Roberta il 28 giugno ha dedicato la sua vittoria a Luigi: sarebbe stato orgoglioso del suo primo posto in dressage conquistato davanti ai tedeschi, signori della disciplina oltre che padroni di casa e presenti all’appuntamento con i loro atleti di punta. E battuti da un binomio tutto italiano visto che in gara l’altra metà di Roberta è Macina, una Murgese di tredici anni. Un oro internazionale, una cavalla che più italiana non si può, una amazzone che sta crescendo preparandosi i cavalli in casa: non potevamo farcele scappare. Quindi via, lasciamo il caldo afoso di questo luglio emiliano per le montagne fresche di boschi dietro La Spezia. Saliamo una stradina ripida, attorno solo castagni, aria pulita e silenzio e arriviamo al Gottero Ranch, dove Roberta e Michelangelo hanno la loro vita e i loro cavalli. In scuderia c’è anche un bel sauro di chiaro stampo Anglo-Arabo, ma che i Murgesi siano i preferiti si capisce al volo: è come essere all’Ambasciata di Puglia, dieci morelli si affacciano curiosi dalle porte dei loro box. Zoldo e Valdés (un vero Conquistador, che con due occhi così ci vorrebbe il porto d’armi) vengono dalla masseria Crocegrande dei fratelli Fusillo; Troiano, Violante e Vanessa dall’allevamento di Angelo D’Onghia a S.Angelo dei Piccoli; Venere Nera, Vanessa di Vallenza e Zeffirello sono figli di Nesio, lo stallone di Orazio Ricci.
-Da dove arriva questa passione per i Murgesi?
«Prima avevo cavalli di tutte le razze, ma al pascolo erano un problema perché si facevano male spesso: i nostri boschi non sono adatti ad animali nervosi e anche con i clienti in passeggiata è meglio poter contare su soggetti molto sereni» ci racconta Michelangelo mentre Roberta prepara un puledro per il lavoro. «Un giorno ho letto un numero de «Lo Sperone» dove Mauro Aurigi li decantava e ho pensato di provare. Sono andato giù a Martina Franca e ho comprato cinque puledri: dopo una settimana una di loro era già in grado di lavorare in maneggio, potevo metterci sopra chiunque. Stavano al pascolo senza problemi e quando era ora di mangiare scendevano da soli. Zelantina era la capo-branco: d’estate li portava a pascolare su in alto, fino ai confini con l’Emilia e la Toscana e poi li riportava tutti a casa in ottobre, quando qui cadono le castagne di cui sono golosi. Mai perso uno, e non hanno mai avuto incidenti: sono come capre, scendono giù dai sentieri al galoppo che è una bellezza». Rustici, di buon senso, sontuosamente barocchi ma anche generosi con il loro cavaliere come ci spiega appassionatamente Roberta: «Sono cavalli che hanno voglia di lavorare, creativi quando hanno fiducia in te perché ci mettono del loro in quello che fanno, non aspettano solamente il tuo ordine. Sono artisti, non semplici esecutori». Mentre parliamo ha portato in maneggio Troiano, un sei anni elegante e attento nato da Nereo nell’allevamento di Angelo D’Onghia, e lo comincia a lavorare alla longia.
«Gli allevatori pugliesi hanno un grandissimo merito: sono riusciti a mantenere nella razza i tre modelli morfologici che erano già una caratteristica dei cavalli allevati in Puglia da Federico II attorno al 1200» dice Roberta, «è solo grazie a loro se si è evitato di disperderli in questo ultimo secolo. Oggi ci sono ottimi stalloni, ad esempio Nesio di cui abbiamo qui tre puledri: butta fuori intelligenza, eleganza nei movimenti, i suoi figli hanno un’ottima struttura e diventano gran cavalli da sella». Roberta continua la sua ripresa con Troiano, noi parliamo con Michelangelo mentre la guardiamo lavorare. «Dall’allevamento brado tipico delle Murge deriva una caratteristica di cui occorre essere ben consapevoli: un cavallo che non è mai stato toccato dall’uomo è molto diverso da uno nato in scuderia. Il Murgese ha bisogno di un buon ammansimento prima di essere addestrato, perché lui deve perdere la paura dell’uomo: una volta che questa è andata via viene fuori l’intelligenza e allora tutto è facile. A prenderlo con le maniere forti rovini tutto, perché dominare con la forza non vuol dire addestrare. Le femmine pur essendo docili hanno un temperamento forte che, ad addestramento compiuto, è un grosso pregio. I maschi sono più tranquilli e anche interi rimangono affidabili pur mantenendo una forte volontà: ma per chi vuole un cavallo a prova di bomba il castrone è perfetto. Inoltre il Murgese sino a tre, quattro anni è ancora un puledrone: smette di crescere solo dopo i sei, occorre tenerne conto e non chiedergli troppo finché non è davvero maturo».
Intanto la mattina è scivolata via, nelle ore più calde della giornata ci fermiamo per chiacchiere e bavette al pesto ma appena il sole comincia ad addolcirsi torniamo in scuderia e ci dedichiamo a loro due, Macina e Roberta. A vederle vicine ti colpiscono proprio per l’apparente contrasto: tanto Roberta è bionda, piccola e sorridente quanto Macina è di un nero profondo, così potente e seria da mettere quasi soggezione. Ma appena sono insieme, Roberta in sella e Macina come sull’attenti, perfettamente sugli appiombi e agli ordini nel senso più vero del termine capisci che di contrasti non ce n’è: sono fluide, eleganti, nessuna resistenza o difficoltà. E poi tanta sicurezza fuori, sui sentieri di queste montagne che spesso diventano mulattiere quasi impossibili, come la Via del Sale che passa qui di fianco e arriva sino a Levanto e Luni: non ci sono stati passaggi o pendenze che abbiano alterato per un attimo la calma di questo binomio. Forza e delicatezza, energia e sensibilità, una cavalla di velluto morello e una signora bionda e gentile: nero e oro, e quando c’è il sole brillano insieme.
Per saperne di più:
Il Murgese, di Buonavolontà-Silvestrelli – Edizioni Equestri Milano 1986
Macina
A trenta mesi aveva rischiato di rimanere inosservata, chiusa in un box alla Fiera di Martina Franca per via del suo carattere: era piuttosto intrattabile e l’allevatore alla richiesta di Michelangelo di poterla vedere chiese se doveva proprio tirarla fuori. Ma aveva un ottimo modello, era effervescente e a Michelangelo piacque subito. Pensavano che dopo un periodo di adattamento al nuovo ambiente si sarebbe tranquillizzata, ma ci vollero tre mesi prima che accettasse Roberta: «Se entravo nel suo box si metteva in un angolo e mi mostrava la groppa, non voleva avere niente a che fare con nessuno. Ma un giorno si fece finalmente avvicinare e riuscii ad abbracciarle il collo senza che si ribellasse. Lì c’è stato come un flash, è cambiato improvvisamente qualcosa e da quel momento non si è più difesa. E’ una cavalla permalosa, padronale, molto sensibile e devo stare attenta al mio umore: prima della gara mi concentro per trasmetterle solo tranquillità. Si agita se viene interrotta nel lavoro, e io con la calma devo arginare la sua sensibilità per permetterle di esprimere tutta la sua forza e la sua eleganza».
La Monta da Lavoro
E’ una disciplina nata dalla tradizione del lavoro col bestiame che conserva, a seconda di ogni regione di riferimento, dettagli e peculiarità relativi a finimenti, razza di cavallo impiegato e linguaggio tecnico utilizzato durante il lavoro.
Comprende quattro prove:
- Addestramento o dressage: il cavallo deve esprimere grinta ed energia nelle varie figure di maneggio.
- Gimkana di attitudine: dove occorre superare gli ostacoli che riproducono le difficoltà che potrebbe incontrare un binomio durante il lavoro in campagna ma che vanno affrontati mantenendo il cavallo flesso correttamente, riunito, in mano e con transizioni corrette dal passo al galoppo.
- Gimkana a tempo: stesse difficoltà della precedente ma a cronometro.
- Sbrancamento del vitello: il tereno di gara è diviso in tre settori. Nel primo si trova una mandria di dieci capi, nel secondo i due paratori che possono aiutare il cavaliere sui lati solo fino alla linea di centro; si sorteggia per ogni concorrente un vitello che va separato dagli altri e tenuto nel terzo settore del campo per almeno 15 secondi, con trenta secondi di penalità per ogni eventuale vitello in più che segua il prescelto sino a un massimo di tre, dopo i quali la prova è considerata non valida.
Il Murgese
