testo
di Maria Cristina Magri
Sembrano
fatti di emozioni: eleganza, leggerezza, orgoglio e forza. La materia
con cui sono costruiti pare non avere nessuna importanza, è lo
spirito che li anima a renderli unici, i cavalli per eccellenza: sono
i Puro Sangue Arabo o per meglio dire El Asil, i Puri nella lingua
dei Beduini. Estremamente resistenti e frugali, così preziosi
geneticamente da essere stati usati come miglioratori (o fondatori,
tout-court) per la maggior
parte delle razze equine esistenti: Arabi e Berberi sono i padri del
Puro Sangue Inglese, tutte le razze da sella o attacchi europee e
americane sono state scaldate dal loro sangue - dal Quarter
all'Hannover, dal Lipizzano all'Haflinger per non parlare
dell'Orientale Siciliano e dell'Anglo-Arabo, arrivando fino al
Percheron. Conservano tutta la loro impronta esotica nonostante
galoppino da secoli anche dentro la nostra storia: già nel
Rinascimento Giovanni dalla Bande Nere ne riconosceva l'importanza
come cavalli da impiegare in guerra rivoluzionando l'uso che fino a
quel tempo si era fatto della cavalleria e il regalo più ambito dai
potenti, la preda di guerra più preziosa era sempre un nobile
stallone di provenienza orientale. Quel posto che era stato riservato
loro in Europa come eleganti soggetti da maneggio lo hanno usato per
far vedere l'acciaio di cui sono fatti: dopo la durissima Campagna di
Russia, tra i cavalli degli ufficiali di Stato Maggiore di Napoleone
solo gli Arabi erano sopravvissuti alle privazioni e ai rigori della
terribile ritirata e ai nostri giorni, nelle più massacranti gare di
Endurance, non c'è altro soggetto che possa contendere loro le
vittorie più prestigiose.
Ma da dove vengono questi cavalli
eccezionali, chi li ha fatti diventare quello che sono?
Sono nati dai deserti della penisola
arabica, grazie ai Beduini.
E' lì, sulle sabbie e le pietre tra
il Mar Rosso e l'Eufrate che, nel secondo secolo dopo Cristo, i
nomadi del deserto cominciarono veramente ad allevare cavalli e ad
importarne alcuni dall'Egitto, dalla Cappadocia, dalla Siria, dalla
Palestina. Il tutto in un ambiente ostile, arido e poverissimo. Fino
a quel momento si erano serviti soltanto di asini e cammelli, e ci
vollero ancora duecento anni prima che i loro cavalli fossero
sufficientemente numerosi da poterli almeno in parte sostituire. I
cavalli importati dai Beduini erano animali di lusso che provenivano
da paesi ricchi, dotati di scuderie raffinate: servirono generazioni
intere, decimate da una selezione naturale durissima e dalle
prestazioni quasi feroci richieste dalla vita nomade per arrivare a
lui, il Puro.
Il sesto secolo vide non solo un
rapido sviluppo del loro allevamento ma anche la nascita di Maometto,
il Profeta, nel 570 d.C. Mohammed era della tribù dei Quraysh, un
guidatore di carovane coraggioso e intelligente che si era guadagnato
un'ottima posizione. Ma amava meditare in solitudine sul monte Hira,
e una notte gli apparve l'Arcangelo Gabriele: gli disse che lui era
il prescelto da Dio, e Maometto cominciò a predicare l'Islam, il
dovere dell'uomo di accettare la volontà di Allah, unico e solo Dio.
Fare cose del genere in un mondo di
animisti e politeisti può creare problemi: parte della sua famiglia
fu sterminata, Maometto costretto a fuggire. Era il 20 settembre del
622: il calendario islamico parte da questa data, il giorno della
«Hegira». Si rifugiò a Jatrib, tra i Beduini e li trovò pronti ad
accogliere Allah. E scoprì i loro cavalli: resistenti, veloci,
indispensabili per razziare al volo e scomparire nel deserto. Divenne
abile nell'assaltare le carovane tanto quanto lo era stato nel
guidarle, e furono proprio i settanta cavalli di cui disponeva che
nel 624 gli permisero di fare un colpo ricchissimo, assaltando la
carovana di Abu Sufyan. I successi continuarono costanti, e l'Islam
conquistò la Siria, la Persia, l'Egitto poi Tripoli, Libia, Tunisia,
Algeria, Marocco e Spagna: l'Islam era stato capace di unire popoli
diversi e conquistare sempre nuove terre, grazie ai preziosi cavalli
dei Beduini. Maometto era perfettamente cosciente della loro
importanza, e li amava: si rallegrava sentendo i loro nitriti, legò
a precetti religiosi le norme che ne miglioravano l'allevamento. Ma
non dimenticò di incentivare anche in modo più pratico la loro
diffusione: chi andava in battaglia con un Asil riceveva il doppio
di bottino rispetto a chi montava un cavallo kadish, impuro.
La purezza delle origini era ed è
alla base della selezione: un Arabo è Asil solo se figlio di uno
stallone Asil e di una fattrice Asil, non vengono accettati come
riproduttori soggetti su cui esista un dubbio di origine per quanto
belli siano morfologicamente. In Arabia, tra i Beduini le fattrici
vengono coperte solo davanti a testimoni che assistono anche alla
nascita del puledro per garantire la sua discendenza da fattrice
pura.
Questa mania per la purezza
genealogica ha ragioni pratiche: la mortalità spaventosamente alta
dei puledri (alla fine XX secolo era ancora del 50%) e la scarsità
di cibo ed acqua a disposizione rendevano indispensabile
ottimizzarne l'investimento, pena la morte per sete e inedia non
solo dei cavalli ma dell'intera tribù. Ci si poteva permettere il
lusso di far riprodurre solo le linee di sangue che avevano già
dimostrato la loro resistenza, ogni soggetto arrivato da altrove
inserito in razza avrebbe portato una dose massiccia di variabili
genetiche sconosciute, non depurate dalla selezione ambientale e
aumentato quindi la mortalità dei puledri.
L'altro cardine dell'evoluzione degli
Arabi è stato il livello delle prestazioni: i cavalli nel deserto
dovevano non solo sopravvivere ma anche galoppare come il vento e a
lungo, quando serviva. Indispensabili nelle guerre, arma preziosa da
non lasciar cadere in mano ai nemici (era punito con la morte chi
vendeva un Asil ai cristiani, gli avversari, che avrebbero potuto
servirsene contro i musulmani) erano anche il compagno migliore del
Beduino durante le razzie, che non servivano solo ad aumentare la sua
ricchezza ma anche l'onore personale per mezzo di azioni coraggiose e
temerarie.
Gli Asil sono stati cresciuti per
secoli nelle tende con la famiglia del padrone, abituati al contatto
con l'uomo dal primo giorno di vita e quindi fiduciosi, disponibili e
generosi: l'addestramento era dolcemente graduale, ogni richiesta
troppo precoce o pesante era dovuta soltanto alle esigenze crudeli
che la vita nel deserto poteva imporre, pena la vita, a tutta la
tribù: uomini e cavalli condividevano le stesse asprezze e lo stesso
destino.
Chi lo direbbe guardando queste
creature meravigliosamente eleganti che sono il prodotto della
fatica più cruda, dell'ambiente più ostile? Da noi una gran parte
degli Arabi viene riservata agli show di morfologia: un controsenso
guardando alla storia della razza, che non ha mai considerato la
bellezza del modello un criterio di selezione. Ma ci sono anche gli
altri Arabi, quelli dell'Endurance dove nessuno è loro pari per
resistenza e capacità di recupero. Prove funzionali da veri Asil: e
a volte i migliori ritrovano la strada del deserto, vengono comprati
da qualche Emiro e tornano in Arabia.
Gare di fondo al posto di una
battaglia, acquisti spettacolari a suon di petrodollari invece di
razzie nel deserto: e tutto per avere il migliore, il più forte, il
più puro, capace di volare senza ali e portare sulla sua groppa quel
poco di Paradiso che possiamo avere sulla terra.
Il
poeta ha detto.
Non esiste un solo tipo di Arabo puro,
ed è riduttivo riassumerli in una scheda morfologica comune: altezza
al garrese da 1,42 m. a 1,55 m. circa, stinco dai 17 ai 20 cm., sono
ammessi tutti i mantelli semplici, arti asciutti e resistentissimi,
schiena corta e robusta, hanno generalmente una vertebra in meno e
sempre un giro di cinghie decisamente superiore agli altri
cavalli...ma è come ridurre una poesia alla mera analisi logica, e
difatti in molti testi d'epoca prima di una definizione della loro
morfologia si legge “Il poeta ha detto.” E davvero, per
rendere tanta distinzione ed eleganza, non si può fare altro che
ricorrere alla poesia. Per avere comunque un canone di riferimento,
leggiamo cosa scrisse l'Emiro Abd-el-Kader: «Se un cavallo riesce
a bere da una pozzanghera rimanendo con gli arti piazzati in
posizione normale, si può essere sicuri che è costruito
perfettamente e che le parti del suo corpo sono tutte armoniche fra
di loro».
Sono inoltre estremamente longevi, e
fertili fino a tarda età.
Cinque
famiglie per cinque cavalle
Al Khamsa, Le Cinque: sono le famiglie
principali degli Arabi, che la leggenda riconduce ad ognuna delle
fattrici che risposero al richiamo del Profeta. Si racconta che
Maometto avesse un centinaio di fattrici in un recinto, vicino al
quale scorreva un ruscello. Le cavalle erano senz'acqua da giorni e
quando il Profeta fece aprire i cancelli si precipitarono verso
l'acqua, assetate. Maometto fece suonare l'adunata dal suo
trombettiere: 5 cavalle si staccarono subito dal branco senza neppure
bere, e nitrendo gagliarde arrivarono al galoppo dal loro padrone.
Benedicendole, il Profeta le battezzò una ad una: Abayah, Kuhaylah,
Saqlawyah, Hamdanyah e Hadbah. .
Un ben preciso tipo di Arabo è
associato ad ognuna delle più diffuse famiglie:
Kuhaylan: mascolino,
eccezionalmente resistente, costato molto pronunciato e dorso corto:
il più potente.
Saqlawi:
elegante, dalla bellezza dolce,
molto sottile, incollatura elegantissima, porta testa e coda molto
alti, groppa piatta: il più bello.
Abayyan:
simile al Saqlawi, coda ancora portata più alta, dorso lungo, groppa
obliqua, il profilo della testa decisamente concavo: il più veloce.
Hamdani:
testa larga, profilo dritto,
orecchie molto corte, tratti meno scavati, torace molto ampio,
posteriore a uovo: il più resistente.
Dahman:
molto classico, somiglia al Saqlawi. Testa a forma di cuneo, occhi
molto grandi.
Mu'niqi:
il meno apparentemente Arabo di
tutti, profilo dritto, ma estremamente veloce, lungo, sottile, groppa
obliqua ed angolata.
Arabi
quanto?
Molti paesi hanno importato Arabi più
o meno puri nei secoli passati, e sia per le diverse condizioni
climatiche e alimentari che per precisi gusti allevatoriali hanno
creato un tipo di Arabo “personalizzato”, come la Polonia ad
esempio. Ma il criterio della purezza non è stato rispettato, al di
fuori degli Emirati, con la stessa islamica precisione: spesso sono
stati messi in razza soggetti che avevano una percentuale di sangue
non puro, o addirittura di origini sconosciute. Ogni Paese nel quale
vengono allevati cavalli arabi tiene il proprio Libro Genealogico,
approvato dall'Associazione Mondiale per il Cavallo Arabo.
Per
saperne di più:
-F.B. Klynstra, Il Cavallo Arabo,
1990 - Edizioni Equestri, Milano
-gen. E. Daumas,
Les chevaux du Sahara,
3° ed. 1855 - Michél Levy frères, Paris
