese Luciano di Roccagiovine a Tor di Quinto, Roma. Qui Caprilli si distinse molto seguendo l’inclinazione per l’esercizio del cuore che dà l’equitazione all’aperto. Sfacciato Scuola del condurre, abilità eccezionale nel domare i cavalli restii – filetto – Modesto. I cavalli da salto di allora erano addestrati in modo violento e coercitivo, spesso sapevano fare solo quello, privi di qualunque altra qualità, condotti con un sistema fatto di astuzie e ripieghi.
1892 a Roma 3 maggio prima corsa
Michette Grana
1894 Piemonte Reale a Torino
In autunno istruttore alla Scuola di cavalleria di Tor di Quinto
1895 caccia alla volpe dietro Master Roccagiovine e Agostino Chigi periodo di transizione dal vecchio metodo, non si sosteneva, mani basse e ferme. Tenente Bertolotti infortunato, C. lo sostituì insegnado quello che riteneva giusto segnando un evidente progresso. In luglio va a Londra. A ottobre di nuovo a Tor di Quinto, si tentò per la prima volta la famosa discesa.
1895 Tor Crescenza – lacerazioni dolorose reni che lo accompagnarono tutta la vita.
1896 vertenza con collega (…) trasferito nei Lancieri di Milano, a Nola: molto adatti e desiderosi di recepire il SNE, anche gli ufficiali superiori lo seguirono in ripresa. Era tempo di scegliere il meglio per farne un sistema. Caduta, risalita in sella…”avevo ragione anche io!” Discussione aperta e proficua, apertura mentale. Reclute e cavalli da trattatrsi con gentilezza e rispetto (come Gavet) “la gratitudine per la cavalcatura doveva ispirare il desiderio di curarlo…non con le maniere irose dei doveri ingrati” alla fine del 1896 aiutante maggiore in seconda, Si propone una caccia alal volpe in spedizione a Roma a Cecilia Metella i lancieri di Milano tennero la testa ammirati da ttutti, nessuna caduta. A Firenze alle Cascine quasi tutti i premi a Caprilli o allievi, Caprillone entusiasta.
1898 – Lancieri di Milano a Parma, chiese gli fossero assegnati tutti i brocchi, dopo un mese il capitano Pandolci uscito con loro in campagna ammiratissimo.Viveva in due stanze modeste, costruirono campo ostacoli con tutti i mezzi comprese multe per caduta. Tenacia nell’ottenere la perfezione nel facile. Da lì arriva stabilità di metodo, andando avanti per gradi. Istruiva ufficiali e sottufficiali, compreso il medico Cantucci che dopo un mese in sella (mai saltato! – fa nulla ci penso io!) 3° a Firenze. Regolava le cose in modo che tutto ciò che venisse tentato riuscisse sempre. Calma voluta e seguita così intonata al SN. Bianchetti volontario allievo caporale, studente in legge, a lui e pochi altri attribuiva mentalmente il titolo di cavaliere, dopo un’ottima prova “Sai, l’ho promosso commendatore!” Sgarbi dei superiori, Parigi 1900.
1901 Rivista, primo articolo, discussione utile e proficua.
1902 Genova cavalleria, Capitano. Milano poi Gallarate, 2° squadrone. Istruzione accurata, staffatura curatissima. Lavoro duro ma nessuno immaginò mai si potesse contrariarlo.”Tutti dovevano fare il loro dovere, non di più ma neanche di meno” Colonnello richiamato a Gallarate per gli arcioni non adatti ai cavalli “Che manda a cambià…” “Signorsì”, e basta. Manovre di due ore a piedi quando mancava qualcosa, i ladri sparirono come per incanto. Chiamata di presenza per punizione: presentarsi al sergente di settimana alle diciannove (durante la libera uscita) in tenuta di guerra e col cavallo insellato. Il 2° squadrone entrava nei muri. Lui voleva formare un modello adatto a dimostrare che il sistema era efficace. Riunione 2° squadrone – trotto, si raggiunge il capitano!!....manovre di campagna con Divisione Militare di Brescia. Furono l aprova della perfezione del metodo, agosto settembre 1902. “Domattina, alle ore 7, lo squadrone si troverà riunito al Ciglione della Malpensa, sola sciabola, tutto il mondo a cavallo”. 102 dragoni. Colonnello Olivieri con tutta artiglieria. Solo problema controllare che non uscissero per istruzione anche quelli coi cavallli che marcavano. Inclinato alla buona conoscenza del terreno e abile lettore della carta, in sella più d’ogni altro incurante del cavallo che lo portava. GENEROSO
1902 FINE OTTOBRE CASERMA San Vittore Milano
1903 appiedato per motivi di salute
1904 in sella di nuovo17/03/1904 Finalmente Scuola di Cavalleria di Pinerolo, Istruttore. Rileva i difetti con calma, costanza ed accanimento meravigliosi. Resistenza accanita nel correggere senza che mai difettassero forma o pazienza. Saumur, portato da là gioco della rosa e fantoccio, cavallo saltatore riottoso rimesso al salto con progressione in un’ora. Sue ultime foto non probanti del metodo, aveva la schiena a pezzi.

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