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giovedì 3 luglio 2008

Anglo-arabi ...di Sardegna!


Già alla fine del XVIII secolo la Sardegna forniva “cavalli eccellenti, principalmente per la cavalleria leggiera. Testa piccola, groppa affilata e schiena da mulo ma nel rimanente sono ben fatti, hanno membra forti e snelle…di bassa taglia, straordinaria vivacità, mostrano brio e grazia in tutti i loro movimenti, parchi e sobri nel vitto, di grande lena, gran corridori, e pazienti nella fatica. La loro andatura più comoda è il portante; in molti cavalli è naturale, e ad altri si fa prendere ad arte”. Il portante è l'ambio, da notare come fosse considerata non gradevole la testa piccola (de gustibus non disputandum e tutto il resto, ma chi ha scritto quanto ho citato sopra viveva nei primi anni del milleottocento e risentiva delle mode del momento che avevano tra i loro miti i grossi carrozzieri nordici), indice invece della forte presenza nel tipo indigeno di sangue orientale. A quel tempo (1810 e giù di lì) anche in Sardegna si distinguevano tre tipi di cavalli: il cavallo da razza (allevato con criteri moderni per diminuire il più possibile i difetti del tipo indigeno), il cavallo volgare (razze comuni, poco o punto curate) ed il selvatico ( veniva detto di carattere così difficile da non poter essere addomesticato, tanto che si usava solo per cacciarlo e usarne il cuoio; abitava “i luoghi deserti, è piccolo, di bassa taglia, con chioma irta e corta, e per lo più di mantello bajio”); in pratica le differenze non erano tanto determinate dal tipo di razza, ma dal tipo di cure e di miglioramenti che era in potere del proprietario dare al proprio allevamento. Tante nel primo caso, pochissime nel secondo, nulle nel terzo – che ha tanto la faccia dei formidabili cavallini della Giara di oggi. Questa classificazione si sovrappone a quella una volta utilizzata nella regione e che divideva i cavalli a seconda dell'altezza, ma curiosamente coincide con quella di prima. Caddo era il cavallo più alto (più raffinato, il meglio allevato e più insanguato), Achettas il tipo di statura media, dal quale generalmente provenivano le cavalle madri indigene e infine Achettaredas, il piccolissimo cavallino selvatico, nato al di fuori del controllo e della selzione operati dall'uomo. Il primo a cercare di migliorare in modo sensibile le proprie razze in Sardegna fu il Re Filippo II che a tale scopo portò alcuni suoi stalloni dai propri allevamenti in Spagna, vietando inoltre l’uso di stalloni difettosi e non approvati per la riproduzione (immaginatevi il grandissimo effetto positivo che può aver avuto un ordine del genere!). Inoltre, nel 1615 fu imposto l’obbligo per ogni signore di mantenere “una razza di almeno quindici scelte cavalle”. Proprio a queste razze private si deve l’ottima qualità e la precoce omogeneità dei cavalli sardi, che grazie all’isolamento dell’isola (ohps, gioco di parole) e ai dictat chiarissimi ed intelligenti di un legislatore saggio e forte come Filippo II potè sviluppare un tipo cavallino ben definito, allevato con criteri omogenei e con apporto di sangue ottimo dai migliori allevamenti europei dell’epoca. Il difetto che si cercava di togliere al cavallo indigeno era la piccola taglia, che non permetteva di utilizzare i prodotti per l’uso allora più importante, quello militare (un cavallo di taglia piccola non era in grado di portare un soldato ed il suo equipaggiamento per le marce necessarie ad una campagna militare). Nel 1839 cambiò qualcosa, però, nel sistema di allevamento dell’isola: con l’abolizione dei feudi da parte di Carlo Alberto si assistette alla costruzione di fondi chiusi, chiamati tanche, per delimitare i pascoli delle varie proprietà; questi erano però ovviamente meno vasti degli sterminati pascoli dei latifondi derivati dai tempi aragonesi, e se non ben condotte a volte le tanche pativano di scarsità di foraggio, con conseguenti ripercussioni sulal qualità dei cavalli che le abitavano. Negli allevamenti migliori comunque cominciò da allora ad unirsi, alla base indigena fatta di fattrici con forti influssi orientali e spagnoli (anche questi riscaldati dallo stesso sangue), un oculato inserimento di purosangue inglese per aumentare la taglia dei soggetti; i primi tentativi non riuscirono subito, ma poi si trovò la giusta alchimia (inserendo cioè in parallelo sempre nuovo sangue orientale) e già nella seconda metà del XIX secolo si aveva una produzione omogenea e di ottima qualità derivante da questi incroci tanto che nel 1893 il Reggimento Lucca (cavalleria leggera) era montato quasi per intero su cavalli sardi. Poco prima la cavalla Leda, montata dal capitano Salvi, coprì la distanza tra Bergamo e Roma in dici giorni; persino la cavalleria francese nelle guerre d’Algeria del 1866 montò soggetti sardi, che si rivelarono instancabili e indistruttibili. Se già alla fine del milleottocento si poteva contare su prodotti del genere, è facile capire che l’allevamento moderno in Sardegna ha avuto basi ottime dalle quali partire ben in vantaggio rispetto al resto d’Italia, sino ad allora diviso e suddiviso e invaso da eserciti diversi, mode passeggere e padroni più o meno intercambiabili che riportavano ognuno i propri cavalli, le proprie manie e sempre e comunque molto, moltissimo disordine legislativo ed economico. Gli stalloni governativi Luati (orientale) e Hungerford (psi), assieme ad altri 102 colleghi stalloni approvati e 50 stalloni erariali sono le radici dalle quali è nato l’anglo-arabo sardo che come vedete ha una storia del tutto simile (e a volte anche molto vicina) a quella del suo strettissimo cugino, l’anglo-arabo d’oltralpe. Forse per questo non è poi da considerare un’offesa l’aver tolto l’aggettivo “sardo”, quanto un riconoscimento di qualità…internazionale! Certo che rimane sempre, meravigliosamente e splendidamente, sardo.

giovedì 24 gennaio 2008

Ancora un po' Sardegna


Ieri ero in redazione, riesco ad andarci una volta al mese ma per me è sempre una giornata speciale: tanti amici, imparo sempre qualcosa di nuovo, posso parlare e ascoltare di cavalli senza preoccuparmi del fatto che mi prende sempre un po' la mano la foga, loro capiscono e posso non preoccuparmi di apparire seria e posata; tra una chiacchiera e l'altra salta fuori la Sardegna, ancora!
Il guaio è che io ancora non ci sono mai stata in Sardegna, ma lì hanno qualcosa che mi piace. Per esempio, in Fieracavallli a Verona tutti sfilano, posano, si mettono in vista o sotto i riflettori; eppure la cosa che più bella che ho visto la facevano due ragazzi sardi in un cortile chiuso, non accessibile al pubblico e dove sono capitata per puro accidente aprendo la porta sbagliata - con due anglo-arabi che erano uno spettacolo di bellezza salivano e scendevano da un terrapieno altro settanta centimetri, una specia di aiuola rialzata col bordo in cemento. Su e poi giù, il cavallo sereno e facile sembrava una bella ragazza che scende le scale e poi le risale, così per passare il tempo.
Lo facevano per loro, non per gli altri: e a loro bastava sentire il cavallo così rilassatamente tranquillo mentre faceva una cosa difficile, e che lo sapessero gli altri non gli importava nulla.
Ed era bellissimo anche questo, tanto quanto i due cavalli.
Dopo pochi minuti con Giovanni Manca vado a vedere gli altri anglo-arabi sardi, sono nel box e stanno per chiudere la fiera.
Cinque allevatori dell'Isola, mai visti nè conosciuti, io sono un po' sdilinquita dai loro tesori nei box che mi sembrano tutti Il Cavallo Sportivo Ideale e ancora devo imparare a non regredire allo stadio di infantile meraviglia quando mi aprono i box e mi invitano ad andare da 'sti spettacoli di bestie. Mentre cerco di recuperare una parvenza di serietà questi con un'occhiata mi fanno l'esame ma non un esame antipatico, solo come si fa quando ti portano un cavallo nuovo e devi capire chi è e com'è - e poi io butto mezza parola e loro lucidi e precisi uno dopo l'altro mi chiariscono perfettamente tutto quello che volevo sapere sull'allevamento sardo di oggi (com'erano prima i loro cavalli, come sono adesso e perchè, come hanno fatto a farli così, ora hanno cavalli splendidi ma non riescono a venderli).
E senza parole sono rimasta io, perchè sembrava m'avessero letto nel pensiero tutte le domande che avevo in testa.
Mi sembra che i sardi le parole le trattino con molto rispetto, non le buttano via per niente e quando le usano si sentono diritte e pulite, come fossero coltelli ben tenuti.
Ma sono chiari anche quando non parlano. Altro posto altra scena, siamo a Siena per vedere una corsa di preparazione al palio, i mezzosangue più insanguati che ci siano sono in tondino che passeggiano, prima della corsa mi danno da muovere il cocco di casa Roti, c'è tutta la famiglia e quella del fantino e gli amici. Il fantino è Dino Pes, mi piacerebbe fargli delle domande ma non trovo mai il momento giusto, ha da fare, è una giornata importante, evito di rompere i cosiddetti. Passeggio, passeggio, ho un po' il timore di combinare guai e cerco di far tutto a modino, guardo cosa fanno gli altri e mi tengo lontana dai più nervosi, intanto penso che figura del pippo che ci farebbe 'sta chiacchierona se le scappasse di combinare un guaio con 'sto cittino qui che ha da correre...mi fermo un po' di lato, deve passare un camion e decido di fermare lì il cavallo per un paio di minuti: arriva Dino col suo piccolo di un anno in braccio, non ha chiesto nè detto niente, mette il piccolino in groppa al puledro e si allontana di mezzo passo, e ha un sorriso che gli taglia in due la faccia. E io me ne sto lì e guardo quel bambino felice di stare su un cavallo per la prima volta e il sole che splende e tutto è perfetto, è uno di quei momenti che non so nemmeno il perchè mi si stampano in testa come quadri e non vanno più via per fortuna, perchè sono bellissimi.

sabato 17 novembre 2007

Sardegna e cavalli


Intervista fatta a Fieracavalli Verona nel 2005

Già per i viali di Fieracavalli si sentiva un vago profumo di mirto: due sauri con le magnifiche bardature tipiche della Sardegna spiccano per eleganza e brio tra i tanti binomi più “familiari” a queste lande nebbiose.
Incontrando poi negli stand dell’Engea l’avvocato Piero Franceschi, Commissario straordinario della camera di Commercio di Oristano viene il sospetto ci sia qualcosa dietro questa finalmente numerosa compagine sarda a Verona.
- Commissario, come mai qui a Fieracavalli?
“Perché abbiano ripreso lo scorso settembre dopo 10 anni di sospensione, la Fiera del cavallo di Oristano, Sardegnacavalli. Abbiano già programmato l’ottava edizione ed intendiamo approfittare della Fieracavalli per raggiungere intese, siglare accordi, creare partnership. Questo è il nostro obiettivo”.
- Una realtà geografica del tutto diversa quindi, ma il cavallo fa da comune denominatore.
“Esattamente; in più la nostra fortuna è di vivere ancora in un paese, Oristano, dove il cavallo fa parte della vita quotidiana: allevatori e proprietari sono una presenza numericamente importante, la città è tollerante rispetto alla presenza di cavalli che spesso ne percorrono le strade per essere abituati alle persone, al traffico e ai suoi rumori per poi trovarsi su terreno conosciuto in occasione della Sartiglia.. Da settembre a maggio si incontrano regolarmente binomi in allenamento”.
-Quanti sono i cavalli che partecipano alle corse della Sartiglia, in febbraio?
“I cavalli che partecipano sono 120 .Gli aspiranti in realtà sarebbero almeno 150, ma tre settimane prima si fanno le selezioni, un passaggio secco sotto gli occhi dei giudici: chi sbaglia, anche se cavaliere esperto e famoso, viene eliminato e non può partecipare alla Sartiglia. L’insindacabilità del giudizio è granitica, perché questa prova è profondamente legata alla sorte e i segni del destino sono ancora ascoltati e rispettati. Non per niente dal numero di stelle conquistate dai cavalieri si fa dipendere la buona riuscita o meno del raccolto dell’anno, secondo la tradizione”.
-Una realtà invidiabile quella in cui i cavalli sono ancora una presenza abituale per le strade del paese e nella vita di tutti i giorni.
“L’equitazione è molto diffusa, ed Oristano è probabilmente l’unica provincia italiana che può vantarsi patria di ben cinque razze autoctone: anglo arabo sardo, cavallino della giara, cavallo del Sarcitano, asino sardo e il piccolo bianco dell’Asinara. Una ricchezza e varietà genetica unica in Italia”.
-Una ricchezza da far conoscere, direi.
“Stiamo cercando di riconvertire le aziende della provincia, dove negli anni cinquanta una cooperativa femminile avviò le prime strutture agrituristiche. In tempi recenti sono state un po’ messe in ombra dai bed & breakfast che però non permettono all’ospite un inserimento reale nella vita del posto.Riconvertendo queste strutture in stazioni di posta per ospitare cavalli e cavalieri
ed inserendolo in un sistema di ippovie, si otterrebbe invece di far penetrare molto più a fondo, e non solo nel paesaggio, lo sguardo di chi vuole conoscere il nostro territorio. Inoltre stiamo creando tutto un contorno di artigiani indirizzati a sfruttare le proprie capacità declinandole in ambito equestre, dalla tessitura alla lavorazione artigianale.
Ci sono tutte le pre-condizioni necessarie ad una concreta riuscita: ambiente incontaminato ed adatto al cavallo, contorno di attività agricole che non hanno perso le antiche tradizioni, tanto che da noi il maniscalco ha ancora bottega in ogni paese, non è costretto come altrove a portarsi a domicilio dai clienti. Stiamo creando un distretto equestre, su questo finalizziamo il programma complessivo.”
-La Fiera di Oristano allora è la vetrina di questo “progetto equestre”?
“Questa è la nostra volontà, e infatti abbiamo posto le basi per una manifestazione che possa finalmente durare nel tempo ed avere le necessarie solide basi per accogliere ogni anno le diecimila persone al giorno che a settembre hanno visitato la settima edizione. Abbiamo speso i 250.000 euro per strutture che rimangono di proprietà della manifestazione e che ne faciliteranno la vita anche in caso di eventuali ristrettezze e poca disponibilità economica futura dei vari Enti preposti”.
Ma al di là dei numeri e dei progetti, la gente di Sardegna ha un dono speciale: è gente di cavalli, come non si possono trovare più in altri posti dove il cavallo non fa più parte della vita vera, di tutti i giorni. E noi che abitiamo lontano da lì non possiamo fare altro che invidiarli un poco, e sperare di poterli presto conoscere da vicino.
A cavallo, naturalmente.
Maria Cristina Magri

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