PIEDE – Sui manuali di anatomia le parti terminali delle estremità degli ungulati sono chiamate zoccoli; comunemente parlando, gli arti degli animali in genere sono chiamati zampe. Ma il cavallo è qualcosa di così vicino all’uomo, così parte stessa di uno stesso insieme, che per accordo generale gli si attribuiscono una serie di appellativi anatomici umanizzati. Tecnicamente non corretti, ma universalmente riconosciuti come i soli degni per lui: quindi lo zoccolo è il piede (al cavallo si puliscono, si ingrassano i piedi) o l’unghia (il maniscalco pareggia l’unghia prima di applicare il ferro). Addirittura un tempo erano chiamati mani gli anteriori e piedi i posteriori. La zampa di un cavallo non è mai una zampa ma gamba, oppure anteriore sinistro o posteriore destro etc.; ma assolutamente mai zampa.
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domenica 29 marzo 2009
Glossario equestre: il piede.
PIEDE – Sui manuali di anatomia le parti terminali delle estremità degli ungulati sono chiamate zoccoli; comunemente parlando, gli arti degli animali in genere sono chiamati zampe. Ma il cavallo è qualcosa di così vicino all’uomo, così parte stessa di uno stesso insieme, che per accordo generale gli si attribuiscono una serie di appellativi anatomici umanizzati. Tecnicamente non corretti, ma universalmente riconosciuti come i soli degni per lui: quindi lo zoccolo è il piede (al cavallo si puliscono, si ingrassano i piedi) o l’unghia (il maniscalco pareggia l’unghia prima di applicare il ferro). Addirittura un tempo erano chiamati mani gli anteriori e piedi i posteriori. La zampa di un cavallo non è mai una zampa ma gamba, oppure anteriore sinistro o posteriore destro etc.; ma assolutamente mai zampa.
martedì 16 dicembre 2008
Glossario equestre: mantello.
I peli che ricoprono la pelle del cavallo, il loro colore costituiscono il suo mantello. I mantelli esistenti si dividono in semplici (peli e crini dello stesso colore) e composti (peli e crini di differenti colori); i composti a loro volta si suddividono in composti a due colori separati e composti a colori mischiati. Mantelli semplici:
Morello: può essere deciso, maltinto (d’estate specialmente se lasciati al pascolo al sole, i cavalli morelli possono sembrare bai oscuri ma si tratta solo di uno scolorimento dei peli, proprio come i capelli di alcuni diventano biondi al mare) , corvino (lucente).
Sauro – peli dal biondo al rossastro, più o meno scuri (chiaro, dorato, scuro o bruciato etc.) . Se i crini sono più chiari del mantello base si dice sauro lavato, come sono ad esempio gli avelignesi. Il mantello denominato Palomino è un sauro lavato con crini bianchissimi.
Bianco – in pratica soltanto i cavalli albini, in quanto hanno pelle, crini e peli bianchi.
Mantelli composti:
- composti a due colori separati (corpo di un solo colore, crini ed estremità neri);
Baio – mantello marrone, dal rossastro al quasi nero in tutte le tonalità ma con crini ed estremità neri.
Isabella – mantello giallastro più o meno chiaro con crini ed estremità neri, non raramente associato a zebrature degli arti specialmente nelle razze più rustiche e pure (pony fjord, ad esempio). Questo mantello si chiama così in onore di una Isabella, Duchessa d’Austria, che fece voto di non cambiarsi la camicia sino a che il marito non fosse tornato dall’assedio di Ostenda: cosa che si verificò soltanto dopo due anni. La camicia da immacolata che era diventò, appunto, giallastra con estremità decisamente più scure. Tanto eroismo, valeva bene una dedica!
Sorcino – mantello grigio topo, estremità e criniera nere;
- composti a colori mischiati tra loro:
Grigio – peli bianchi e neri mischiati in vario modo tra loro (pomellato, storno, grigio ferro testa di moro, etc.), ed in proporzioni variabili. Con l’età del cavallo i peli bianchi generalmente aumentano fino a farlo sembrare bianco. Un cavallo destinato a diventare grigio nasce solamente se lo è anche almeno uno dei due genitori, ed il suo mantello alla nascita non è grigio ma sauro, o baio, o morello. Il grigio non era considerato un mantello da Federico Tesio (il più grande allevatore di cavalli, purosangue e non) perché non si comporta come tale ma piuttosto come una malattia, innocua per il cavallo ma comunque come un precoce senilità del mantello.
Ubero – peli gialli e bianchi mischiati, in vario modo (fior di pesco, falbo, millefiori, etc.)
Roano – peli mischiati bianchi, neri o rossi (e può essere secondo la prevalenza di questi chiaro, carico o vinoso).
Infine, ci sono i mantelli pezzati: tutta le varietà descritte sopra, con in più pezzature bianche, derivate da zone più o meno vaste di pelle de-pigmentata sulla quale crescono peli bianchi; le razze Paint e Pintos possono avere due tipi di pezzature differenti, chiamate overo e tobiano a seconda delle proporzioni e della distribuzione del colore. Si raggiunge il massimo della fantasia sui cavalli leopard, generalmente Argentini o Appaloosa ma anche Norici e Knabstrup, che hanno macchie scure su pezzature bianche che insistono su mantelli bai o morelli, randomize.
Se il mantello è privo di “bianco” (balzane più o meno calzate, pezzature, stelle o liste) si dice zaino, cioè uniforme. Da notare che queste macchie bianche sono, come le pezzature, zone de-pigmentate di pelle rosa sulla quale nascono soltanto peli bianchi (dalle balzane in corona, anche l’unghia nasce chiara). Questi segni caratteristici nascono col puledro e non possono cambiare, mai, durante tutta la sua vita. Non bisogna confonderle con le macchia bianche di origine traumatica che tanti cavalli hanno sotto la sella, sul naso, agli arti od in ogni parte del corpo sottoposta a sfregamenti, compressioni e traumi vari.
Se sono presenti macchie tondeggianti di tono più scuro o più chiaro rispetto al colore di base, si dice che il mantello è pomellato.
Se presenta pochi peli bianchi sparsi in modo non uniforme, si dice rabicanato.
Al mantello e al numero di balzane dei cavalli sono legati, presso tutti i popoli, proverbi e modi di dire più o meno realistici anche se già nella metà del milleseicento il Santapaulina, Cavallerizzo e Responsabile delle Scuderie del Granduca di Toscana, tacciava come vecchie e sciocche dicerie queste attribuzioni di qualità o difetti in base a mantello e segni caratteristici, fermo restando che “ i cavalli con grandi macchie bianche sono più linfatici degli altri, e maggiormente soggetti a malattie della pelle sulle estremità bianche…quindi si spiega perché abbiano avuto una cattiva stampa” (da Tesio, “Il purosangue animale da esperimento”, op. cit.). Ma il fatto che i balzani da tre siano considerato cavalli da Re, ancora oggi li fa preferire come monta per i porta-stendardi dei reparti di cavalleria; il sauro è considerato dagli arabi come il più probabile vincitore in resistenza sulle lunghe distanze, e i cavalli pezzati nel XIX secolo erano considerati poco eleganti e chiassosi, poco adatti alle vere signore.
Ma un proverbio sempre valido al proposito esiste: se il cavallo è buono e bello, non guardar razza o mantello.
Nota: Una parte dei deliziosi e cerebralmente tonificanti scritti di Tesio verte proprio sulle leggi che regolano l’ereditarietà dei mantelli e le sue teorie sulle balzane, teorie (come quella dell’occupazione, basata sulla teorica primitiva esistenza di una razza albina incrociata in seguito con un altra di tipo baio e sauro e che lascerebbe segno di sé appunto in balzane e pezzature) considerate di solito con sufficienza per via di certi aspetti piuttosto empirici.
Eppure queste teorie sono confermate da una piccola mandria di asini sulle colline reggiane: presso l’allevamento Ortalli, ci sono alcuni piccoli somarelli grigi dell’Amiata. Incrociatisi con i bianchi dell’Asinara (albini puri) pure presenti nella stessa tenuta, sono nati asinelli pezzati bianchi e grigi. Questi inediti somari paint sono la conferma vivente delle teorie di Tesio, il raffinatissimo ed intelligente creatore degli elegantissimi Nearco e Tenerani, e del mitico, imbattibile Ribot.
sabato 14 giugno 2008
Glossario equestre: lavoro in piano

La ginnastica fondamentale del cavallo, il lavoro che ben eseguito rende possibile al cavaliere di avere un cavallo bene in equilibrio, “calmo, in avanti e diritto” come diceva L’Hotte. Viene chiamato “in piano” perché non prevede il salto degli ostacoli, che (teoricamente) si potrebbero affrontare solo una volta che cavallo e cavaliere abbiano raggiunto un buon livello di preparazione in piano. In pratica, in troppi saltano perché è molto più divertente andare in concorso che stare a casa in maneggio a faticare per mesi e mesi. Il risultato è che in poco tempo, saltando male e facendo saltare peggio il cavallo lo si danneggia e disgusta con la conseguenza di doverlo poi sostituire, per la grande gioia di istruttori portati al commercio che hanno così modo di vendere e lucrare. Si dovrebbe probabilmente fare più pubblicità al fatto che cavalieri del calibro di Filippo Moyerson , a casa coi loro cavalli di punta saltano pochissimo se non quasi niente, concentrando la preparazione proprio sul lavoro in piano. Mady Michelli Brenci, proprietaria di Don Bito Van de Helle all’epoca montato proprio da Filippo Moyerson, vedendolo lavorare il cavallo sempre in questo modo gli chiese se non ritenesse necessario metterlo sui salti anche a casa; il cavaliere le rispose “Ma non ti pare che salti già abbastanza quando siamo in concorso?”. Don Bito è stato riportato alle competizioni, perché a quasi vent’anni suonati stava male senza essere montato, ed era cosi integro e sano da ricominciare ad ottenere risultati ottimi sotto la sella di Lucia Vizzini. Questa filosofia di lavoro permette a Moyerson, e a chi la pensa come lui, di avere cavalli con una carriera agonistica decisamente lunga grazie alla buona salute e forma fisica non essendo sfruttati oltre il limite, e addirittura recuperarne al lavoro e all’agonismo di quelli considerati perduti (come il grigio Dugano). In equitazione l’anima del commercio non è tanto la pubblicità, ma il pessimo “lavoro” che tanti fanno col proprio cavallo.
giovedì 3 aprile 2008
le Voloire

Storico Reggimento di artiglieria ippo-trainata dell’Esercito Italiano. Le artiglierie erano, fino alla metà del XVIII secolo, trainate dai buoi: lenti e possenti, potevano spostare i pesanti cannoni nelle campagne teatro di guerre e battaglie. Federico di Prussia, gran comandante ma Principe di uno stato piccolo e non ricchissimo, aveva meno cannoni di quelli che sarebbero serviti al suo desiderio di vittoria: risolse il problema rendendoli più veloci, staccando cioè i buoi e facendo trainare le artiglierie dai cavalli. In un colpo solo inventò l’artiglieria ippo-trainata, e rese necessario un nuovo tipo di cavallo, quella da tiro pesante rapido: una rivoluzione tattica e strategica per quello che riguardava la guerra, ed una nuova necessità da soddisfare per gli allevatori del tempo. Ancora una volta si sarebbe poi costruito, tramite selezioni ed incroci dalle razze già esistenti, un nuovo tipo di cavallo che doveva svolgere un nuovo tipo di lavoro. Gli uomini hanno fatto i cavalli, si può dire, a loro immagine e somiglianza. Cavalli eleganti per usi raffinati, cavalli robusti per lavori pesanti, cavalli piccolini per piccoli attacchi e per i bambini, cavalli velocissimi per le gare brevi, cavalli resistentissimi per i deserti terribili. I cavalli sono sempre stati vicino all’uomo, sono nati (almeno quelli non selvatici) per mano dell’uomo, e sono fatti per lavorare con lui. E tutto è bello e giusto, finchè l’uomo che li fa lavorare (in qualsiasi modo: maneggio, tiro, circo, spettacolo, sport) somiglia ancora ai cavalli che ha vicino. Cioè fino a quando è sensibile, capace di capire il suo compagno, disposto ad ascoltarlo. Quando l’uomo che sta vicino ad un cavallo non gli somiglia più, e si comporta come un uomo da “macchina”, che ha fretta, che pretende solo l’esecuzione meccanica di un ordine, e non è più capace di affrontare gli imprevisti insiti in ogni essere vivente, e vorrebbe possedere tutto quello che gli serve sotto forma di manuale di istruzioni come se avesse a che fare non con un animale ma con un qualunque apparecchio elettrico o meccanico, allora non è più un uomo degno o capace di stare vicino ad un animale come il cavallo. Che è così sensibile, così complesso, così affascinante e così splendido proprio perché è un essere vivente, sempre nuovo e sempre diverso e non una qualsiasi, banale, noiosissima e ripetitiva macchina.
giovedì 21 febbraio 2008
Glossario equestre: fruste, frustoni e frustini

Da "Argento e vecchi filetti":
Facciamo ordine: il frustino in realtà non esiste, quell’aggeggio variamente colorato che sta nella mano interna alla pista di un cavaliere in maneggio è la frusta. Purtroppo vengono ultimamente prodotte in colori assurdi e modelli assortiti derivati direttamente dalle corse al galoppo che però non dovrebbero essere il pane quotidiano della maggior parte di noi. Sarebbe interessante fare uno studio approfondito sul fatto inspiegabile che più sono colorati, più vengono usati a sproposito: deve esistere una connessione nascosta tra cattivo gusto dell’acquirente e cattivo gusto del cavaliere, probabilmente dettati entrambi dalla mancanza di sensibilità. La frusta usata per il dressage, o addestramento, è più lunga per permettere di toccare il cavallo anche sulla groppa senza staccare le mani dalle redini. Il frustone è la frusta lunga, con pioggia lunghissima che viene usata per lavorare il cavallo alla longia, in tondino o in maneggio e che somiglia a quelle usate per gli attacchi. E’ inutile stare ad elencare qui i vari altri tipi di fruste reperibili in selleria per le più svariate necessità ed occasioni, dalle cacce agli attacchi. Molto più importante, pregare chi monta a cavallo di non infilare mai nello stivale la frusta: appoggiatela da qualche parte, tenetela impugnata, passatela al fidanzato o alla moglie in trepida attesa, che si sentiranno così non solo utili ma anche partecipi. Comunque non rendetevi colpevoli di questa sciatteria, per carità.
lunedì 11 febbraio 2008
Glossario equestre: binomio

BINOMIO – Un cavallo più un cavaliere, insieme e ben affiatati sono un binomio. Un cavallo è un cavallo anche senza il cavaliere. Un cavaliere invece non è detto che lo sia solo perché monta un cavallo. E non tutti gli insiemi uomo-cavallo sono binomi; si raggiunge questo risultato quando entrambi si capiscono ed aiutano l’un l’altro per raggiungere uno stesso risultato, in armonia. Ci sono cavalieri che hanno una naturale facilità nel mettersi insieme ad ogni tipo di cavallo (uno per tutti, Tommaso Lequio), anche se mai montato in precedenza. Altri invece sembra siano gli unici in grado di far rendere un cavallo difficile o problematico, come se per magia le necessità più strane dell’uno si incastrassero perfettamente con i talenti meno comuni dell’altro (uno per tutti, Ferdinando Filipponi ed il suo grandissimo Nasello). Ma probabilmente uno dei lati più affascinanti dell’equitazione è che offre una varietà infinita di combinazioni cavallo-cavaliere, proprio perché sia gli uni che gli altri sono esseri unici, diversi l’uno dall’altro ed infinitamente ricchi di sfumature e particolarità. Per questo l’Equitazione (quella con la E maiuscola) è un’Arte, e non una fredda scienza esatta. Per questo forse, anche se non si può scrivere sui manuali veri di Equitazione perché è poco tecnico, un binomio cavallo/cavaliere sono due cuori che vogliono fare esattamente la stessa cosa, insieme.
mercoledì 6 febbraio 2008
Glossario: Aiuti!

AIUTI – Sono detti aiuti i mezzi che il cavaliere ha a disposizione per comunicare la propria volontà: lo aiutano, letteralmente, a farsi intendere dal cavallo. Gli aiuti sono le mani (attraverso le redini e l’imboccatura), le gambe, l’assetto, la voce, la frusta e gli speroni. Questi ultimi intensificano l’intensità dei primi, per sottolineare e rendere più percepibili i comandi (ad esempio, la frusta lunga arriva dove la gamba non può per spostare o contenere la groppa, come nel dressage o per chi cavalca all’amazzone). Il fatto che dimostra incontrovertibilmente la sua intelligenza è che il cavallo riesce, attraverso questi aiuti e con la sua sensibilità, ad interpretare la volontà del cavaliere. E’ invece molto meno semplice per il cavaliere alle prime armi capire cosa dice il cavallo, che pure continuamente comunica in tutti i modi a lui possibili. Qui entrano in campo intelligenza e sensibilità dell’uomo, che purtroppo non si possono dare per scontate. Ma l’essere ben coscienti che sempre i cavalli ci parlano e si esprimono, è già un buon punto di partenza.
martedì 5 febbraio 2008
America, luglio 1929

Visto che stiamo attraversando un periodi di crisi generale...coraggio, sono cose che capitano! da "Argento e vecchi filetti"
Più forte degli anni e dei chilometri percorsi, più forte della crisi economica incombente e dell’inflazione galoppante alle quali, allora come adesso, crediamo solo quando la pensione del cavallo in maneggio aumenta del 75%; più forte anche dei freni che normalmente per undici mesi l’anno ci inibiscono, impedendoci di cadere in situazioni scomode o imbarazzanti, più forte insomma di tutto un italiano in vacanza non si nega niente, meno che mai la passeggiata a cavallo e, soprattutto, non rinuncia alla fotografia che prova l’impresa. Magari la passeggiata equestre sì, quella possiamo evitarla ma la foto giammai, ci vuole, per un istante di posa che diventerà sempre (almeno per chi non ci conosce troppo bene) saremo Cavalieri Coraggiosi.
Tanta cattiveria da che è ispirata, del tutto inopportunamente? Da questa fotografia di tranquilli signori in vacanza negli Stati Uniti del 1929. Se non ci fossero la data autografa e la paglietta della groom a testimoniarlo inconfutabilmente, si farebbe fatica a trovare un appiglio per non confonderla con una fotografia moderna (e ancora una volta viene da pensare che i cavalli sono sempre quelli, per fortuna e anche gli uomini, purtroppo). Gita sotto il sole a picco, cappellone souvenir d’Amerique per Giuseppe che, assieme a Nilde, sfoggia una certa disinvoltura in sella mentre gli altri tre compagni di avventura sorridono un po’ troppo rigidamente per essere rilassati come vogliono sembrare. Ma la solida ragazzona che con piglio deciso tiene i cavalli sottomano non ha l’aria di chi si fa sorprendere da una rallegrata dei due professionisti del turismo che portano il peso della tondeggiante Mary, e della marinaretta ippotrasportata.
Partendo un po’ per la tangente e non addebitando a Mary e compagnia colpe che non hanno, niente di nuovo sotto il sole di luglio: turisti agili come sacchi di patate che smonteranno di sella credendo di esserne scesi, perfetti disinteressati dei cavalli che pagano un pappone qualsiasi per affittare una povera bestia sfiancata. E dopo averne abusato (senza assolutamente rendersi conto di quel che succede sotto di loro), sono convinti di conoscere tutto, assolutamente tutto quello che c’è da sapere sul modo di andare a cavallo. Tiri a destra per andare a destra, a sinistra per andare a sinistra, tutt’e due per fermarsi, che motivo c’è di farci su tante chiacchiere o di inventarsi tante difficoltà, poi? Quelli che usano i cavalli così, fanno perfettamente il paio con chi è convintissimo di essere un irresistibile sciupafemmine per via del fatto che, a scadenze più o meno regolari, intasa le strade di periferia per trovare sui marciapiedi una professionista sufficientemente platinata e possibilmente non troppo esosa che lo convinca (previo pagamento pronta cassa) di essere un’affascinante Don Giovanni .
Paragone esagerato? Non credo. Chi non ha mai visto quei posti orrendi dove d’estate poveri cavalli sfiancati, magri come scheletri, polverosi come zerbini aspettano apatici sotto il sole che arrivi un numero sufficiente di clienti, per poi someggiarli lungo un percorso oramai imparato a memoria e seguito con lo sforzo minimo necessario ed indispensabile? I maneggi onesti, quelli dove quel noioso dell’istruttore non ti fa uscire se non hai fatto abbastanza lezioni da poter stare in sella con sufficiente sicurezza sono sicuramente semideserti; ma dal marpione che a tre lire ha dirottato dal mercato bestiame qualche povero animale il più vecchio e magro possibile (comprandoli a peso di carne c’è da scommettere scelgano quello con più costole in vista) ci sarà la fila: e le povere bestie partite già in riserva faranno e rifaranno il loro calvario, con tutte le sue stazioni. Fino ad esaurimento, fino al termine della stagione, fino a quando ci sarà un qualche turista in vena di sentirsi tanto bello in groppa al destriero, e speriamo che non si accorga che tirando in bocca alla povera bestia questa, spaventata, azzarda una qualche timida e sfinita reazione: il “cavaliere” potrebbe anche trovarlo più emozionante, e tentare di riprovarci per sentirsi tanto domatore di cavalli. E se finita l’estate, finita la tortura, finita la sofferenza le povere bestie arrivano al macello e non hanno più modo di continuare a patire, non è detto che le conseguenze negative siano terminate: sicuramente se l’affitta cavalli ha avuto un saldo positivo, l’anno dopo ritenterà l’esperienza; sicuramente, se i prodi cavalcanti in scarpe da ginnastica si sono divertiti, l’anno dopo ritorneranno a fare il giretto a cavallo, esattamente come rifaranno il giro in pedalò, in bicicletta, con l’acqua scooter e quant’altre attrezzature siano a disposizione, perché non viene equiparato ad altro che un qualsiasi mezzo un cavallo in questo contesto.
Su cento cavalcanti delle vacanze, probabilmente almeno ottantacinque saranno convintissimi di sapere tutto quello che serve sui cavalli e ne rimarranno incrollabilmente convinti per tutta la vita, e magari ciclicamente si confermeranno su questa posizione riprovando (sempre in uno di questi lager da cavalli) l’ebbrezza della galoppata in libertà ottenuta a suon di calcioni nelle costole dei dannati pigroni che hanno sotto la sella.
E il guaio più grosso sono proprio questi ottantacinque, che non capiranno mai cosa vuol dire montare a cavallo, che non capiranno mai un cavallo, e che sogghignando rideranno di quei poveri sciocchi che dopo aver passato una vita in mezzo ai cavalli, lavorando con loro, sono ancora affascinati da tutto quello di misterioso si portano dietro, da tutto quello che non dicono ma che, se li guardi bene, ti lasciano intravedere. E proprio questi ottantacinque, alla prima occasione, pontificheranno della stupidità equina dando per certo a chi li ascolta che solo una bestia stupida può spaventarsi come un cavallo, od avere reazioni altrettanto imprevedibili; di solito, questa presa di coscienza avviene dopo che un cavallo meno martire degli altri li avrà scaricati a terra, o per lo meno fatti sentire alla sua mercè con la precisa cognizione di non meritar da lui mercede (detta in soldoni, resi coscienti del fatto di essere incapaci per propria inettitudine personale di controllare il cavallo).
Questi tristi ottantacinque figuri su cento non hanno capito che bisogna avere pazienza, che bisogna avere tempo, che bisogna avere voglia di aspettare e di stare con loro, coi cavalli. Non hanno capito e forse non capiranno mai che dietro ogni movimento, reazione, impazienza dei cavalli, dietro ogni loro sbuffo tranquillo, dietro ogni sgroppata o piantata c’è qualcosa da capire, che noi non siamo ancora riusciti a capire ma che loro instancabilmente provano a farci comprendere. Non smettono mai di parlare, di provare a comunicarci il loro stato d’animo, le loro necessità, i loro disagi o la loro soddisfazione, la loro allegria o le loro paure. Siamo noi, poveri ottusi uomini che non capiamo, specialmente quando non abbiano voglia di starli ad ascoltare.
martedì 29 gennaio 2008
Fosca ........per Grosseto

Ieri sono stata a Grosseto e ho conosciuto alcune persone fantastiche: gentili, disponibili, appassionate, di quelle che ogni tanto si ha la fortuna di trovare e che riconosci perchè ti ritrovi davanti a qualcosa che per altri è assurdo o vecchio o inutile e invece a te e a loro fa brillare gli occhi, e allora per quanto si fosse sconosciuti prima improvvisamente ci si sente accomunati da qualcosa di bello.
Che giornata splendida, questo altro pezzetto del libello lo dedico a loro, a tutti quanti: bersaglieri, ciclisti, comandanti, marescialli, cavalieri, cavalle col ciuffo buffo...un abbraccio a tutti.
“Dal Signor Comandante!….”
Nella Reale Tenuta di San Rossore, il 15 maggio 1900 da Corlander (PSI) e Traviata (1/2 sangue) era nata Fosca, che qui vediamo fiera e splendente sotto la sella di un tenente di artiglieria.
La scena sembra davvero preparata per una illustrazione da manuale: Fosca è perfetta, il suo manto liscio come seta, niente fuori posto ed anzi i palafrenieri avevano esagerato con la toelettatura: il ciuffo tagliato pari con le forbici è una barbarie ma alla fin fine Fosca era robusta cavalla di reggimento, non da morfologia. In compenso sella e finimenti sono impeccabili, come del resto i due militari che compaiono con lei nella fotografia: fissati nel momento canonico del passaggio di un piego da parte dell’ordinanza al superiore, e poco importa se nelle Norme ed Istruzioni Pratiche in quegli anni si contemplava solo il caso dell’ordinanza a cavallo, o a piedi. Qui ci si adegua senza indugio e con elasticità ai tempi moderni, e al posto del regolamentare equino il latore della missiva ha una fiammante bicicletta, per altro trattata esattamente come avrebbe dovuto fare con mezzo a quattro zampe….”Se il superiore è a piedi, l’ordinanza salta a terra a conveniente distanza e presenta il piego con la mano sinistra, tenendo con la destra il cavallo”. Unico neo, l’essersi avvicinato alla sinistra del superiore, secondo il regolamento avrebbe dovuto avvicinarsi al suo lato destro…..ma probabilmente si erano presi una licenza “poetica”, ricostruendo da regolamento la scena si sarebbe dovuto immortalare il binomio ufficiale – Fosca dal lato destro che non solo non è il più canonico per la presentazione del cavallo, ma è anche quello sguarnito della elegantissima sciabola d’ordinanza.
La modernizzazione dei mezzi dell’esercito era già cominciata. Pochi anni dopo l’inizio del secolo Fosca e i suoi compagni venivano progressivamente soppiantati dai mezzi meccanici, ed è ironico pensare che proprio mentre cominciava il loro declino si perfezionava in realtà un metodo che sarebbe divenuto fondamentale per il loro utilizzo futuro (Caprilli presenta il suo metodo al Concorso Internazionale di Torino del 1903). E sempre per amara e triste ironia, , la seconda guerra mondiale avrebbe visto anacronistiche stragi non solo di uomini contro altri uomini ma anche di cavalli contro carri-armati, muli contro mitraglie ad alzo zero, povere bestie fatte di carne e ossa contro ferro, esplosivi, e polvere da sparo. Anche loro fatti di vita, proprio come gli uomini, nessuno dei due sopravvive ad una mina o a una granata, o ad un proiettile troppo preciso. E non so se almeno uno tra i due, uomo od animale, si riuscisse a spiegare il perché di una fine così assurda nell’attimo in cui si rendeva conto di non poter fare niente per evitarla.
Sicuramente è un perché che crediamo di conoscere noi, mentre guardiamo tanta storia da un punto d’osservazione sicuro, tranquillo, confortevole ed assolutamente esente da rischi. Sicuramente è un perché che avevano bene in mente geniali giocatori di scacchi come Churchill, e anche alcuni grandissimi idioti con troppo potere tra le mani rispetto alla capacità oggettiva di ben utilizzarlo. Sicuramente è un perché del quale, a quelli morti senza capirlo, importa oramai ben poco.
venerdì 11 gennaio 2008
Modena, i cavalli e l'Accademia

Visitando questa sonnacchiosa ed amabilmente provinciale citta', difficilmente si pensa a quando il Duomo invece di starsene accucciato tra biciclette e piccioni, guardava indulgente attacchi tirati a lucido e cavalieri ansiosi di far ammirare l'ultimo campione arrivato in scuderia.
Ma se non vi fate coinvolgere troppo dai tortellini di una multinazionale, aceto balsamico millesimato prodotto in quantità statunitensi e strapotenti fuoriserie assortite, potete elevare un po' il vostro animo portando i vostri passi dalle parti del Palazzo Ducale.
Sulle prime dovrete accontentarvi di sbirciarlo tra un palazzotto e l'altro, passando dal portico del Collegio a quello di via Farini ma poi ve lo trovate davanti in tutta la sua eleganza un pochino sproporzionata al target architettonico del resto della città, ma assolutamente adatto a rappresentare quello che è in realtà - la sede dell'Accademia Militare, che forma e prepara gli Allievi Ufficiali dell'Esercito Italiano e non solo (arrivano Allievi anche da altre nazioni, attirati dal prestigio della Scuola Militare più antica del mondo); ovviamente noi non ci faremo commuovere dalla bellezza barocca di questo rimedio estense alle confische papali e tanto per non smentirci, guardiamo in giro in cerca di cavalli trovando nelle scuderie (ancora alloggiate dove erano quelle ducali) i 61 quadrupedi in forza al Centro Ippico Militare.
Ancora oggi, infatti, è ritenuta fondamentale per la formazione caratteriale e fisica dei futuri ufficiali la pratica dell'equitazione, anzi del Sistema Naturale di Equitazione ovviamente, nato verso la fine dell'800 proprio per soddisfare la necessità squisitamente militare di preparare in modo efficace e veloce binomi in grado di affrontare ostacoli vari e difficoltà assortite in terreno aperto, usando al meglio le potenzialità dei cavalli: così un Capitano di nome Caprilli, dopo secoli di animali sprecati in vario modo ha portato cavalli e cavalieri nel mondo vero, quello pieno di fossi e tronchi e guadi e spaventi, fuori dai maneggi e dalle cavallerizze dove venivano condizionati ad un'equitazione estetizzante quanto volete ma davvero poco pratica in caso di guerra.
Partiamo da lontano, ma non troppo: Caprilli ha già seminato, aiutato da persone che non solo montavano bene ma che ancora non avevano perso di vista lo scopo principale del metodo, cioè istruire altri cavalieri, abituarli non solo ad uno stile di monta particolare ma anche al coraggio necessario ad affrontare ostacoli "impossibili", coraggio che servirà loro in abbondanza nella vita che si sono scelti.
Ovviamente tutto era reso facile dal rapporto che fino agli anni '30 si aveva col cavallo: un compagno abituale di lavoro, di viaggio, di vita, un accessorio banale del paesaggio la cui familiarità era quasi scontata: i reggimenti erano tutti operanti e montati ed il fine pratico del lavoro era palese anche per il cappellano militare che se voleva almeno la possibilità di farsi ascoltare dai suoi soldati, era letteralmente costretto a galoppargli dietro...quindi per la Cavalleria in particolare erano previsti non solo molti periodi di lavoro in maneggio a fini agonistici (il salto ostacoli, e soprattutto il completo sono considerate ancora oggi discipline guida nell'Attività equestre dell'Esercito), ma anche la pratica di vecchie tattiche come quella di abbattere a terra il cavallo, in modo da non renderlo un bersaglio troppo facile per il fuoco avversario e proteggere il cavaliere dallo stesso pericolo: un fine pratico non più necessario e quindi un'abilità non tramandata perchè considerata ormai inutile, insieme a tante altre che non sono più nelle capacità ippiche medie dei cavalieri di oggi.
Subito prima della seconda guerra mondiale il cavallo aveva già quasi perso il posto di lavoro, sostituito da macchine, camion, autoblindo e carri armati, mentre acquistava importanza e meriti sportivi rappresentando una parte dell'Esercito molto particolare, l'Arma di Cavalleria, che non foss' altro per snobismo non poteva certo sentirsi accomunata o solidale al regime in camicia nera (nonostante l'uso smodato di destrieri a scopo iconografico-popolare fatto da Mussolini, Starace ed altri improvvisamente caduti dentro una "divisa" inventata sui due piedi e che, bisogna dirlo, a cavallo facevano una pessima figura).
Nel dopoguerra continuano i risultati sportivi di prestigio, grazie all'intenso e metodico lavoro di istruzione che partiva dalla Scuola Militare, continuava in Accademia a Modena e poi alla Scuola di Applicazione dell'Arma, a Pinerolo e a Tor di quinto formando Ufficiali che davvero conoscevano il Metodo, il lavoro ed i cavalli, ed ai numerosi ufficiali provenienti dal Complemento.
Uomini di cavalli quindi, e non solo agonisti più o meno di successo.
Quel retaggio di cultura, quel patrimonio di tradizioni e anche di valori è stato senza dubbio disperso a causa di molti fattori: prima di tutto dall'evoluzione dei tempi che galoppano più velocemente delle buone abitudini (equestri e non), ma anche dalla soppressione della Scuola di Cavalleria di Pinerolo , dalla trasformazione dei Reggimenti a cavallo , e forse anche dai grandi campioni che cresciuti nel metodo hanno raccolto ori ed allori, ma non hanno trasmesso ad alcun allievo quello che loro stessi avevano avuto la fortuna ed il privilegio di ricevere. Può essere solo un’interpretazione personale, ma la prima generazione di cavalieri caprilliani è stata allevata con l’intento di farne istruttori, come era previsto dalla logica delle cose e dalle esigenze stesse per cui era nato il Metodo; quella successiva, figlia degli stessi ma indirizzata esclusivamente verso l’agonismo, è risultata praticamente sterile di figli altrettanto brillanti.
Oggi la vita in Accademia è ovviamente coerente con i nostri tempi: donne ed autoblindo sono entrate in Cavalleria, e ne sono usciti i cavalli, ma tutti gli allievi (sono circa 300 ) continuano a montare durante i due anni a Modena, e lo Stato Maggiore dell'Esercito riesce a far sentire un appassionato attaccamento al Sistema attraverso la paginetta di premessa alle "Norme per l'attività equestre", cosa non da poco visto il tratto naturalmente un po' burocratico di questi manualetti dalla copertina rossa.
Ma anche all'interno di un mondo che pensiamo privilegiato, non mancano i problemi: anche qui crea difficoltà la mancanza di legami col passato che i giovani si portano dietro, il calo numerico dei soldati di leva non permette di avere sempre in organico il personale necessario ed adatto ad essere istruito, e naturalmente non si puo' più contare sul fatto che i giovani (sia di leva che gli allievi ufficiali) abbiano già praticato i cavalli; la stragrande maggioranza di loro non li ha mai avvicinati prima, ed il lavoro deve partire sempre praticamente da zero.
Ma una evoluzione positiva c'è, in fondo: perchè i cavalli per l'Esercito sono stati prima un'arma, poi un tramite per ottenere successi agonistico-sportivi forse un po' troppo fini a se' stessi: adesso non sono altro che cavalli, e come tutti i cavalli nitriscono, galoppano, a volte sgroppano e rifutano, e insegnano molto a chi ha la sensibilità di non considerarli solo un attrezzo ginnico.
venerdì 28 dicembre 2007
Saumur e steeple-chase

Millenovecentootto, cinque anni prima della Grande Guerra. Cartolina di saluti per una gentile signorina da parte di un educato giovinotto, che sceglie per l’ambasciata un soggetto tranquillo, neutro, molto formale, a prova di Istitutrice svizzera: nientedimeno d’una frotta di Sottotenenti Istruttori di Saumur che saltano con stile assolutamente pre-caprilliano la siepe di uno steeple-chase corso sulle lunghe, morbide e ben tenute piste galoppabili della Scuola, il cui fondo di sabbia preservava gli arti dei cavalli che vi lavoravano nonostante le lunghe ore di esercitazione loro richieste. Perché ovviamente a Saumur, pur essendo uno dei templi dell’Equitazione Accademica, non si sono mai trascurati gli altri campi dello scibile equestre. E anche se siamo abituati a pensare alla ville cavaliére come la casa degli ecuyérs che, tounique noir e charme gallico, danzano coi loro cavalli arie raffinate e leggere non dobbiamo dimenticare che gli stessi si cimentano ovviamente anche nel salto ostacoli, nel completo e via dicendo.
In questa fotografia, scattata solo cinque anni dopo la presentazione ufficiale del Sistema di Caprilli, l’assetto dei cavalieri è per noi seguaci del capitano nazionale, abbastanza barbaro. Ma i cavalli sono piuttosto liberi con l’incollatura, i cavalieri si lasciano sfilare le redini dalle mani e il momento critico non sarà tanto durante il salto quanto dopo la ricezione, quando per riprendere il controllo della cavalcatura i nostri prodi saranno costretti a romperne la fluidità di movimento recuperando un po’ affannosamente redini, briglie e cavallo nella mano (ma questo momento poco elegante esteticamente non è stato tramandato ai posteri). Basta pensare a questa successione di movimenti per capire quanto, in un percorso ad ostacoli ravvicinati, diventasse ben più efficace il Sistema Naturale di equitazione rispetto all’allora normale condotta del binomio.
Questa fotografia e’ un po’ il contraltare di quell’altra che ritrae il Capitano Caprilli mentre lavora da terra la sua saura Itala, ottima saltatrice oltre ad essere addestrata perfettamente ad eseguire le arie di scuola.
Così in Italia e in Francia, parallelamente ma su opposti fronti, si assumeva col tempo lo stesso atteggiamento protezionistico ad oltranza: in Italia, non si poteva toccare nulla del testamento spirituale di Federigo e si lavoravano in piano i cavalli secondo i crismi dell’Equitazione Classica ma solo e rigorosamente di contrabbando (il Completo volenti o nolenti comprendeva anche la prova di addestramento!); in Francia, si negava pubblicamente ogni interesse alla rivoluzione del Metodo Naturale e non si mandavano al contrario di tutte le altre nazioni gli ufficiali a Pinerolo per apprendere i segreti del metodo, ma poi negli anni trenta altrettanto di contrabbando si “importava” uno degli interpreti più classici esteticamente del Sistema (il Capitano Alessandro Alvisi) per studiarlo, osservarlo, copiarlo dall’assetto alla sella (il Completo volenti o nolenti comprendeva anche le prove di salto!). Dimostrazione pratica di quanto sia ipocrita il negare quello che di buono c’è, anche al di fuori del nostro privato orticello….dimostrazione pratica con proprietà transitiva, nel miglior stile par condicio.
Ma queste sono piccole pettegolerie, che non devono essere rispolverate a scapito dell’attenzione che meriterebbero persone che, a queste difese ad oltranza della propria tradizione, hanno dedicato vita e passione e talento: come uno dei più famosi ecuyer en chef di Saumur dei tempi “moderni”, il colonnello Margot, che si sentiva talmente investito dalla responsabilità di difendere e trasmettere storia, principi e spirito dell’Istituzione che rappresentava, da non lasciare mai il benché minimo spazio a niente e nessuno che potesse rappresentare un “corpo estraneo”. Ma solo per amore di quel patrimonio che rappresentava, non per ristrettezza mentale o vanità personale. La sua correttezza esemplare, adamantina (indomabile, insomma, come giustamente intendevano i greci) è espressa tutta nella motivazione che diede a chi gli chiese perché, raggiunti gli anni della vecchiaia, si volesse ritirare dal suo incarico di Giudice Internazionale di Addestramento (o dressage): “perché non sarei più in grado di far vedere come effettuare in modo corretto un certo movimento, una certa azione, a chi dovessi giudicare non sufficiente in campo gara”.
Viene da chiedersi cosa succederebbe se ci aspettassimo tanta nobiltà d’animo e coerenza di comportamento anche dai nostri giudici internazionali o meno, ma ci aspetteremmo una competenza proporzionata al palmarès dei titoli sciorinati sempre tanto orgogliosamente. Chissà se proprio tutti sarebbero in grado di far vedere eseguito in modo corretto quello che hanno trovato di insufficiente nei binomi che giudicano? Ma, d’altra parte, non si sa più cosa aspettarsi dai nostri migliori giudici internazionali, dopo averli sentiti difendere la propria interpretazione della leggerezza di movimenti di un cavallo, adducendone a riprova l’esiguo peso corporeo di una gentile amazzone che montava il suddetto cavallo e non “l’ideale disinvoltura, vivacità, flessibilità, e grazia di cui dà impressione un cavallo quando si muove con disinvoltura, senza dare alcuna impressione di sforzo” (come da “Questioni Equestri” del Generale L’Hotte).
lunedì 10 dicembre 2007
Argento e vecchi filetti

Tanto per cambiare..
MULO – Prodotto di un asino stallone e di una cavalla fattrice, matrimonio poco ovvio reso possibile dal fatto che gli stalloni asinini destinati alla produzione mulattiera vengono cresciuti sin da puledri in un branco di cavalli. Questo perchè altrimenti si rifiuterebbero di interessarsi affettivamente alle cugine più eleganti per noi, ma evidentemente meno gradite a loro. Il mulo è sobrio e robusto come un asino e raglia come lui, ma con una taglia e conformazione fisica più simili a quelle del cavallo che lo rendono adatto a sforzi molto più intensi, particolarmente come bestia da soma. In passato erano anche considerati cavalcature adatte a donne e religiosi, per la loro affidabilità e il buon senso dimostrati sul campo. I bardotti sono invece figli di un cavallo e di un’asina, nitriscono, ma essendo i classici eredi che prendono i difetti dei genitori piuttosto che i pregi, oramai non vengono più allevati; i carbonai dell’Amiata usavano spesso bardotti per trasportare i loro carichi, forse perché le cavalle toscane erano davvero troppo fini per essere destinate alla produzione mulattiera ed era meglio per lo scopo mettere al lavoro le asinelle sparse sulle pendici dei monti.. Nella Murgia pugliese, invece, si allevano i grandi e robusti asini di Martina Franca fianco a fianco ai poderosi e barocchi cavalli murgesi: e proprio qui la produzione mulina fino agli anni quaranta era fiorentissima, dando muli ideali per l’artiglieria e la fanteria alpina. I muli nell’esercito venivano suddivisi in classi, differenziate per tipo a seconda delle caratteristiche: altezza al garrese, forza fisica, resistenza. I muli di 1a classe erano i piu grandi e robusti (artiglieria da montagna), quelli di 2a e 3a classe, più piccoli (fanteria alpina). Il mulo dagli alpini veniva utilizzato per il trasporto del mortaio da 120, che si compone di 3 pezzi: piastra, affusto e bocca da fuoco. Per trasportarlo "manualmente" ci vogliono tre alpini, oppure…un mulo.
domenica 2 dicembre 2007
Ramandolo, resina e torta di mele.

Ancora dal libello...perchè niente piede, niente cavallo!
“Preferisco aver ragione che essere coerente.” - W. S. Churchill
Giacomo Portesan, anima candida d’un maniscalco, aveva scritto qualche tempo fa sul forum di Mr. Horse a proposito del suo modo di trattare i cavalli affetti da navicolite con molto entusiasmo, e tanto di referenze. Parlava di ferratura alternativa, resina, nuovi e strani moderni ordigni, e prontamente era stato accolto dal tribunale della Santa Inquisizione (incarnato nella fattispecie da una santommasa che chiedeva spiegazioni, statistiche e magari anche prove giurate di quanto dichiarato). Ce n’era abbastanza da scatenare una guerra di posizione, ognuno arroccato sulla sua a lanciarsi teoriche frecciatine di qua e di là dalla linea (bianca, ovviamente) di confine. Ed invece ieri mattina dopo qualche mail e un paio di telefonate, appuntamento in una scuderia vicina. Al posto del veleno e dei coltelli portiamo rispettivamente due bottiglie di vino (Giacomo) e una torta di mele (io); ma che strano modo di polemizzare, perdinci.
Comunque, mi presento col mio fagotto alla Cappuccetto Rosso all’appuntamento col lupo, che avevo già subodorato essere un po’ meno terribile del previsto: già il fatto di voler far vedere la realtà delle teorie tradotta in cavallo da ferrare in carne e ossa assegna un bonus notevole alla pagella del Rivoluzionario Maniscalco, siamo sinceri.
Il lupo, accidenti, non rispetta le favole: invece d’essere almeno un po’ prevenuto nei confronti di una rompiscatole che gli dà del millantatore (sempre in tono velato, però), mi saluta sorridente e tranquillissimo e non mi dà manco una ringhiatina, neanche una punzecchiatura anzi, sembra contentissimo di parlarmi di quello che fa, proprio trascinato dalla passione. Finalmente. Finalmente qualcuno che ti trasmette chiaramente il piacere di spiegarti quello che pensa: parlando mi ammucchia uno dopo l’altro in mano tutta una serie di “ferri” alternativi, alcuni in materiale plastico, altri rinforzati con la lunetta in metallo, poi solo plastici ma più rigidi, e man mano che sollevo dubbi me li sbriciola tutti uno alla volta snocciolando una in fila all’altra esattamente le spiegazioni che mi servivano. “No, l’usura della plastica non è incompatibile con il tempo necessario alla ricrescita dell’unghia fisiologicamente necessaria per una nuova ferratura, sì, la lunetta è stata messa proprio per impedire che i chiodi rompano la gomma dovendo trattenere un materiale elastico che si espande e ritrae ad ogni passo del cavallo…” Non trovo niente da ridire, tutto logico. E ancora, ferri d’alluminio in fusione o ricavati dal materiale pieno attraverso macchine a controllo numerico, non fatti “in serie”, disegnati per permettere un più facile stacco dell’anteriore per mezzo di una specie di sbarchettatura, meno materiale in punta che permette al piede del cavallo di effettuare il movimento in modo più naturale, come se fosse scalzo e non come è di solito con le sue brave ciabatte di ferro. Oddio, sto tradendo il maresciallo Blasio, ciabatte di ferro?….eh sì, perché parlando parlando (anzi ascoltando ascoltando) comincio a vedere le cose da un altro punto di vista.
Ascolto la spiegazione tecnicamente più corretta dal punto di vista anatomico e di meccanica del movimento che io abbia mai sentito in vita mia, e oltretutto resa perfettamente comprensibile e ben immaginabile dal modo di parlare di Giacomo. Non si compiace di usare termini cattedratici se non sono strettamente indispensabili, e ogni volta che nomina qualcosa di anatomicamente imbarazzante (flessore profondo, lamine sensitive, benda perioplica, lamine cornee e tutti gli altri, sì li abbiamo letti scritti in piccolo da qualche parte, ma raccontare a cosa servono è un altro paio di maniche) ti spiega dov’è e come funziona e cosa gli puoi fare di brutto o di bello. Cullata e rassicurata da questa lussuosa sensazione di comprensione, mi lascio andare a considerazioni del tutto nuove per una tradizionalista ad oltranza come me.
Bene al riparo della mia solida e (eufemismo…) compatta calottina cranica cominciano a rigirarsi dubbi che avevano tranquillamente dormicchiato fino ad oggi:
Perché mettiamo i ferri ai cavalli?
Per impedirne l’usura eccedente la ricrescita fisiologica dell’unghia, usura dovuta alla nostra necessità di montare il cavallo.
Ma a parte questo, cosa è necessario del ferro al cavallo? Il peso?
No, altrimenti sarebbero già nati per conto loro con l’unghia di bronzo.
I chiodi?
No, sono alla fine un corpo estraneo, che bravi maniscalchi riescono a mettere senza far danni ma che comunque sono rischi aggiunti, traumi in più per unghie sane e torture per cavalli con problemi; puoi infatti forgiare il ferro più complicato e sostenitivo per un cavallo con la navicolite, ma sempre a martellate glielo devi attaccare…e piantare sei o addirittura otto chiodi in un piede la cui struttura è già stata tutta dissestata, rovinata, confusa dal navicolare che sfonda gli altri tessuti e li sposta chissà dove, è andare ad aggiungere compressione e dolore dove già ce ne sono a sufficienza. Per non parlare di rischio di inchiodare tessuti che non andrebbero toccati ma che a causa del problema non sai dove possano essere andati a finire. La scintigrafia ossea difatti non è ancora strumento abituale, per i maniscalchi.
Sostituiscono l’unghia?
No, la proteggono, ma non sono e non si comportano come le unghie del cavallo. Nei cavalli bradi, l’unghia si consuma come è naturale, in certi punti più che in altri a seconda degli appiombi del cavallo e dei suoi movimenti, esattamente come noi facciamo con le nostre scarpe la cui suola racconta il modo che abbiamo di camminare. L’unghia si consuma e cresce a seconda della conformazione e quindi dei movimenti peculiari di quel cavallo, il ferro blocca qualsiasi possibilità di compensare anche solo lievemente certe deviazioni di appiombo con un’usura più marcata in certi punti piuttosto che in altri. Come può, poi, un materiale rigido sostituirne uno elastico?
Ma fin qui abbiamo solo fatto della filosofia, scaldato le idee: adesso entriamo in scuderia e si fa sul serio, vediamo com’è questo benedetto modo di spalmare resina sotto gli zoccoli dei cavalli.
Portano la cavalla che Giacomo deve “ferrare”, una piccola gentilissima baia di dieci anni. Trenta giorni fa le ha fatto per la prima volta pareggio e applicazione della resina. La cavalla, mi racconta il proprietario, era decisamente incastellata, con piedi piccoli e chiusi e risentimenti conseguenti acuiti dal suo mestiere (s.o.). Chiedo il permesso e mi avvento sui piedi della bella, occhi miei fatevi capanna e cosa vedo? niente ovviamente. Sembra decisamente scalza, mi viene fatto di dire come a mio figlio “dove hai messo le scarpe?” ma mi trattengo in tempo. Appena un rilievo lascia intuire che a un certo punto della muraglia comincia uno strato di qualcosa che non è unghia, le prendo un piede in mano e vedo dove ci sarebbe il ferro una patina grigiastra, sottile come un biscotto. Non una spalmata informe di materiale, ma una striscia applicata esattamente dove l’unghia tocca il terreno e basta, che leggerezza. Mi sembra quasi di immaginare il piacere della cavalla nel poter finalmente sentire il piede allargarsi a dovere, l’unghia non costretta rigidamente ma libera di ammortizzare il peso. Non so quanto sia professionale e corretto, ma cerco di ricordare i miei piedi dentro un paio di scarpe strette (ahia) o scalzi (aaaaaaaaaah….) Forse non è poi un’idea così peregrina, questa resina. Giacomo comincia a lavorare, toglie il materiale vecchio con le tenaglie e pareggia leggerissimamente dove serve l’unghia, poi tutta l’operazione di pulizia necessaria perché la resina catalizzando si attacchi dove deve, sotto e sulla muraglia esterna per garantirne la coesione a lungo. Il tutto, impacchettato con la pellicola trasparente sino a quando non è indurito a dovere. La cosa prende parecchio tempo, la messa in posa è delicata per via dell’accuratezza che serve ad utilizzare i materiali, ma quello che mi ha maggiormente impressionato è stata la cura che Giacomo mette nel pareggio. Non toglie molto, anzi davvero pochissimo ma in modo ragionato, preciso e sicuro. Intanto osservo che chiaramente il piede della cavalla nella parte inferiore si è un po’ allargato negli ultimi trenta giorni, la muraglia non scende perpendicolarmente al terreno, un lato parallelo all’altro, ma svasa verso il basso come non avrebbe chiaramente mai fatto con un ferro normale a costringerne la circonferenza.
Raccolgo da terra uno dei pezzi di resina vecchia, lo cincischio un po’ e vedo che ha la stessa compattezza dell’unghia del cavallo effettivamente, rigida ma elastica abbastanza da poterla leggermente torcere, senza spezzarsi. Sembra proprio unghia, non più rigida non più molle, solo più omogenea e compatta. Un cucciolo di Jack Russel arriva quatto quatto a rubare quello che ha scambiato per un golosissimo ritaglio di zoccolo, chissà come ci rimarrà male a masticare resina catalizzata al posto di saporita e organica sostanza cornea!
Finito il lavoro e rimessa la cavalla nel box, io tiro fuori la torta di mele e Giac il suo squisitissimo Ramandolo e facciamo merenda nel corridoio tra i cavalli, sbuffando briciole e zucchero a velo tra una parola e l’altra. Mi racconta che anche lui ha cominciato come tanti con la classica scuola militare di Pinerolo, ma poi crescendo si faceva domande imbarazzanti che non avevano risposta da parte dei maestri (domanda: “perché devo abbassare il tallone nel pareggio, per poi mettere un ferro con le biette per alzare il tallone?”, risposta: “...!!!!...”) e allora ha cominciato a coltivarne una serie sua indipendente di risposte, per questo osteggiato dai puristi classici ad oltranza legati forse alla forgia più che all’anatomia equina. Mi saltano agli occhi della memoria i classici quadri riportati nei manuali di mascalcia, che espongono tutti i tipi di ferro possibili e immaginabili, panoplie di soluzioni meccaniche a problemi del cavallo sono il blasone di quel modo di intendere la ferratura, e mi balena il pensiero tremendo che forse dedicando troppa cura al ferro in sé stesso si possa perdere di vista la cosa più importante, cioè la fisiologia del cavallo, di quel cavallo in particolare. L’attenzione non va spostata più sulla parte viva, che su quella da forgiare o da applicare tout court, come per la maggior parte dei comuni equini mortali? Amletici dubbi tutti irrisolti, ma purtroppo è tardi. Sparecchiamo bicchieri e piatti dall’armadietto dove li avevamo appoggiati e ci salutiamo, lascio quel che resta della torta a Giac sperando di farmi perdonare per il mio pessimo carattere e lo abbandono a malincuore nelle mani dei suoi amici-clienti.
Me ne vado rimuginando pensieri vari: ovvio che per un cavallo normale, sano, la ferratura tradizionale ben fatta è sufficiente. Altrettanto ovvio che se un cavallo ha problemi, o delicatezze e sensibilità particolari potergli far mettere in ordine i piedi in questo modo è un bel regalo, e come dice Giacomo “il proprietario paga, ma il mio cliente è il cavallo”. Ma perdinci, sono convintissima che con l’occhio e la cura che mette nel suo lavoro, ferrerebbe benissimo anche alla vecchia maniera…ma temo sia meglio dirlo sottovoce.
mercoledì 28 novembre 2007
Butteri e Buffalo Bill

Ancora Butteri ma con una spolveratina "stars and stripes", sempre dal mio libello "Argento e vecchi filetti":
...Ma torniamo a noi: nel suo traversare la penisola, l’ormai vecchio Buffalo Bill incontrò la Maremma; per la precisione, la incontrò a Roma: s’organizzò una sfida tra i cavalcanti italiani e quelli a stelle e strisce. Pionieri da luci della ribalta contro i butteri cotti dal sole, quelli che avevano sterminato bufali e indiani contro chi era riuscito a non farsi sterminare dalla malaria. Butteri contro cow-boys, scafarde contro selle dell’ovest, cavallini ispidi, tosti e pronti contro cavallini ispidi, tosti e pronti.
I maremmani non erano stati ancora migliorati, i quarter non esistevano nemmeno.
Leggiamo cosa raccontano Riccardo Gatteschi e Nedo Ficulle di quella giornata:
“Siamo a Roma, nel 1901, in un grande parco non lontano dal Vaticano. Davanti a qualche migliaio di persone i mitici e amatissimi cow-boys americani portati in Europa dall’ancor più leggendario William Frederick Cody – ossia Buffalo Bill – devono battersi, per contratto, contro uno sparuto gruppo di sconosciuti butteri maremmani.
Si tratta di stabilire chi è in grado di domare un puledrino parecchio vivace. Cominciano gli americani ma, uno dopo l’altro, riescono a rimanere sulla groppa dell’animale solo qualche istante prima di venire scaraventati a terra fra le risate e gli sberleffi degli spettatori. E’ poi la volta dei butteri: il primo viene disarcionato presto, ma il secondo – e il suo nome è passato alla storia: Augusto Imperiali – si aggrappa alla criniera e non molla la presa fino a quando pare a lui. Dopo un’elegante galoppata salta giù facendo una piroetta e con una mano saluta anche il pubblico che lo acclama.”
E’ rimasta anche una fotografia, bellissima per l'immediatezza e per il realismo che riesce a trasmettere: Cody si avvicina (baffi, cappellone e tutto) ad un buttero per accennare una discussione, ma il nostro non ha nessuna intenzione di farsi intimidire dall'aspetto esotico del cow-boy e difende molto vivacemente il suo punto di vista spiegandogli animosamente anche coi gesti quel che pensava (e forse è meglio non indagare troppo su quel che gli voleva far ben capire). Fa’ perfino tenerezza il vecchio colonnello, vedendolo così perplesso mentre si prova a discutere con un buttero maremmano che difende le sue ragioni. Sicuramente dopo avrà ripensato alle sane, defatiganti scaramucce con i suoi selvaggi indiani con molta più nostalgia ed affetto.
Proprio per questi gesti e per queste espressioni così spontanei l'immagine non ha perso d’attualità, potrebbe essere stata scattata ieri: l'americano un pelo sopra le righe ma sempre classico per i canoni dell'Ovest, ed i butteri assolutamente identici, dalla bardella al cavallo, dalla grinta al berretto a quelli d’oggi. Particolare in ogni modo il mantello grigio del cavallo maremmano, oggi molto raro nei maremmani e considerato un po’ atipico e non desiderabile, secondo i canoni di razza.
Questi della disfida erano gli uomini della tenuta Caetani, e la foto è stata scattata nel 1901 a Roma.
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venerdì 23 novembre 2007
B come Butteri

BUTTERI – Guardiani di mandrie, montati a cavallo per svolgere con più facilità il lavoro nel territorio della maremma toscana e laziale. Sono gli unici veri sopravissuti dell’equitazione rinascimentale italiana: la sella e il modo di montare, il tipo di cavallo e di addestramento sono quanto di più simile e genuino ci sia rispetto al mondo di Pignatelli. Qualche lettore a questo punto sarà sicuramente svenuto: dopo essersi riavuto, sia cosi gentile da confrontare il giudice maremmano con il piliere di Pignatelli, la sella col pallino con la selle angloise piquèe, il modo di tenere il pungolo dei butteri con la maniera di tenere la frusta dei cavalieri accademici, il capezzone maremmano col capezzone a seghetta, il modo di abituare al lavoro il puledro maremmano col modo di abituare al lavoro un cavallo secondo gli insegnamenti di Rosselmini e compagnia. Dimenticate nei tomboli e nelle maremme, ci sono ancora le impronte di una equitazione colta, seppur ruvida, come quella dei cavallerizzi del XVII secolo.
lunedì 19 novembre 2007
Argento e vecchi filetti
Altro capitolo del libello, di cui potete vedere qui la copertina.
Le foto del libro, ahimè, non sono incluse!
La caduta degli deiUn documento raro, una vecchia cartolina della Scuola di Cavalleria di Pinerolo, un’immagine sbiadita come un vecchio dagherrotipo ma sufficiente per rappresentare la caduta degli Dei.
Lo sapevamo tutti che anche a Caprilli capitava di cadere, ovviamente, e questo non ha mai fatto diminuire di un grammo tutta la stima, l'ammirazione e la gratitudine verso il Maestro che ognuno di noi ha; anzi forse il saperlo fallibile lo rende un po' più umano (inteso come Mito).
Ma in quanti hanno visto davvero il celebre Capitano nella polvere? da questa fotografia, abbiamo la prova che ebbene sì, almeno quando cadeva....Caprilli aveva il nostro stesso stile (anche se, per la verità, qui era caduto il cavallo per primo ed il Capitano ne aveva soltanto subito le inevitabili conseguenze).
Curiosi, ma con il dovuto rispetto, assistiamo a questa tombola con la solidale, cameratesca e affettuosa comprensione di chi montando a cavallo ha fatto inevitabilmente la stessa esperienza; mal comune mezzo gaudio, e poi non era solo chi fosse caduto dodici volte, a potersi dire cavaliere?
Sbirciamo per caso un episodio tra tanti. Ma guardando questa caduta viene immediato ricordare anche l’ultima del Capitano e calarsi nei panni di Gallina, amico di Caprilli, commerciante ed allevatore di cavalli: lo aveva visto accasciarsi al suolo cadendo di sella privo di sensi mentre provava un morello della sua scuderia. Una perdita di conoscenza che, se lo avesse colto in un altro momento, non avrebbe avuto le stesse tragiche conseguenze; invece capitò mentre montava, cadendo sbatté violentemente la base del cranio sul selciato, e morì poche ore dopo senza riprendere i sensi.
Ma visto il numero di ore impressionante che passava a cavallo (nei giorni in cui non era di servizio ne montava anche dieci al giorno, e più), era statisticamente molto difficile gli capitasse in altra occasione. Una passione veramente instancabile lo animava e spingeva a perfezionare, migliorare e mettere a punto il suo Metodo che, pensato e indirizzato verso il lavoro di reclute e cavalli giovani in terreno aperto e vario, basava tutto il suo essere sulla profonda attenzione che Caprilli aveva per il cavallo ed i suoi movimenti naturali, per il suo reagire a stimoli, aiuti e condizionamenti. Patrimonio di conoscenze a Lui arrivate anche grazie ed attraverso Cesare Paderni, suo Maestro, che era un raffinato conoscitore dell’Equitazione Accademica. Caprilli fu unico per intuito e sagacia nel partire da una base comune e conosciuta, per trarne gli elementi utili ad un fine del tutto nuovo, moderno, utile e pratico: riuscire a metter bene in sella giovani inesperti, su cavalli non di scuola, e renderli in grado di muoversi sicuri e veloci per il mondo, quello vero, al di fuori delle cavallerizze e dei maneggi. Per fare questo impegnò tutte le sue risorse, o meglio gran parte delle sue risorse: una certa quantità, da buon ufficiale di cavalleria, la riservava alle signore e signorine che non resistevano al suo fascino.
Un Ingegnere francese che sapeva qualcosa di equitazione, tale Mr. Gogue (sì, quel Gogue, che ha messo a punto la redine che porta il suo nome e che nella sua versione più ortodossa si chiama “ficelle Gogue-Margot”), si chiese una volta se il fatto che Caprilli avesse scritto le poche pagine davvero di suo pugno sul Sistema naturale d’equitazione mentre si trovava a Nola fosse un caso, o dovuto al fatto che si fosse preso un periodo di studio vicino a quella che era stata la culla dell’Equitazione Accademica francese nel ‘700, la Napoli di Pignatelli. Forse colà esistevano biblioteche con preziosi libri che tramandavano il sapere dei Maestri napoletani?….a Gogue è stata risparmiata una disillusione: il Capitano Caprilli era stato spedito in quel di Nola per punizione, a causa di faccende galanti troppo coinvolgenti il nostro giovane ed esuberante cavaliere e una signorina di troppo distinta famiglia. Più prosaicamente di quanto supposto da Gogue, il Nostro finalmente aveva un po’ di tempo libero in quella landa desolata che era diventata per lui in quanto a vita mondana, il reggimento di Nola, e dovendo occuparsi solo di cavalli Caprilli trovò il tempo di buttar giù qualche appunto. Nola non era in realtà cosi fuori dal mondo, ma il Nostro brillante ufficiale appena arrivato colà sotto le spoglie di nera pecorella da rimettere agli ordini si sarebbe dovuto presentare, prima di ogni altra cosa, al comandante del Reggimento: non lo fece, per presentarsi in tempo ad un certo ricevimento serale dove effettivamente incontrò il suo Comandante Superiore che lo spedì, ovviamente, agli arresti. Di qui il tempo bastante a Caprilli per scrivere anche qualche nota ed osservazione sul suo metodo, che fino a quel momento era stato canonizzato solo nella pratica.
Ringraziamo quindi la affascinantissima signorina che mise nei guai Caprilli, il suo Comandante che lo spedì fuori dal mondo per interrompere la lieson, e chissà, forse a Gogue, che era francese, non sarebbe dispiaciuto sapere che oggi in tutto il mondo sappiamo di dover lasciare libertà d’incollatura al cavallo anche grazie alle irresistibili attrattive di una graziosa fanciulla.
Per gentile concessione del signor Francesco Lolli, riportiamo quanto a lui scritto dal col. Paolo Angioni in data 2 marzo 2001: “Per Francesco: la redine si chiama Gogue, perché è stata inventata dall’Ing. Rene’ Gogue, oggi defunto. L’ho conosciuto nel 1976 a Saumur. Teneva una conferenza sulla storia delle scuole equestri europee e quando ha saputo che nell’affollatissima sala c’era un non meglio identificato cavaliere italiano, si è rivolto a me e mi ha domandato se esistevano collegamenti fra la scuola di Napoli e il soggiorno di Caprilli a Nola, durante il quale ha praticamente messo a punto il sistema…”. Grazie al colonnello Angioni per averci fatto conoscere l’aneddoto, dal quale abbiamo estrapolato le nostre personalissime conclusioni.
martedì 13 novembre 2007
Figli, sogni, genitori e cavalli

Il sogno di ogni genitore (confessato o meno che sia), è quello di veder crescere il proprio figlio come una versione riveduta, corretta e migliorata di se stesso. E' sbagliato, si sa, i figli sono frecce scoccate nel futuro che non dobbiamo zavorrare e deviare con il peso delle nostre ambizioni e dei nostri sogni ma..... chi, ditemi chi di voi non ha regalato al proprio pargolo un cavallo a dondolo col preciso, deliberato intento di traviarlo, sognandoselo già grande staffa contro staffa in passeggiate serene, ammirando il suo ovviamente splendido assetto?
Ammettiamolo, ogni genitore che passi il tempo felice della sua vita su una sella farà più o meno coscientemente qualunque cosa secondo il suo giudizio possa spianare la strada verso l'empireo equestre all’erede che Pegaso (e non una banale cicogna) gli ha recapitato a casa: si comincia dai bavaglini con su ricamati i cavallini passando per tutti i peluche equini disponibili sul mercato, finendo invariabilmente per portare il ragazzino in scuderia prima ancora che gli sia passata la crosta lattea parcheggiandolo carrozzina e tutto dentro al box del cavallo (che ovviamente è fuori, sotto la sella di mammà ).
Da qui in poi, ogni arma è lecita: si sa di madri degeneri che hanno convinto il figlioletto di un anno e mezzo a fare il governo della mano al cavallino a dondolo con un coperchietto di barattolo per striglia, e una vecchia spazzola come brusca. Si potrebbe chiamare il Telefono azzurro per molto meno.
Il tempo galoppa veloce, e sorgono i primi dubbi: pony o non pony? iscriverlo o non iscriverlo ad un corso di equitazione, vedendo già (con gli occhi di un cuore orgoglioso) il piccoletto saltare in sella ad un delizioso Connemara gli ostacoli che portano alle prime coppe da esibire con noncuranza sulle mensole di casa? La tentazione è forte, ma in un momento di lucidità ci si pone una domanda cruciale: cosa vogliamo trasmettere a questo benedetto ragazzo, una missione o una passione? Vogliamo le coppe, o regalargli un modo per essere felice? Allora le strade si dividono nettamente, a seconda degli obiettivi:
a) non si dà importanza alla cosa quando la famiglia del pargoletto ha i cavalli nel DNA, e allora Pieri e Raimondi e Filippi sembra crescano da soli.
b) si fa di tutto per trasformarsi in rappresentanti assatanati della deleteria genìa degli ippogenitori, quelli che sono convinti sempre e comunque che il rifiuto sia colpa del pony, dell'istruttore, del colore dei gerani del riparo ma assolutamente non del loro tesoro, che per sviluppare il proprio talento avrà a disposizione innumerevoli cavalli che cambierà regolarmente ogni sei mesi, non trovando disgraziatamente mai il campione che gli compete;
c) si cerca di ritrovare la stessa scintilla che ha incendiato noi la prima volta che abbiamo sentito parlare di cavalli, e si prova in modo carbonaro, sotterraneo ed infido a riprodurla per avere lo stesso risultato.
Cos'era stato a farci innamorare dell'idea di un naso morbido come il velluto, perchè pensavamo che non ci fosse niente di più sincero dello sfregarsi di un lungo muso sulla nostra guancia? Cos’è che si muove dentro quando riusciamo a capirci senza parlare con il nostro cavallo, e cosa è che ce lo fa cercare così testardamente, quello e non altro, solo sentire il proprio pensiero diventare movimento non appena lo desideriamo? Come abbiamo fatto a capire la bellezza della sua sensibilità e a non scambiarla per subdola imprevedibilità, a capire che la nobiltà del nostro e di tutti i cavalli sta nella immediata risposta, sempre sincera che danno a tutto? Fiducia per fiducia, rispetto per rispetto, e soprattutto assoluta insofferenza a sotterfugi, bugie e trucchetti vari.
Poi starà al figliolo decidere, con gli anni si vedrà se qualcosa è rimasto o se tutto è scivolato via, ed anzi il pargolo odierà i cavalli a vita per la sovraesposizione patita nell’infanzia. Non ci sono ricette, non ci sono regole, non si può sapere con certezza come i figli useranno quello che gli abbiamo dato, possiamo solo metter loro davanti un po’ di cose. E anche vedere l’uso che ne fanno è divertente, strabiliante, come tutte le cose che i bambini fanno quando sono lasciati liberi di fare.
Ma se il mio, da grande, entrerà in scuderia e sentirà un sorriso che gli viene da dentro quando il suo cavallo gli nitrirà per salutarlo, se sentirà tutto quello che sento anche io, allora mi sembrerà di avergli regalato tutti i cavalli del mondo.
Maria Cristina Magri
domenica 4 novembre 2007
Argento e vecchi filetti
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Ma lo sapete che ho la mania di scrivere, vero? quindi mò v'ammorbo con la dispensazione, a puntate, del mio primo e probabilmente unico libro: Argento e vecchi filetti, per i tipi del Fotomuseo Panini.
Cominciamo dal Glossario, lettera "A"
Glossario minimo di sopravvivenza
Dove dalle singole voci, si parte spesso per la tangente
Poche brevi note, assolutamente insufficienti a spiegare in modo esauriente e corretto quello che vorrebbero illustrare; sono soltanto un aiuto per chi è completamente a digiuno di equitazione e cavalli, una luce piccola piccola per chi è nel buio più totale. Ma anche i sacri fuochi della passione equestre, senza fiammifero non si accenderebbero.
AIUTI – Sono detti aiuti i mezzi che il cavaliere ha a disposizione per comunicare la propria volontà: lo aiutano, letteralmente, a farsi intendere dal cavallo. Gli aiuti sono le mani (attraverso le redini e l’imboccatura), le gambe, l’assetto, la voce, la frusta e gli speroni. Questi ultimi intensificano l’intensità dei primi, per sottolineare e rendere più percepibili i comandi (ad esempio, la frusta lunga arriva dove la gamba non può per spostare o contenere la groppa, come nel dressage o per chi cavalca all’amazzone). Il fatto che dimostra incontrovertibilmente la sua intelligenza è che il cavallo riesce, attraverso questi aiuti e con la sua sensibilità, ad interpretare la volontà del cavaliere. E’ invece molto meno semplice per il cavaliere alle prime armi capire cosa dice il cavallo, che pure continuamente comunica in tutti i modi a lui possibili. Qui entrano in campo intelligenza e sensibilità dell’uomo, che purtroppo non si possono dare per scontate. Ma l’essere ben coscienti che sempre i cavalli ci parlano e si esprimono, è già un buon punto di partenza.
ARIE DI SCUOLA – Movimenti di maneggio ben precisi e codificati, classificati secondo le comuni regole dell’Equitazione di maneggio in arie artificiali, suddivise in arie basse ed arie rilevate. Da L’Hotte, Questioni equestri: “…all’equitazione da circo converrebbe meglio la definizione di equitazione eccentrica o, se si vuole, fantasiosa, che quella di “alta scuola” che le vien comunemente data e che il pubblico, così come molti cavalieri, applica per così dire soltanto ai movimenti non naturali. L’espressione ha deviato dal suo primitivo significato. Un tempo per alta scuola si intendeva semplicemente l’equitazione superiore, in opposizione alla bassa scuola, o equitazione elementare”. Ma per dare un’indicazione pratica (e molto meno dotta della precedente): le arie di basse sono quelle in cui il cavallo si muove con gli arti vicino a terra, mentre nelle arie alte sono previsti movimenti che richiedono al cavallo di allontanarsene, con salti, impennate o sgroppate per mezzo delle quali si alza dal suolo. Adesso, l’arido elenco: le arie basse sono il passage, la galopade, la volte (ordinaire e renversée), la pirouette, la terre-à-terre. Le arie rilevate, o alte, sono invece: la pesade, la mezaìre, la courbette, la croupade, la ballotade, e finalmente la più alta di tutte, la cabriole. E’ da notare che l’Equitazione di maneggio è nata in Italia, dove insegnavano il Grisone nel XVI ed il Pignatelli nel XVII secolo. Tutti i grandi maestri francesi e del resto d’Europa venuti dopo, si sarebbero poi vantati del fatto di avere imparato da loro: per cui sarebbe stato forse più corretto dare la versione italiana di questi nomi. Ma ho scelto la versione francese, data dall’Enciclopedia Diderot e D’Alembert perché proprio in Francia si sarebbe poi sviluppata questa Equitazione arrivando sino a Baucher, e da lì viene il dressage moderno che, non a caso, utilizza moltissimi termini tecnici francesi. Infine, ma non perché meno importante, Saumur è il posto nel mondo in cui il dressage e l’Equitazione Accademica sono concepite nel modo più vicino all’essenza del cavallo, fatto di sensibilità e bisognoso di finezza; ed ecco spiegato tutto questo francese per una cosa che è nata, invece, italiana.
(continua)
Dove dalle singole voci, si parte spesso per la tangente
Poche brevi note, assolutamente insufficienti a spiegare in modo esauriente e corretto quello che vorrebbero illustrare; sono soltanto un aiuto per chi è completamente a digiuno di equitazione e cavalli, una luce piccola piccola per chi è nel buio più totale. Ma anche i sacri fuochi della passione equestre, senza fiammifero non si accenderebbero.
AIUTI – Sono detti aiuti i mezzi che il cavaliere ha a disposizione per comunicare la propria volontà: lo aiutano, letteralmente, a farsi intendere dal cavallo. Gli aiuti sono le mani (attraverso le redini e l’imboccatura), le gambe, l’assetto, la voce, la frusta e gli speroni. Questi ultimi intensificano l’intensità dei primi, per sottolineare e rendere più percepibili i comandi (ad esempio, la frusta lunga arriva dove la gamba non può per spostare o contenere la groppa, come nel dressage o per chi cavalca all’amazzone). Il fatto che dimostra incontrovertibilmente la sua intelligenza è che il cavallo riesce, attraverso questi aiuti e con la sua sensibilità, ad interpretare la volontà del cavaliere. E’ invece molto meno semplice per il cavaliere alle prime armi capire cosa dice il cavallo, che pure continuamente comunica in tutti i modi a lui possibili. Qui entrano in campo intelligenza e sensibilità dell’uomo, che purtroppo non si possono dare per scontate. Ma l’essere ben coscienti che sempre i cavalli ci parlano e si esprimono, è già un buon punto di partenza.
ARIE DI SCUOLA – Movimenti di maneggio ben precisi e codificati, classificati secondo le comuni regole dell’Equitazione di maneggio in arie artificiali, suddivise in arie basse ed arie rilevate. Da L’Hotte, Questioni equestri: “…all’equitazione da circo converrebbe meglio la definizione di equitazione eccentrica o, se si vuole, fantasiosa, che quella di “alta scuola” che le vien comunemente data e che il pubblico, così come molti cavalieri, applica per così dire soltanto ai movimenti non naturali. L’espressione ha deviato dal suo primitivo significato. Un tempo per alta scuola si intendeva semplicemente l’equitazione superiore, in opposizione alla bassa scuola, o equitazione elementare”. Ma per dare un’indicazione pratica (e molto meno dotta della precedente): le arie di basse sono quelle in cui il cavallo si muove con gli arti vicino a terra, mentre nelle arie alte sono previsti movimenti che richiedono al cavallo di allontanarsene, con salti, impennate o sgroppate per mezzo delle quali si alza dal suolo. Adesso, l’arido elenco: le arie basse sono il passage, la galopade, la volte (ordinaire e renversée), la pirouette, la terre-à-terre. Le arie rilevate, o alte, sono invece: la pesade, la mezaìre, la courbette, la croupade, la ballotade, e finalmente la più alta di tutte, la cabriole. E’ da notare che l’Equitazione di maneggio è nata in Italia, dove insegnavano il Grisone nel XVI ed il Pignatelli nel XVII secolo. Tutti i grandi maestri francesi e del resto d’Europa venuti dopo, si sarebbero poi vantati del fatto di avere imparato da loro: per cui sarebbe stato forse più corretto dare la versione italiana di questi nomi. Ma ho scelto la versione francese, data dall’Enciclopedia Diderot e D’Alembert perché proprio in Francia si sarebbe poi sviluppata questa Equitazione arrivando sino a Baucher, e da lì viene il dressage moderno che, non a caso, utilizza moltissimi termini tecnici francesi. Infine, ma non perché meno importante, Saumur è il posto nel mondo in cui il dressage e l’Equitazione Accademica sono concepite nel modo più vicino all’essenza del cavallo, fatto di sensibilità e bisognoso di finezza; ed ecco spiegato tutto questo francese per una cosa che è nata, invece, italiana.
(continua)
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