
sabato 26 settembre 2009
venerdì 25 settembre 2009
Cugini diversi: asini, muli e bardotti.
Qui Charlotte (col berretto) e Giulietta.
Non solo asini:
I Muli - Molti e, cosa veramente notevole, tutti presentati in lavoro: a sella o col basto hanno fatto vedere dal vero quali sono le qualità che per secoli hanno reso indispensabile questo ibrido che nasce dall’accoppiamento tra un asino (lo stallone) ed una cavalla (fattrice). Notevoli i soggetti montati all’americana e addestrati da Luca Calvetto, un appassionato di barrel racing che ha molti allievi muli: la maneggevolezza di Chiquita, una statuaria baia di 7 anni, ci ha lasciati a bocca aperta mentre l’ammiravamo nel ring. Chiediamo a Luca se è molto diverso addestrare un mulo rispetto ad un cavallo: «La differenza più marcata è dovuta alla loro costituzione: la struttura della loro incollatura condiziona la cessione e di conseguenza è più difficile fare la bocca. Ma la cosa principale è capire il loro carattere: non accettano nessun tipo di violenza, con loro ci vogliono solo tanta pazienza e calma. Sono come dei giovani zucconi di montagna, ragazzotti un po’ rustici ma pieni di ottimi principi ed è per questo che se la prendono se ti comporti male con loro. Non ti assecondano mai, devi dimostrarti alla loro altezza per farti capire».
I Bardotti – La vera chicca di Carmagnola a nostro parere sono loro, i bardotti: nascono dall’incrocio di fattrice asinina x cavallo stallone e sono ancora più rari dei muli. Più delicati e fini di questi ultimi, morfologicamente somigliano di più ad un cavallo. Hanno un nitrito particolare, non spezzato in sillabe come quello dei cavalli ma tenuto a lungo come fossero soprani in vena di stupire. Due bardotti sauri, Lussorio e Teodora, ci hanno affascinati: sono fratello e sorella nati in Sardegna da una storia d’amore molto particolare. Ce la racconta Giusppe Bosco, maniscalco e loro attuale proprietario: «Il loro padre, Bolero, è un Anglo-Arabo figlio di uno stallone egiziano. Doveva coprire le fattrici da mezzo-sangue in un allevamento di Nuoro ma era troppo sofisticato, non le voleva. Così dopo vari tentativi lo hanno lasciato libero in un paddock con una vecchia somarella sarda per tenergli compagnia. Un bel giorno il proprietario si accorge che nel paddock sono in tre: Bolero, la somarella e…un puledrino arabo con le orecchie molto, molto lunghe». Era Lussorio, nato nel 2001 al quale è seguita Teodora nel 2005. Sono piccoli, un metro e trentacinque circa al garrese ma elegantissimi e pieni di stile; Lussorio attaccato è uno spettacolo di precisione, davvero un complimento dal vivo per il suo guidatore. Belli sono belli, ma il carattere com’è? «Sono bestie strane» ci spiega Giuseppe «ti mettono sempre in discussione e giocano sul pesante, anche fra di loro. Ma recepiscono molto bene quello che gli insegni e non se lo dimenticano».
Asini per l’Abruzzo – Uno dei protagonisti di Carmagnola è stato Massimo Montanari dell’Asineria di Gombola, Reggio Emilia. Avevamo parlato di somari in generale e del suo libro in particolare (Filastrocche col pennello, collana Asino chi legge per i tipi di Almayer) che ha appena vinto il Premio nazionale di letteratura per ragazzi Città di Bella. E poi degli amici asinari compresi quelli abruzzesi di Ciucolandia, in Abruzzo come si fa in una giornata tranquilla, di quelle dove viene da pensare solo alle cose belle. Invece la sera stessa c’è stato il terremoto a L’Aquila: 298 morti, 1600 feriti, una città distrutta. Gli asini si sono subito dati da fare alla loro maniera: è stata organizzata una spedizione in Abruzzo che ha portato libri nelle tendopoli più decentrate, e ha garantito l’acquisto dei libri di testo necessari alle maestre e ai ragazzi di Camarda. Per saperne cosa è stato fatto visitate il sito http://www.asinodays.org/
A me piacciono tanto i cavalli, lo avrete capito. Ma è difficile essere veramente innamorati di qualcuno senza interessarsi al resto della sua famiglia ed è per questo che la domenica delle Palme con Gino Perin siamo stati a Carmagnola, in quel di Torino, dove la locale «Associazione Asini e Muli» ha organizzato una giornata tutta dedicata a loro: i cugini con le orecchie lunghe.
Il giorno sembra scelto apposta visto che, quasi duemila anni fa, Qualcuno entrò a Gerusalemme proprio montando un asinello: non un destriero focoso dall’incollatura superba ma un umile, paziente e mite puledro di asina. Una scelta di immagine ben precisa diremmo oggi, legata alle caratteristiche di questi equini così geneticamente vicini ai nostri compagni di scuderia ma tanto lontani come attitudini e filosofia di vita. Anche le persone che si interessano ai nostri due cugini sono diverse: i cavalli - veloci, reattivi ed atletici - sono al centro di un mondo a forte indirizzo agonistico mentre gli asini più lenti, riflessivi ed essenziali raccolgono attorno a sé persone che hanno voglia di guardarsi attorno e non pensare troppo ad evetuali obiettivi da raggiungere. Certo la vocazione alla modestia degli asini è stata un po’ troppo presa in parola a Carmagnola: la manifestazione non ha avuto il più piccolo aiuto da parte degli enti locali e il gruppo di amici che si è dato da fare per organizzarla ha investito tempo, lavoro e risorse di tasca propria. Facile immaginarsi le difficoltà cui sono dovuti andare incontro, eppure Gianni Bori & c. sono riusciti a far scomparire il desolante cemento grigio di questo mercato bestiame sotto gli zoccoli piccoli e cauti di un centinaio di asini, muli e bardotti. Da queste parti erano il mezzo di lavoro abituale di chi doveva arrampicarsi su per le strade che vanno verso le Alpi e in effetti ne sbucano ancora tanti dai cortili delle cascine, come se fossero rimasti lì in casa e nel cuore di chi ha faticato con loro. Carri, carretti da cartuné (i trasportatori conto-terzi piemontesi del secolo scorso), basti, calessini: anche oggi che è festa qui tutto parla di lavoro fatto insieme. E’ un po’ strano per noi cavallari fare conoscenza la prima volta con un compassatissimo Equus Asinus: nei loro occhi sembra di trovare i ricordi di giorni molto lontani e si ha l’impressione di avere a che fare con un tipetto serio e sostenuto, che dà poca confidenza. Poi ci si accorge di quanto sia delicato e attento, prudente, tutto diverso insomma dall’ingenuo ed entusiasta Equus Caballus medio. Questi di solito si affida completamente alle nostre mani ed è un po’ come un figlio di cui si ha la responsabilità; l’asino invece dà la netta impressione di essere un nonno che si fa carico anche di te e sa decidere in autonomia la cosa migliore da fare; come dicevano i vecchi (grazie signor Borghi): «Il cavallo va dove vuoi tu, l’asino va dove sa che è meglio passare».
Un compagno diverso quindi, non migliore o peggiore del cavallo ma semplicemente differente: il suo passo è lento (4 km. all’ora su terreno pianeggiante, non più di 2,5 in dislivello), ma è un ambio così confortevole che riesce a tranquillizzare anche i più timorosi dilettanti della sella. I suoi movimenti non sono mai azzardati, la sua unica difesa è fermarsi e valutare la situazione. Difesa che lo espone spesso alla violenza dell’ignoranza e che comunque dosa con molta saggezza, basta guardare uno degli asinelli che ci sono qui: magari ha recalcitrato sotto la guida di una mano un po’ troppo rude ma poi si lascia portare a spasso senza problemi da una bambinetta di cinque anni, neanche fosse un giocattolino con le ruote. Del resto gli asini hanno una lunga esperienza come monta per i bambini, fino all’inizio del secolo scorso erano loro la prima cavalcatura dei pargoletti di buona famiglia: il carattere pacato li rendeva molto più adatti ai piccolissimi di qualunque pony. E ancora oggi la loro fermezza di opinioni in materia di aiuti è un’occasione didattica da non sottovalutare: non adattandosi mai ad interpretare con troppa facilità le indicazioni imprecise sono ottimi allenatori per cavalieri in erba.
Ma ora al diavolo nozioni e teoria, che qui attorno è pieno di asini in carne, ossa e zoccoletti lucidi e noi ne approfittiamo per una full-immersion tra le orecchie lunghe. Sembra di essere tornati indietro di trent’anni, l’atmosfera è un po’ quella di un mercato bestiame anni settanta e ricorda le prime edizioni di quelli che sono poi diventati appuntamenti di tutto rispetto come Travagliato, Reggio Emilia, Città di Castello: molto entusiasmo e nessuna concessione all’apparenza, ma un patrimonio di passione che potrà dare buoni frutti con un minimo di applicazione in più. Intanto gli asini, educati come sono, non danno segno di notare nulla che non vada nella location e badano a fare il loro dovere: le fattrici allattano i loro puledrini, i maschi ragliano con tutta l’anima per dire che loro ci sono e ci tengono ad essere notati.
Vi è mai capitato di sentire un asino stallone che lancia il suo raglio di sfida? smuove tutti i sentimenti e, decibel a parte, è una interpretazione che non può lasciare indifferenti. Ed è questa la loro costante, gli asini ti toccano: piano piano, senza fare sfoggio di nessuna superiorità riescono a mettersi in comunicazione con te e a farti guardare dentro quegli occhi così profondi che ti senti quasi in imbarazzo e ti vergogni di tutte le volte che hai badato più alle apparenze che alla sostanza.
Nonostante la confusione di persone che vanno e vengono basta mettersi lì vicino a uno di loro e si capisce perché vengano usati in alcuni allevamenti di cavalli da corsa come compagni di pascolo dei puledri, e stiano prendendo sempre più piede nella terapia alle persone con disturbi psichici e motori di varia natura : perché loro calmano e trasmettono serenità, sembra tutto più facile quando hai vicino qualcuno che non si spaventa per una sciocchezza e punta curioso le sue lunghe orecchie verso qualsiasi cosa nuova.
E anche la gente desgli asini è speciale, niente competizioni o gare ma soltanto tanta voglia di stare insieme.
Come qui a Carmagnola, una festa tra amici dove l’unica preoccupazione degli organizzatori è ringraziare tutti quelli che hanno contribuito a dare una mano: da Giampiero Ferraro che ha spianato la terra della pista con la sua ruspa a Giuseppe e Massimo e Charlotte venuti da Reggio Emilia per portare i loro asini, dai pastori di Asti Fulvio e Bendetto che hanno mandato qui la loro bellissima mandria sino agli amici nuovi, venuti apposta per conoscere meglio dei vecchi compagni di vita che si corre il rischio di dimenticare. Poi uno scopre che dagli asini c’è sempre da imparare, e non li lascia più.
Non solo asini:
I Muli - Molti e, cosa veramente notevole, tutti presentati in lavoro: a sella o col basto hanno fatto vedere dal vero quali sono le qualità che per secoli hanno reso indispensabile questo ibrido che nasce dall’accoppiamento tra un asino (lo stallone) ed una cavalla (fattrice). Notevoli i soggetti montati all’americana e addestrati da Luca Calvetto, un appassionato di barrel racing che ha molti allievi muli: la maneggevolezza di Chiquita, una statuaria baia di 7 anni, ci ha lasciati a bocca aperta mentre l’ammiravamo nel ring. Chiediamo a Luca se è molto diverso addestrare un mulo rispetto ad un cavallo: «La differenza più marcata è dovuta alla loro costituzione: la struttura della loro incollatura condiziona la cessione e di conseguenza è più difficile fare la bocca. Ma la cosa principale è capire il loro carattere: non accettano nessun tipo di violenza, con loro ci vogliono solo tanta pazienza e calma. Sono come dei giovani zucconi di montagna, ragazzotti un po’ rustici ma pieni di ottimi principi ed è per questo che se la prendono se ti comporti male con loro. Non ti assecondano mai, devi dimostrarti alla loro altezza per farti capire».
I Bardotti – La vera chicca di Carmagnola a nostro parere sono loro, i bardotti: nascono dall’incrocio di fattrice asinina x cavallo stallone e sono ancora più rari dei muli. Più delicati e fini di questi ultimi, morfologicamente somigliano di più ad un cavallo. Hanno un nitrito particolare, non spezzato in sillabe come quello dei cavalli ma tenuto a lungo come fossero soprani in vena di stupire. Due bardotti sauri, Lussorio e Teodora, ci hanno affascinati: sono fratello e sorella nati in Sardegna da una storia d’amore molto particolare. Ce la racconta Giusppe Bosco, maniscalco e loro attuale proprietario: «Il loro padre, Bolero, è un Anglo-Arabo figlio di uno stallone egiziano. Doveva coprire le fattrici da mezzo-sangue in un allevamento di Nuoro ma era troppo sofisticato, non le voleva. Così dopo vari tentativi lo hanno lasciato libero in un paddock con una vecchia somarella sarda per tenergli compagnia. Un bel giorno il proprietario si accorge che nel paddock sono in tre: Bolero, la somarella e…un puledrino arabo con le orecchie molto, molto lunghe». Era Lussorio, nato nel 2001 al quale è seguita Teodora nel 2005. Sono piccoli, un metro e trentacinque circa al garrese ma elegantissimi e pieni di stile; Lussorio attaccato è uno spettacolo di precisione, davvero un complimento dal vivo per il suo guidatore. Belli sono belli, ma il carattere com’è? «Sono bestie strane» ci spiega Giuseppe «ti mettono sempre in discussione e giocano sul pesante, anche fra di loro. Ma recepiscono molto bene quello che gli insegni e non se lo dimenticano».
Asini per l’Abruzzo – Uno dei protagonisti di Carmagnola è stato Massimo Montanari dell’Asineria di Gombola, Reggio Emilia. Avevamo parlato di somari in generale e del suo libro in particolare (Filastrocche col pennello, collana Asino chi legge per i tipi di Almayer) che ha appena vinto il Premio nazionale di letteratura per ragazzi Città di Bella. E poi degli amici asinari compresi quelli abruzzesi di Ciucolandia, in Abruzzo come si fa in una giornata tranquilla, di quelle dove viene da pensare solo alle cose belle. Invece la sera stessa c’è stato il terremoto a L’Aquila: 298 morti, 1600 feriti, una città distrutta. Gli asini si sono subito dati da fare alla loro maniera: è stata organizzata una spedizione in Abruzzo che ha portato libri nelle tendopoli più decentrate, e ha garantito l’acquisto dei libri di testo necessari alle maestre e ai ragazzi di Camarda. Per saperne cosa è stato fatto visitate il sito http://www.asinodays.org/
giovedì 17 settembre 2009
Festa dei Mérens a Sampeyre!
Vi è piaciuto quello che vi ho raccontato sui principi neri dei Pirenei? allora domani cercate di essere a Sampeyre, in Val Varaita, per la
XXVI GIORNATA DEI CAVALLI DI MERENS
A SAMPEYRE DAL 18 AL 20 SETTEMBRE
programma:
giovedì 17:visita agli alpeggi, ritrovo h 14 presso il comune
venerdì 18:transumanza dalla Valle Maira, discesa dagli alpeggi, arrivo e sistemazione dei soggetti in mostra
sabato 19:mattino: concorso di selezione dei soggetti di uno, due, tre anni maschi e femminepomeriggio:selezione delle fattrici, juonior e senior con e senza puledrosera:sfilata per la via principale e spettacolo in piazza con dimostrazioni
domenica 20:mattino: concorso soggetti da utilizzo, presentazione degli stallonipomeriggio:presentazione e premiazione migliori soggetti selezionatidimostrazione di utilizzobattesimo del cavallo per i più piccoli
Per info: comune, tel 0175/977.148
XXVI GIORNATA DEI CAVALLI DI MERENS
A SAMPEYRE DAL 18 AL 20 SETTEMBRE
programma:
giovedì 17:visita agli alpeggi, ritrovo h 14 presso il comune
venerdì 18:transumanza dalla Valle Maira, discesa dagli alpeggi, arrivo e sistemazione dei soggetti in mostra
sabato 19:mattino: concorso di selezione dei soggetti di uno, due, tre anni maschi e femminepomeriggio:selezione delle fattrici, juonior e senior con e senza puledrosera:sfilata per la via principale e spettacolo in piazza con dimostrazioni
domenica 20:mattino: concorso soggetti da utilizzo, presentazione degli stallonipomeriggio:presentazione e premiazione migliori soggetti selezionatidimostrazione di utilizzobattesimo del cavallo per i più piccoli
Per info: comune, tel 0175/977.148
mercoledì 16 settembre 2009
mercoledì 9 settembre 2009
I nerissimi dei Pirenei
“Il Piemonte è sempre stata una regione di consumo più che di produzione ne’ riguardi del cavallo”, diceva il Moreschi nel suo libro “Industria stalloniera” del 1903: ma oggi, più di cento anni dopo, i piemontesi si sono migliorati e in provincia di Cuneo abbiamo il maggior numero di allevatori italiani del Cavallo di Mérens. Il piccolo grande morello dei Pirenei qui ha trovato una seconda patria, lontana dalle valli dell’Ariége ma fatta delle stesse montagne e abitata dalla stessa gente. Per conoscerli meglio abbiamo approfittato della III Mostra Nazionale del Cavallo di Mérens che si è tenuta a Demonte, in Valle Stura, dal 21 al 23 settembre 2007. Ma i nostri bei montanari non erano mica lì ad aspettarci a valle, impigriti dentro un box: lasciata la macchina in paese siamo stati prelevati al volo da Fortunato Bonelli, uno degli allevatori storici di questa razza, e siamo andati ad incontrare i protagonisti della Fiera che stavano arrivando dalla Val Varaita e dalla Val Maira con una transumanza in piena regola. La strada è incastrata tra i denti di queste montagne che lasciano poco spazio alla valle e si arrampicano subito altissime tutte intorno, si corre su una strada a metà tra il cielo limpido sopra di noi e il torrente che sembra un filo sottile di luce giù in fondo, ma come facevano Pantani e Savoldelli a scendere da qui a rotta di collo per contendersi una tappa del Giro d’Italia? Noi invece saliamo, chiacchierando con Fortunato che è stato allenatore della nazionale di Sci di fondo, sci-alpinista per passione e allevatore di mestiere ma adesso parla solo come una persona nata qui, che ama e conosce profondamente ogni cosa di cui sono fatte le sue montagne: “Ho preso il mio primo cavallo di Mérens nel 1980, perché le capre mi scartavano tanto fieno: loro mangiano solo la parte migliore, mentre il cavallo mangia tutto quello che rimane. Poi ho aumentato il numero di capi, lasciato perdere le capre e trasferito i cavalli su in alto, al pascolo: i Mérens sono ottimi pascolatori, molto rustici. I puledri il primo anno pascolano male perché non hanno esperienza, mentre a due sono spesso troppo grassi, sanno mangiare ma non hanno ancora la voglia di giocare tra di loro che li caratterizza a tre, quando gli ormoni cominciano a farsi sentire. Ogni giorno controllo i cavalli su al pascolo, li guardo col binocolo e si vede subito se stanno bene: se hanno la testa giù vuol dire che hanno da mangiare, anche d’inverno con la neve loro scavano con lo zoccolo e trovano quello che serve. Quando non ci riescono la femmina più vecchia si mette in cammino e scende tutta la mandria fino a casa, solo una volta sono dovuto andarli a prendere perché le slavine avevano bloccato il sentiero ed erano tornati indietro: ho aperto un passaggio nella neve con la pala, e il giorno dopo erano tutti a casa. Passeranno in stalla tre o quattro giorni l’anno”. Arriviamo all’altopiano della Bandita, dove cavalli e cavalieri si stanno riposando prima dell’ultima, lunga tappa: i prati gialli per la siccità estiva sono profumati di erbe saporite, i cavalli stanno pascolando tranquilli divisi in due gruppi. Sono tutti morelli decisi tranne uno, un puledro bello e vispo ma sauro in modo imbarazzante: ogni centinaio di nuovi nati ne salta fuori uno, ultima testimonianza di quel bretone che nel dopoguerra aveva coperto alcune fattrici Mérens per fare puledri da carne. Ma il piccolo alézan dalla bella lista bianca non sa di essere diverso e fa il bravo Mérens come tutti gli altri, attaccato al fianco della mamma giù per questa strada militare costruita durante il regime fascista per il Vallo Alpino (dopo l’alleanza coi tedeschi i francesi divennero i nemici da cui proteggersi, qui siamo a due passi dal confine) e che segue il tracciato della vecchia mulattiera settecentesca, le cui pietre lucide sbucano ancora in certi tratti tra i ciuffi d’erba. Alcuni cavalieri rimontano in sella, altri una volta tirate su le staffe e tolto il filetto lasciano andare avanti il loro cavallo con le fattrici e i puledri, tutti insieme seguono la cavalla che fa da capobranco ed è condotta sottomano da Michelangelo, barba ispida e sorriso a metà strada tra timido e splendente. I campani delle fattrici sembrano fatti d’argento tanto suonano chiari, i ragazzi corrono a rotta di collo giù per i prati tagliando i tornanti, i cavalli hanno un passo allegro ed una energia che non avremmo davvero mai sospettata. Il sole fa scintillare il mantello color carbone lucido dei Mérens, hanno tutti quelle rotelle disegnate nel pelo che una volta chiamavano marenghi e dicono la prospera salute del cavallo; viene da pensare con tristezza a quelli che passano la loro vita chiusi in un box per 23 ore al giorno, lucidi soltanto di spray al silicone e nevrotici per la vita da reclusi che sono costretti a scontare per colpe non loro.
A sera i cavalli arrivano in paese, i ragazzini più giovani del gruppo sono lì di fianco ai puledri, mischiati al resto del branco come se fossero tutti una cosa sola; si legano i cavalli alle corde tese tra un albero e l’altro, gli stalloni che erano già qui nei box nitriscono per chiamare le cavalle, una fila di Haflinger biondi e spumeggianti come la birra fa da contrappunto al nero profondo ed elegante dei nostri “Prìncipi Neri” – che non c’è mica bisogno di essere tutti uguali per fare i cavalli da montagna. E i nostri hanno dimostrato di essere davvero nel loro ambiente su questi percorsi difficili: robusti e affidabili, calmi e pazienti, piedi più che sicuri e dotatissimi di quella particolare autonomia di giudizio che caratterizza i cavalli cresciuti al pascolo. “E poi – ci dice Marco Morra, Presidente dell’Associazione Allevatori del Cavallo di Mérens e avvocato di Genova che appena può mette la sella al suo morello montanaro e se ne va in giro per sentieri – questi cavalli hanno sempre attorno persone belle”. Ce ne accorgiamo guardando la gente che c’è qui in fiera, indaffarata coi cavalli o di passaggio per salutare gli amici, tutti sempre di corsa o alle prese con qualcosa da fare. Gente senza fronzoli ma con molta sostanza, capaci di difendere le proprie tradizioni e la propria individualità con rocciosa determinazione perché vogliono essere solo loro stessi, e non altri - “I cavalli sono domati, ma gli allevatori no!” dice Fortunato, due fanali azzurri da Giamburrasca spalancati sotto un cespuglio di capelli bianchi ingovernabili quanto lui. Qui l’amore per la propria indipendenza ha radici profonde, ci spiega Francesco Dematteis : “Sotto i marchesi di Saluzzo fino all’arrivo dei Savoia, nel 1601, i valligiani godevano per antichi accordi di una ampia autonomia anche religiosa. Molto più vicini alle città d’oltralpe che a quelle italiane erano in gran parte protestanti, ma c’era una pacifica convivenza tra confessioni diverse sino alle lotte della Controriforma che insanguinarono anche queste valli: coi cavalli siamo passati da Maseliero, dove i protestanti della Valle d’Unerzio tesero un’imboscata ai soldati dei Savoia che stavano arrivando per sterminarli. Fu un vero e proprio macello –masèl nella nostra lingua – e il ricordo di tutto quel sangue è rimasto anche nel nome della borgata”.
Dematteis è stato il primo a portare un Mèrens in Italia nel 1977, caricandolo su un Ford Transit e facendogli passare la frontiera in modo abbastanza avventuroso . Mi racconta la storia di questa valle, di come abbia lasciato Torino tanti anni fa per venire ad abitare proprio qui, di quando vanno nell’Ariége e possono parlare il loro dialetto e capirsi perfettamente con i montanari di là, occitani come loro divisi da tanti chilometri ma uniti dalle stesse radici e dalla stessa vita – e ora, anche dagli stessi cavalli. Gli chiedo come mai abbia organizzato questa transumanza: “Per ripercorrere tracciati che in antico legavano comunità affini e che adesso, a volte, hanno perso l’abitudine di comunicare. Una volta i limiti erano su altre basi, per parlare con qualcuno si facevano volentieri un po’ di ore a piedi, anche se era faticoso”. Guardo ancora i Mèrens che si mangiano tranquilli il loro fieno o si fanno portare nel ring da un paio di ragazzini alti un soldo di cacio, e intanto penso che Marco aveva proprio ragione: questi cavalli sanno scegliere molto bene la gente da tenersi attorno.
Maria Cristina Magri, da Cavallo Magazine nr.252 del 2007
Maria Cristina Magri, da Cavallo Magazine nr.252 del 2007
I cavalli dell’Ariége, detti di Mérens
L’Ariége è un dipartimento dei Pirenei francesi, vicino al confine con la regione spagnola dell’Andorra e dal piccolissimo paese di Mèrens prende nome il cavallo che è da secoli allevato in quelle zone. Il Mèrens è un cavallo di taglia media (non supera di solito il metro e cinquantacinque al garrese), notevole per resistenza e salute, l’ottimo carattere e la spiccata attitudine al lavoro su terreni difficili. Il mantello tipico è il morello zaino, sono tollerate piccole macchie bianche sulla fronte e balzane molto contenute. Preferisce vivere in alta quota, dove sfrutta al meglio i terreni marginali: è un ottimo cavallo da lavoro, si presta per il traino di slitte e tronchi e per il basto. E’ un perfetto cavallo da turismo equestre e al cavaliere riserva non solo tanta resistenza ma anche bei movimenti ampi. In più ha un talento spiccato per gli attacchi, specialità dove dimostra una predisposizione ed una capacità notevoli.
La transumanza:
http://maps.google.it/maps/ms?hl=it&ie=UTF8&msa=0&msid=100985098135798129836.00043af70f4a35c7aa422&ll=44.461231,7.319641&spn=0.835089,1.60675&z=9&om=1
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