venerdì 30 novembre 2007

Andata!

Anche questa volta è andata, quando devo parlare in pubblico ho sempre 24 ore di terrore - "Udio, e adesso che gli racconto a questi"? poi il mio talento più notevole (l'incoscienza) prende in mano la situazione e quando mi danno il microfono attacco a parlare e tutto fila liscio. Ieri sera poi è andata particolarmente bene: molte persone assolutamente non interessate alla storia, buffet all'impiedi, bicchieri e salatini in mano ma quel centinaio di cristiani che erano nella Sala dei Cocchieri li ho sentiti che mi ascoltavano attenti, te ne accorgi quando ti badano davvero. Non mi ricordo assolutamente che gli ho detto (altra costante, mi butto e poi non so nemmeno che dico), non riesco a stare abbastanza attenta da ricordarmene dopo, alla fine esce tutto per conto suo - ma insomma grazie a Maria Bellonci e Rinascimento Privato sembra me la sia cavata anche questa volta e son riuscita a cucire insieme Estensi, terra e profumi. Il conduttore della serata, Alfonso Scibona de La Gazzetta di Modena è stato bravissimo ad usare il mio filo conduttore (la terra, intesa come palcosenico della nostra storia)per aprire la strada al discorso del mitico prof. Giuliani, che si è così lanciato nel suo elemento naturale (lui con la terra delle sue parti ci ha fatto le piastrelline dello Shuttle, mica noccioline) - se ci fossimo messi d'accordo non sarebbe venuto così bene, che bellezza intendersi così al volo. Poi finalmente tutta la mia passione insana per Isabella d'Este è riuscita a tovare uno sfogo e ad esprimersi, alè, anche se ristretta ristretta.

mercoledì 28 novembre 2007

Generale Ferrero


Oggi chiacchiere con Antonio sulla serata di domani sera al Palazzo Ducale di Sassuolo (devo fare una mini-mini-conferenzina sugli Este, come antipasto alla presentazione di un profumo che si chiama Acqua Estense, sic!). Come solito Mr. Brain è una miniera di informazioni e con lui si può saltabeccare di palo in frasca nel modo più proficuo - stavolta mi ha raccontato della prima resistenza militare italiana dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.
L'ha fatta il generale Ugo Ferrero, che comandava la Scuola Sottufficiali del Regio Esercito che aveva sede proprio nel Palazzo Ducale di Sassuolo: per quattro ore, asseragliato lì dentro con gli allievi e i pochi mezzi in dotazione della scuola, tenne testa ai tedeschi. Furono tutti catturati e mandati nei lager in Germania - il generale Ferrero morì durante l'evacuazione di quello nel quale era stato rinchiuso. Stavano arrivando gli Alleati, i tedeschi dovevano sgomberare quei posti infami senza lasciare tracce, il generale Ferrero stremato dalla prigionia e dalla marcia inumana si inginocchiò nella neve come tanti altri, e come a tanti altri un tedesco sparò alla nuca.

Butteri e Buffalo Bill


Ancora Butteri ma con una spolveratina "stars and stripes", sempre dal mio libello "Argento e vecchi filetti":

...Ma torniamo a noi: nel suo traversare la penisola, l’ormai vecchio Buffalo Bill incontrò la Maremma; per la precisione, la incontrò a Roma: s’organizzò una sfida tra i cavalcanti italiani e quelli a stelle e strisce. Pionieri da luci della ribalta contro i butteri cotti dal sole, quelli che avevano sterminato bufali e indiani contro chi era riuscito a non farsi sterminare dalla malaria. Butteri contro cow-boys, scafarde contro selle dell’ovest, cavallini ispidi, tosti e pronti contro cavallini ispidi, tosti e pronti.
I maremmani non erano stati ancora migliorati, i quarter non esistevano nemmeno.

Leggiamo cosa raccontano Riccardo Gatteschi e Nedo Ficulle di quella giornata:

Siamo a Roma, nel 1901, in un grande parco non lontano dal Vaticano. Davanti a qualche migliaio di persone i mitici e amatissimi cow-boys americani portati in Europa dall’ancor più leggendario William Frederick Cody – ossia Buffalo Bill – devono battersi, per contratto, contro uno sparuto gruppo di sconosciuti butteri maremmani.
Si tratta di stabilire chi è in grado di domare un puledrino parecchio vivace. Cominciano gli americani ma, uno dopo l’altro, riescono a rimanere sulla groppa dell’animale solo qualche istante prima di venire scaraventati a terra fra le risate e gli sberleffi degli spettatori. E’ poi la volta dei butteri: il primo viene disarcionato presto, ma il secondo – e il suo nome è passato alla storia: Augusto Imperiali – si aggrappa alla criniera e non molla la presa fino a quando pare a lui. Dopo un’elegante galoppata salta giù facendo una piroetta e con una mano saluta anche il pubblico che lo acclama
.”
E’ rimasta anche una fotografia, bellissima per l'immediatezza e per il realismo che riesce a trasmettere: Cody si avvicina (baffi, cappellone e tutto) ad un buttero per accennare una discussione, ma il nostro non ha nessuna intenzione di farsi intimidire dall'aspetto esotico del cow-boy e difende molto vivacemente il suo punto di vista spiegandogli animosamente anche coi gesti quel che pensava (e forse è meglio non indagare troppo su quel che gli voleva far ben capire). Fa’ perfino tenerezza il vecchio colonnello, vedendolo così perplesso mentre si prova a discutere con un buttero maremmano che difende le sue ragioni. Sicuramente dopo avrà ripensato alle sane, defatiganti scaramucce con i suoi selvaggi indiani con molta più nostalgia ed affetto.
Proprio per questi gesti e per queste espressioni così spontanei l'immagine non ha perso d’attualità, potrebbe essere stata scattata ieri: l'americano un pelo sopra le righe ma sempre classico per i canoni dell'Ovest, ed i butteri assolutamente identici, dalla bardella al cavallo, dalla grinta al berretto a quelli d’oggi. Particolare in ogni modo il mantello grigio del cavallo maremmano, oggi molto raro nei maremmani e considerato un po’ atipico e non desiderabile, secondo i canoni di razza.
Questi della disfida erano gli uomini della tenuta Caetani, e la foto è stata scattata nel 1901 a Roma.


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martedì 27 novembre 2007

Caccia alla volpe - parte seconda


Ovviamente da noi alla Vespasiano Gonzaga si pratica il paper hunt: la campagna emiliana così intensamente coltivata non si presta certo alle galoppate che una brughiera rende possibili - e a me personalmente non divertirebbe per niente l'idea di essere lì ad inseguire una bestia che sta per essere sbranata, farei più il tifo per la volpe che per i cani.
Quindi niente cani nè volpe, tutti sostituiti da cavalieri che ne fanno le veci - la volpa scappa e lascia tracce (pezzetti di carta), e tutti gli altri all'inseguimento, dietro il Master ovviamente. Comunque le regole che valgono per a Caccia alla volpe coi cani valgono anche per il paper humt e sopratutto sono utilissime anche per il cavaliere di campagna, quindi eccovele! come vedete, niente di più che un sano buon senso ed una normalissima buona educazione, ma non fa mai male ripassare.

Norme di comportamento in caccia

1. Essere puntuali al meet. I cani partiranno comunque all’ora prevista.
2. Appena arrivati sul luogo del meet avvicinare il Master, togliersi il cap (se cavaliere) o inclinare graziosamente il capo (se amazzone) e salutare con un cortese “Buon giorno, Master”. Altrettanto per l’Hunts man ed i Whipper-in. Non é necessario in questo momento fare conversazione con altri appartenenti allo Staff, visto che stanno lavorando per preparare la giornata di caccia.
3. Se non siete un membro della Società, pagare il cap immediatamente al segretario del Field prima dell’inizio del meet e senza aspettare di essere sollecitato. Chiunque porti un ospite deve presentarlo al Master ed al Segretario prima del meet.
4. Cavalcare dietro al Master e seguire sempre le sue indicazioni. Mai al suo lato, e nemmeno troppo vicino al posteriore del suo cavallo.
5. L’abito di caccia è riservato ai Soci anziani e particolarmente esperti, chi lo veste ha diritto ad un rispetto particolare.
6. I Soci più giovani devono sempre dare la precedenza ai più anziani.
7. I cani, il Master, l’Huntsman e i Whipper-in hanno sempre la precedenza. Nel caso fosse necessario per lasciar loro il passo, eseguire una volta col proprio cavallo e mettersi dietro di loro per proseguire la caccia.
8. Non mettersi mai tra l’Huntsman ed i suoi cani.
9. Non parlare né interferire mai coi cani, a meno che non si sia invitati a farlo dall’Huntsman o dal Master.
10. Quando i cani lavorano, stare tranquilli e fermi per non distrarli.
11. Quando i cani sono vicini al vostro cavallo, rivolgere sempre la testa di questo verso di loro in modo da evitare che possano essere raggiunti da un calcio – uno dei crimini peggiori da parte di un componente del field.
12. Se vedete una volpe, attirare l’attenzione dell’Huntsman o di un Whipper-in il più velocemente e silenziosamente possibile ed indicatelo tenendo il vostro cappello in aria, puntandolo nella direzione della volpe in fuga. Nel caso siate lontani e fuori vista dall’Huntsman, gridate il vostro “Holloa” per avvertirlo. Mai però se i cani stanno già seguendo la pista.
13. Mai seguire troppo da vicino un altro cavallo, pena il rischio di ricevere un calcio. Non bisognerebbe mai portare in caccia un cavallo che calcia facilmente, nel caso non possiate fare altro mettete un fiocco rosso alla sua coda, rimanete dietro gli altri cavalieri od amazzoni, e ricordate che il fiocchetto rosso non vi assolve dalla responsabilità delle eventuali conseguenze.
14. Se il vostro cavallo rifiuta un salto, allontanatevene immediatamente e riprovate soltanto dopo che tutto il field sia passato.
15. Riferite subito di ogni eventuale danno procurato al Field Master, il prima possibile.
16. Accertatevi che ogni cancello venga richiuso, dopo che siete passati oltre.
17. Rispettate sempre i terreni dove passate, ed il loro proprietario. Siete suoi ospiti. Evitare qualsiasi danno a terreni e colture, non attraversare le proprietà private in giorni in cui il Filed non è stato invitato a farlo.
18. Mai fumare quando i cani stanno cercando la pista o sono nelle vicinanze. Quando hanno finito e potete fumare una sigaretta, assicuratevi che il mozzicone finisca nelle vostre tasche e non sul terreno.
19. Siate pronti ad offrire aiuto al prossimo.
20. Ricordatevi che la caccia ha una sua andatura e se voi la intralciate potete provocare incidenti. Se il vostro cavallo da problemi, mettetevi in coda al field. Un po’ di comune buon senso permetterà alla giornata di caccia di svolgersi in modo tranquillo e piacevole.
21. Non lasciare mai il field senza il permesso del Master.
22. Alla fine della caccia, ringraziate il Master per la bella giornata trascorsa.

lunedì 26 novembre 2007

Caccia alla volpe - parte prima


Altri appunti sparsi dalla ricerca fatta per la mostra "Seguendo le tracce": il colonnello Varrà, Master della Società per la Caccia alla Volpe Vespasiano Gonzaga, mi aveva chiesto di preparare qualche testo per le belle fotografie di Paola Bandiera che abbiamo esposto nella magnifica galleria del Palazzo Ducale di Sabbioneta; li ho anche utilizzati per ampliare e correggere la voce relativa in Wikipedia

Seguendo le tracce
In Europa la caccia a cavallo sin dal Medio Evo era particolare privilegio degli appartenenti alle famiglie nobili, proprietarie di vastissimi terreni per la maggior parte incolti che offrivano rifugio agli animali più apprezzati come trofeo. Cinghiali , cervi e daini erano le prede più ambite, il cui inseguimento dava modo a cavalieri ed amazzoni di fare sfoggio di tutto il proprio coraggio ed abilità a cavallo (e non solo: si dice che Caterina de’ Medici, Regina di Francia e moglie di Francesco I ed ottima amazzone ne approfittasse anche per avere occasione di mostra delle sue bellissime gambe, purtroppo una delle poche grazie fisiche di cui era in possesso). La presa si risolveva dopo un inseguimento più o meno lungo, attraverso piste erbose ricavate nei boschi.
Un giorno del 1787, il Duca di Beaufort tornando da una caccia infruttuosa e preso dalla noia lancio’ i suoi cani all’inseguimento di una volpe che per caso incrociò la nobile compagnia…il percorso offerto dalla sua fuga disperata fu cosi diverso e divertente che da quel giorno il Duca cacciò solamente la volpe, e presto moltissimi seguirono il suo esempio.
Circa mezzo secolo dopo, nel 1836, Lord Chesterfield portò la moglie in Italia per un lungo periodo di convalescenza, e precisamente a Roma dove si fece presto raggiungere da cani, cavalli e personale di caccia percorrendo poi la magnifica campagna romana in compagnia di scelti amici italiani. Una volta guarita la moglie Lord Chestefield tornò in patria, ma regalò i propri cani al Principe Livio Odescalchi che sarebbe stato il Master del primo field italiano, quello della “Società Romana per la Caccia alla Volpe”.
A causa di gravi incidenti nel 1848 le cacce furono interrotte da Papa Pio IX, pregato a muovere questo passo da madri e mogli dei cavalieri, angustiate dalla preoccupazione; ma grazie ad opportune pressioni in senso opposto il Pontefice riconcesse le cacce ai suoi gentiluomini e queste continuarono regolarmente.
Apparentemente il dispendio di energie e risorse relativi ad un passatempo come la caccia alla volpe possono sembrare sproporzionati, eppure le conseguenze di questa pratica sono state molto forti per tutto il mondo legato all’equitazione: il Marchese di Roccagiovine, militare ed istruttore attento e scrupoloso prima ancora che ottimo cavaliere, pensava che se i francesi avessero potuto disporre di soldati abili a cavallo come gli inglesi, e montati su cavalli altrettanto veloci e capaci di affrontare qualsiasi ostacolo in campagna probabilmente a Waterloo l’esercito di Napoleone non sarebbe stato colto di sorpresa dall’arrivo dei rinforzi nemici.
La capacità tecnica ed il coraggio allenati con l’equitazione (di campagna in generale e sugli ostacoli in particolare) produssero cavalieri militari che misero in luce le proprie doti di carattere in ben altri momenti che non quelli di un piacevole meet: basti pensare a Bolla, Bettoni Cazzago, Guillet.
Tra i migliori cavalieri che seguivano i Master delle Società che presto nacquero in tutta Italia (Napoli, Milano, Udine per prime) c’erano ovviamente gli ufficiali del Regio Esercito Italiano, impegnati non solo a fare vita mondana approfittando dei vari meets ma anche e soprattutto ad allenarsi a percorrere i terreni più vari e difficili secondo il peculiare Sistema messo a punto dal nostro Capitano Caprilli.

Il seguire una caccia, specie se condotta su distese che quasi si perdono a vista d’occhio, su percorso ignoto, alla coda dei cani, con ostacoli seri comparenti talvolta dopo 60, 70 minuti di galoppo ininterrotto richiede un cavaliere dall’allenamento serio, sicuro in sella, abile nell’equitazione di campagna, dal cuore saldo, con cavallo di molti mezzi e ben istruito sull’ostacolo
Conte Fè d’Ostiani

Lo stretto legame tra Equitazione Militare ed Equitazione di campagna è facilmente individuabile, ma il particolare tipo di equitazione richiesta dalla caccia alla volpe è sicuramente una palestra importantissima per la tecnica e lo stile dei militari che dovranno poi fare uso del cavallo come arma e mezzo di trasporto in condizioni estreme come quelle che si creano in guerre e battaglie; per questo la pratica dell’equitazione e la partecipazione alle cacce a cavallo fa parte del bagaglio di prove ed esperienze utili ai militari non solo di Cavalleria, e non solo del secolo scorso.

Le cacce a cavallo sono date da quel ramo ippico che porta all’inseguimento di un animale scovato o lasciato libero attraverso la campagna ed inseguito da mute di cani, risultante in un percorso sconosciuto a tutti per durata di galoppi e per la difficoltà di ostacoli da superare.
A fianco di queste ci sono i percorsi di campagna, chiamati frequentemente paper-hunts …dove il percorso studiato da uno o più cavalieri qualche giorno innanzi, viene indicato con pezzetti o lunghe strisce di carta lasciate cadere ai bivi o nei punti di terreno privi di riferimento, per indicare ai cavalieri del field la via da percorrere per inseguire e raggiungere colui che funge da volpe.
Le prime sono di assai maggior importanza e non si possono fare che dove vi sono terreni che non soffrano del calpestamento dei cavalli, e dove i mezzi delle Società siano tali da fronteggiare i danni e la costituzione complessa di un canile.
Le seconde possono aver luogo quasi da per tutto
…”
Conte Fè d'Ostiani

sabato 24 novembre 2007

Ancora Savoia

Qui linkato un bell'articolo di Mario Cervi de Il Giornale. Non digerisco questo paio di savoiardi che sembrano generati più da una strana specie di molluschi parassiti, più che da quella persona piena di dignità e coraggio nelle scelte difficili che era Umberto II.
Ultimo Re d'Italia, in tutti i sensi.

Muore un Uomo


Inaugurazione di un ponte a una ventina di chilometri da Kabul, i soldati italiani garantiscono la sicurezza per la manifestazione: un attentatore suicida sale dal greto del fiume, i militari italiani lo individuano e riescono a fare in modo che non riesca ad avvicinarsi alla folla ma facendosi saltare il "prode martire" riesce ad uccidere comunque Daniele Paladini, maresciallo capo della Brigata Aosta e altri nove civili afghani oltre a ferire altri tre soldati italiani.
Paladini è saltato in aria con il talebano dopo averlo bloccato.
Chi è il vero martire, chi muore per salvare o chi muore per uccidere?
E perchè deve essere l'ultima cosa che fa un uomo quella che fa capire a tutti quanto forte e unico, e generoso e coraggioso fosse?
Il Maresciallo Paladini era sposato con una bambina di cinque anni ed era nato a Lecce 35 anni fa.

venerdì 23 novembre 2007

Fine settimana in Umbria!


Ancora non lo sapete (forse!) ma appena posso me ne scappo in Umbria; abbiamo una casina piccolina a Piegaro, e ci si sta benissimo. Domani devo potere le rose, mi sa. Ho piantato proprio una Pierre de Ronsard tre settimane fa, speriamo stia bene!

B come Butteri


BUTTERI – Guardiani di mandrie, montati a cavallo per svolgere con più facilità il lavoro nel territorio della maremma toscana e laziale. Sono gli unici veri sopravissuti dell’equitazione rinascimentale italiana: la sella e il modo di montare, il tipo di cavallo e di addestramento sono quanto di più simile e genuino ci sia rispetto al mondo di Pignatelli. Qualche lettore a questo punto sarà sicuramente svenuto: dopo essersi riavuto, sia cosi gentile da confrontare il giudice maremmano con il piliere di Pignatelli, la sella col pallino con la selle angloise piquèe, il modo di tenere il pungolo dei butteri con la maniera di tenere la frusta dei cavalieri accademici, il capezzone maremmano col capezzone a seghetta, il modo di abituare al lavoro il puledro maremmano col modo di abituare al lavoro un cavallo secondo gli insegnamenti di Rosselmini e compagnia. Dimenticate nei tomboli e nelle maremme, ci sono ancora le impronte di una equitazione colta, seppur ruvida, come quella dei cavallerizzi del XVII secolo.

giovedì 22 novembre 2007

Ancora Caprilli


Oggi, stando attorno ai cavalli, capita spesso di sentirsi chiedere “Cos’è la doma dolce? Come funziona?” e solitamente da questa innocente domanda partono fiumi di parole che spiegano solo parzialmente cosa sta dietro questa locuzione di moda, ormai talmente banalizzata da aver perso ogni connotazione reale. E nella stragrande maggioranza dei casi chi pone la domanda non ha mai sentito parlare né di Federigo Caprilli, né del suo Sistema di Equitazione Naturale; questo vuole dire che la stragrande maggioranza delle persone che nel nostro paese si avvicinano all’equitazione e ai cavalli non ricevono nessun insegnamento, nessuna istruzione o informazione da chi li mette materialmente nelle condizioni di montare a cavallo e dall’ambiente sportivo che li circonda – in definitiva, vuol dire che non c’è una diffusa cultura equestre e chi si immerge in questo mondo così complesso spesso crede basti comprare lezioni, stivali e cavallo per avere tutto quel che serve alla bisogna. Ma grazie al cielo l’essere umano è sensibile e curioso e il desiderio di soddisfare le necessità di conoscenza per risolvere i problemi che si presentano montando a cavallo afferra molti cavalieri “in crescita”….ma cosa trovano? Più che altro pubblicità (spesso ben fatta) piuttosto che seri, riconosciuti e ovvi punti di riferimento. E’ molto più facile trovare una capezzina al macramé piuttosto che un istruttore che ti spiega come condurre correttamente un cavallo sottomano o gestirlo da terra, molto più probabile sentir parlare di un “nuovo” modo (più o meno new age) di addestrare cavalli che di una scuola di equitazione dove, oltre al numero di punti necessario per il passaggio di patente, ti insegnino anche la psicologia del cavallo. In definitiva il miglioramento e la crescita di un cavaliere sono affidati più al mondo del commercio che a quello dell’istruzione – e il commercio vive del prodotto del momento, non di storia o cultura.
Così il capitano Caprilli e il suo metodo sono sconosciuti ai più, ricordati solo da qualche colonnello di cavalleria in pensione o altri nostalgici ex-allievi di quei marescialli che hanno messo in sella tutti i campioni nazionali. Ed è un peccato, perché cosa c’è di più “dolce” di un metodo che ha come principio cardine il “lasciare il cavallo libero nei suoi atteggiamenti naturali, assecondarne i cambiamenti di equilibrio senza imporgli nessuno spreco di energia fisica e nervosa oltre quella strettamente necessaria per compiere il lavoro richiesto”? Siamo arrivati al punto che l’ignoranza equestre sia così diffusa da far pensare ai più che “vecchio” sia solo crudele e doloroso, e “nuovo” per contro solamente dolce e naturale.
Niente di più sbagliato, ma ovviamente per rendersene conto occorre conoscere qualcosa di più che le ultime mode di maneggio.

mercoledì 21 novembre 2007

Il Savoia vuol essere risarcito

Vittorio Emanuele e famiglia hanno chiesto un risarcimento alla Repubblica Italiana, 260 milioncini di Euro in conto rimborso esilio, beni non goduti, proprietà confiscate e danni morali vari.
Allora per cortesia dite al signor Savoia che io voglio essere risarcita di:
-danno morale derivante dal comportamento vergognoso della SUA famiglia in occasione della firma per avallo apposta alle reggi razziali nell'allora Regno d'Italia, mentre i loro colleghi reali di tutta Europa (Inghilterra e Danimarca tanto per fare un paio di esempi) si distinguevano per dignità e coraggio.
-danni morali e fisici invalidanti conseguiti da mio nonno Obes Marchetti: il suo re scappava l'otto settembre 1943 senza avvertire un soldato che era stato mandato in guerra da anni per lui in Jugoslavia, in Albania, in Grecia e che veniva sorpreso dalla fuga del real vigliacco troppo vicino ai novelli ex-alleati tedeschi. Venne preso, spedito a Buchenwald dove rimase fino alla fine del conflitto devastandosi l'anima per sempre. Nessuno dei suoi figli o della sua famiglia ricevette niente -nè aiuto, nè comprensione, nè sostegni, nè tantomeno risarcimenti- per tutto quello che aveva patito e per le conseguenze di quei patimenti. Non mi si tiri fuori a comparaggio la povera Mafalda di Savoia a Buchenwald, la cui tragica morte non annulla bensì peggiora le colpe del capo della sua famiglia.
Il signor Savoia deve rispondere del mio nonno materno, di quello paterno (più fortunato, dopo l'otto settembre finì in mano agli inglesi invece che ai tedeschi)e di tutti gli altri italiani, con o senza divisa, che dovettero patire le decisioni di gente incompetente a ricoprire incarichi di responsabilità e che invece per disgrazia era demandata a governare il mio Paese.
L'unico della (peraltro brevissima) dinastia che si è sempre comportato in modo degno è stato Umberto II, al quale va tutto il mio rispetto: ma purtroppo il figlio non gli assomiglia per niente, in nulla.
Il risarcimento dovuto a me e alla mia famiglia per i mie nonni va va moltiplicatop per tutti gli italiani, ovviamente.
-E poi forse che i Savoia riconobbero qualcosa ai loro cugini di Borbone, quando li colpirono alle spalle e si costruirono un Regno tirandolo via di mano per metà a gente di famiglia?

Il Presidente Napolitano ha espresso esattamente quello che penso, sento e vorrei dire al signor Savoia.

lunedì 19 novembre 2007

I cavalli di nessuno


Dopo l'episodio del cavallino molisano ho fatto un po' di domande in giro e mi hanno aiutata quei mostri sacri della mailing list "Pianeta Cavalli".
Ecco cosa mi ha risposto la gentilissima Daria Scarciglia, avvocato, alla mia stupidissima domanda "Ma se capitasse un'altra volta di trovare un cavallo di nessuno bisognoso di cure, che si dovrebbe fare?":
"Provo a rispondere per quanto riguarda l'aspetto legale.
Occorre per prima cosa che lo stato di salute del cavallo sia refertato da un veterinario, che può essere un privato o del servizio pubblico.
Quindi occorre sporgere denuncia presso i Carabinieri e qui le ipotesi di reato sono diverse:
- introduzione e abbandono nel fondo altrui (636, 639 bis c.p.)
- maltrattamento (544 ter e quater, 727 c.p.)
- omessa custodia e malgoverno (672 c.p.)
- danneggiamento (544 bis, 638 c.p.).
La denuncia sarà evidentemente contro ignoti, ma ciò non toglie che le indagini sono dovute e che tutti gli atti verranno poi trasmessi alla Procura della Repubblica che deciderà, nel termine di 6 mesi, prorogabile una sola volta di altri 6 mesi, se procedere (nel caso in cui i responsabili vengano individuati) o se archiviare.
Colui che ha trovato il cavallo ne diventa custode giudiziario e dovrà agire diligentemente affinché l'animale sia curato, nutrito e sorvegliato, e avrà il diritto di decidere se tenerlo presso di sé o se affidarlo ad altri, restandone, tuttavia, responsabile quanto al suo benessere.
Nell'ipotesi in cui il responsabile dell'abbandono e dei maltrattamenti venga individuato e rinviato a giudizio, il custode dell'animale potrà costituirsi parte civile, o azionare il separato giudizio in sede civile per il risarcimento del danno.
In ogni caso, se a conclusione delle indagini non dovesse essere individuato il proprietario dell'animale, il custode, decorsi 20 giorni, ne diventa proprietario ai sensi dell'art. 925 c.c., con la conseguente piena espansione di tutti i diritti e doveri che derivano dalla proprietà di un animale.

Argento e vecchi filetti


Altro capitolo del libello, di cui potete vedere qui la copertina.
Le foto del libro, ahimè, non sono incluse!

La caduta degli deiUn documento raro, una vecchia cartolina della Scuola di Cavalleria di Pinerolo, un’immagine sbiadita come un vecchio dagherrotipo ma sufficiente per rappresentare la caduta degli Dei.
Lo sapevamo tutti che anche a Caprilli capitava di cadere, ovviamente, e questo non ha mai fatto diminuire di un grammo tutta la stima, l'ammirazione e la gratitudine verso il Maestro che ognuno di noi ha; anzi forse il saperlo fallibile lo rende un po' più umano (inteso come Mito).
Ma in quanti hanno visto davvero il celebre Capitano nella polvere? da questa fotografia, abbiamo la prova che ebbene sì, almeno quando cadeva....Caprilli aveva il nostro stesso stile (anche se, per la verità, qui era caduto il cavallo per primo ed il Capitano ne aveva soltanto subito le inevitabili conseguenze).

Curiosi, ma con il dovuto rispetto, assistiamo a questa tombola con la solidale, cameratesca e affettuosa comprensione di chi montando a cavallo ha fatto inevitabilmente la stessa esperienza; mal comune mezzo gaudio, e poi non era solo chi fosse caduto dodici volte, a potersi dire cavaliere?
Sbirciamo per caso un episodio tra tanti. Ma guardando questa caduta viene immediato ricordare anche l’ultima del Capitano e calarsi nei panni di Gallina, amico di Caprilli, commerciante ed allevatore di cavalli: lo aveva visto accasciarsi al suolo cadendo di sella privo di sensi mentre provava un morello della sua scuderia. Una perdita di conoscenza che, se lo avesse colto in un altro momento, non avrebbe avuto le stesse tragiche conseguenze; invece capitò mentre montava, cadendo sbatté violentemente la base del cranio sul selciato, e morì poche ore dopo senza riprendere i sensi.
Ma visto il numero di ore impressionante che passava a cavallo (nei giorni in cui non era di servizio ne montava anche dieci al giorno, e più), era statisticamente molto difficile gli capitasse in altra occasione. Una passione veramente instancabile lo animava e spingeva a perfezionare, migliorare e mettere a punto il suo Metodo che, pensato e indirizzato verso il lavoro di reclute e cavalli giovani in terreno aperto e vario, basava tutto il suo essere sulla profonda attenzione che Caprilli aveva per il cavallo ed i suoi movimenti naturali, per il suo reagire a stimoli, aiuti e condizionamenti. Patrimonio di conoscenze a Lui arrivate anche grazie ed attraverso Cesare Paderni, suo Maestro, che era un raffinato conoscitore dell’Equitazione Accademica. Caprilli fu unico per intuito e sagacia nel partire da una base comune e conosciuta, per trarne gli elementi utili ad un fine del tutto nuovo, moderno, utile e pratico: riuscire a metter bene in sella giovani inesperti, su cavalli non di scuola, e renderli in grado di muoversi sicuri e veloci per il mondo, quello vero, al di fuori delle cavallerizze e dei maneggi. Per fare questo impegnò tutte le sue risorse, o meglio gran parte delle sue risorse: una certa quantità, da buon ufficiale di cavalleria, la riservava alle signore e signorine che non resistevano al suo fascino.

Un Ingegnere francese che sapeva qualcosa di equitazione, tale Mr. Gogue (sì, quel Gogue, che ha messo a punto la redine che porta il suo nome e che nella sua versione più ortodossa si chiama “ficelle Gogue-Margot”), si chiese una volta se il fatto che Caprilli avesse scritto le poche pagine davvero di suo pugno sul Sistema naturale d’equitazione mentre si trovava a Nola fosse un caso, o dovuto al fatto che si fosse preso un periodo di studio vicino a quella che era stata la culla dell’Equitazione Accademica francese nel ‘700, la Napoli di Pignatelli. Forse colà esistevano biblioteche con preziosi libri che tramandavano il sapere dei Maestri napoletani?….a Gogue è stata risparmiata una disillusione: il Capitano Caprilli era stato spedito in quel di Nola per punizione, a causa di faccende galanti troppo coinvolgenti il nostro giovane ed esuberante cavaliere e una signorina di troppo distinta famiglia. Più prosaicamente di quanto supposto da Gogue, il Nostro finalmente aveva un po’ di tempo libero in quella landa desolata che era diventata per lui in quanto a vita mondana, il reggimento di Nola, e dovendo occuparsi solo di cavalli Caprilli trovò il tempo di buttar giù qualche appunto. Nola non era in realtà cosi fuori dal mondo, ma il Nostro brillante ufficiale appena arrivato colà sotto le spoglie di nera pecorella da rimettere agli ordini si sarebbe dovuto presentare, prima di ogni altra cosa, al comandante del Reggimento: non lo fece, per presentarsi in tempo ad un certo ricevimento serale dove effettivamente incontrò il suo Comandante Superiore che lo spedì, ovviamente, agli arresti. Di qui il tempo bastante a Caprilli per scrivere anche qualche nota ed osservazione sul suo metodo, che fino a quel momento era stato canonizzato solo nella pratica.

Ringraziamo quindi la affascinantissima signorina che mise nei guai Caprilli, il suo Comandante che lo spedì fuori dal mondo per interrompere la lieson, e chissà, forse a Gogue, che era francese, non sarebbe dispiaciuto sapere che oggi in tutto il mondo sappiamo di dover lasciare libertà d’incollatura al cavallo anche grazie alle irresistibili attrattive di una graziosa fanciulla.

Per gentile concessione del signor Francesco Lolli, riportiamo quanto a lui scritto dal col. Paolo Angioni in data 2 marzo 2001: “Per Francesco: la redine si chiama Gogue, perché è stata inventata dall’Ing. Rene’ Gogue, oggi defunto. L’ho conosciuto nel 1976 a Saumur. Teneva una conferenza sulla storia delle scuole equestri europee e quando ha saputo che nell’affollatissima sala c’era un non meglio identificato cavaliere italiano, si è rivolto a me e mi ha domandato se esistevano collegamenti fra la scuola di Napoli e il soggiorno di Caprilli a Nola, durante il quale ha praticamente messo a punto il sistema…”. Grazie al colonnello Angioni per averci fatto conoscere l’aneddoto, dal quale abbiamo estrapolato le nostre personalissime conclusioni.

domenica 18 novembre 2007

Bazzy Boy's Blog

Grandioso sito di un cavallo da corsa australiano, del suo papà e della sua mamma!!!
Divertente ma non solo, un vero spasso "le cose che mi fanno paura!

sabato 17 novembre 2007

Sardegna e cavalli


Intervista fatta a Fieracavalli Verona nel 2005

Già per i viali di Fieracavalli si sentiva un vago profumo di mirto: due sauri con le magnifiche bardature tipiche della Sardegna spiccano per eleganza e brio tra i tanti binomi più “familiari” a queste lande nebbiose.
Incontrando poi negli stand dell’Engea l’avvocato Piero Franceschi, Commissario straordinario della camera di Commercio di Oristano viene il sospetto ci sia qualcosa dietro questa finalmente numerosa compagine sarda a Verona.
- Commissario, come mai qui a Fieracavalli?
“Perché abbiano ripreso lo scorso settembre dopo 10 anni di sospensione, la Fiera del cavallo di Oristano, Sardegnacavalli. Abbiano già programmato l’ottava edizione ed intendiamo approfittare della Fieracavalli per raggiungere intese, siglare accordi, creare partnership. Questo è il nostro obiettivo”.
- Una realtà geografica del tutto diversa quindi, ma il cavallo fa da comune denominatore.
“Esattamente; in più la nostra fortuna è di vivere ancora in un paese, Oristano, dove il cavallo fa parte della vita quotidiana: allevatori e proprietari sono una presenza numericamente importante, la città è tollerante rispetto alla presenza di cavalli che spesso ne percorrono le strade per essere abituati alle persone, al traffico e ai suoi rumori per poi trovarsi su terreno conosciuto in occasione della Sartiglia.. Da settembre a maggio si incontrano regolarmente binomi in allenamento”.
-Quanti sono i cavalli che partecipano alle corse della Sartiglia, in febbraio?
“I cavalli che partecipano sono 120 .Gli aspiranti in realtà sarebbero almeno 150, ma tre settimane prima si fanno le selezioni, un passaggio secco sotto gli occhi dei giudici: chi sbaglia, anche se cavaliere esperto e famoso, viene eliminato e non può partecipare alla Sartiglia. L’insindacabilità del giudizio è granitica, perché questa prova è profondamente legata alla sorte e i segni del destino sono ancora ascoltati e rispettati. Non per niente dal numero di stelle conquistate dai cavalieri si fa dipendere la buona riuscita o meno del raccolto dell’anno, secondo la tradizione”.
-Una realtà invidiabile quella in cui i cavalli sono ancora una presenza abituale per le strade del paese e nella vita di tutti i giorni.
“L’equitazione è molto diffusa, ed Oristano è probabilmente l’unica provincia italiana che può vantarsi patria di ben cinque razze autoctone: anglo arabo sardo, cavallino della giara, cavallo del Sarcitano, asino sardo e il piccolo bianco dell’Asinara. Una ricchezza e varietà genetica unica in Italia”.
-Una ricchezza da far conoscere, direi.
“Stiamo cercando di riconvertire le aziende della provincia, dove negli anni cinquanta una cooperativa femminile avviò le prime strutture agrituristiche. In tempi recenti sono state un po’ messe in ombra dai bed & breakfast che però non permettono all’ospite un inserimento reale nella vita del posto.Riconvertendo queste strutture in stazioni di posta per ospitare cavalli e cavalieri
ed inserendolo in un sistema di ippovie, si otterrebbe invece di far penetrare molto più a fondo, e non solo nel paesaggio, lo sguardo di chi vuole conoscere il nostro territorio. Inoltre stiamo creando tutto un contorno di artigiani indirizzati a sfruttare le proprie capacità declinandole in ambito equestre, dalla tessitura alla lavorazione artigianale.
Ci sono tutte le pre-condizioni necessarie ad una concreta riuscita: ambiente incontaminato ed adatto al cavallo, contorno di attività agricole che non hanno perso le antiche tradizioni, tanto che da noi il maniscalco ha ancora bottega in ogni paese, non è costretto come altrove a portarsi a domicilio dai clienti. Stiamo creando un distretto equestre, su questo finalizziamo il programma complessivo.”
-La Fiera di Oristano allora è la vetrina di questo “progetto equestre”?
“Questa è la nostra volontà, e infatti abbiamo posto le basi per una manifestazione che possa finalmente durare nel tempo ed avere le necessarie solide basi per accogliere ogni anno le diecimila persone al giorno che a settembre hanno visitato la settima edizione. Abbiamo speso i 250.000 euro per strutture che rimangono di proprietà della manifestazione e che ne faciliteranno la vita anche in caso di eventuali ristrettezze e poca disponibilità economica futura dei vari Enti preposti”.
Ma al di là dei numeri e dei progetti, la gente di Sardegna ha un dono speciale: è gente di cavalli, come non si possono trovare più in altri posti dove il cavallo non fa più parte della vita vera, di tutti i giorni. E noi che abitiamo lontano da lì non possiamo fare altro che invidiarli un poco, e sperare di poterli presto conoscere da vicino.
A cavallo, naturalmente.
Maria Cristina Magri

venerdì 16 novembre 2007

Caprilli


I miei appunti per preparare la conferenza a Carmagnola del 31 maggio 2007,
con il colonnello Piero d’Inzeo.
Tutti i dati sono tratti da "Caprilli, vita e scritti" di Carlo Giubbilei, unico vero biografo del capitano livornese.
Giubbilei era allievo, amico e confidente di Caprilli.
Invitata dell'adorabile Alessandro Benedettini come moderatrice.

Opuscolo in morte di Caprilli tenente Gautier: "…perfino nell’esercito ci sono partigiani dell’abolizione della cavalleria, tanto forse odiano il quadrupede che con grande bontà porta questi ingrati in sella!
Vittorie di Roma e Londra non comprese – in Italia si amano più i “vincitori” morali della maratona…Divisa della Scuola di Cavalleria “Provando e riprovando
1868, nasce a Livorno Federigo Olinto Caprilli
1886 Modena, Accademia (Bagongo)
Caprilli bambino un po’ birbone, lavori sul Tevere e sassolini, affreschi con firma a S.Maria Novella.
Mediocre in equitazione a Modena, (perchè non amava l'equitazione di scuola).
1888 sottotenente in Piemonte Reale
1889 Saluzzo
Primi cavalli troppo sfruttati per entusiasmo. Per rimediare acquista due cavalli ingranati da gallina 2 x 1000 lire, Moro e Sfacciato. Lavoro razionale e progressivo, calma e costanza vinsero contrarietà.
1890 Parma corsi tiro e zappatori
Sfacciato saltava le sciabole, finalmente PSI di Bricherasio poi Asti, in Saluzzo.
1891 Corso magistrale, Istruttore Paderni, muretti castello di Baldissera, appresero da lui quello che può dare il cavallo.
1892 1° corso di equitazione di campagna sotto la guida del marchese Luciano di Roccagiovine a Tor di Quinto, Roma. Qui Caprilli si distinse molto seguendo l’inclinazione per l’esercizio del cuore che dà l’equitazione all’aperto. Sfacciato Scuola del condurre, abilità eccezionale nel domare i cavalli restii – filetto – Modesto. I cavalli da salto di allora erano addestrati in modo violento e coercitivo, spesso sapevano fare solo quello, privi di qualunque altra qualità, condotti con un sistema fatto di astuzie e ripieghi.
1892 a Roma 3 maggio prima corsa
Michette Grana
1894 Piemonte Reale a Torino
In autunno istruttore alla Scuola di cavalleria di Tor di Quinto
1895 caccia alla volpe dietro Master Roccagiovine e Agostino Chigi periodo di transizione dal vecchio metodo, non si sosteneva, mani basse e ferme. Tenente Bertolotti infortunato, C. lo sostituì insegnado quello che riteneva giusto segnando un evidente progresso. In luglio va a Londra. A ottobre di nuovo a Tor di Quinto, si tentò per la prima volta la famosa discesa.
1895 Tor Crescenza – lacerazioni dolorose reni che lo accompagnarono tutta la vita.
1896 vertenza con collega (…) trasferito nei Lancieri di Milano, a Nola: molto adatti e desiderosi di recepire il SNE, anche gli ufficiali superiori lo seguirono in ripresa. Era tempo di scegliere il meglio per farne un sistema. Caduta, risalita in sella…”avevo ragione anche io!” Discussione aperta e proficua, apertura mentale. Reclute e cavalli da trattatrsi con gentilezza e rispetto (come Gavet) “la gratitudine per la cavalcatura doveva ispirare il desiderio di curarlo…non con le maniere irose dei doveri ingrati” alla fine del 1896 aiutante maggiore in seconda, Si propone una caccia alal volpe in spedizione a Roma a Cecilia Metella i lancieri di Milano tennero la testa ammirati da ttutti, nessuna caduta. A Firenze alle Cascine quasi tutti i premi a Caprilli o allievi, Caprillone entusiasta.
1898 – Lancieri di Milano a Parma, chiese gli fossero assegnati tutti i brocchi, dopo un mese il capitano Pandolci uscito con loro in campagna ammiratissimo.Viveva in due stanze modeste, costruirono campo ostacoli con tutti i mezzi comprese multe per caduta. Tenacia nell’ottenere la perfezione nel facile. Da lì arriva stabilità di metodo, andando avanti per gradi. Istruiva ufficiali e sottufficiali, compreso il medico Cantucci che dopo un mese in sella (mai saltato! – fa nulla ci penso io!) 3° a Firenze. Regolava le cose in modo che tutto ciò che venisse tentato riuscisse sempre. Calma voluta e seguita così intonata al SN. Bianchetti volontario allievo caporale, studente in legge, a lui e pochi altri attribuiva mentalmente il titolo di cavaliere, dopo un’ottima prova “Sai, l’ho promosso commendatore!” Sgarbi dei superiori, Parigi 1900.
1901 Rivista, primo articolo, discussione utile e proficua.
1902 Genova cavalleria, Capitano. Milano poi Gallarate, 2° squadrone. Istruzione accurata, staffatura curatissima. Lavoro duro ma nessuno immaginò mai si potesse contrariarlo.”Tutti dovevano fare il loro dovere, non di più ma neanche di meno” Colonnello richiamato a Gallarate per gli arcioni non adatti ai cavalli “Che manda a cambià…” “Signorsì”, e basta. Manovre di due ore a piedi quando mancava qualcosa, i ladri sparirono come per incanto. Chiamata di presenza per punizione: presentarsi al sergente di settimana alle diciannove (durante la libera uscita) in tenuta di guerra e col cavallo insellato. Il 2° squadrone entrava nei muri. Lui voleva formare un modello adatto a dimostrare che il sistema era efficace. Riunione 2° squadrone – trotto, si raggiunge il capitano!!....manovre di campagna con Divisione Militare di Brescia. Furono l aprova della perfezione del metodo, agosto settembre 1902. “Domattina, alle ore 7, lo squadrone si troverà riunito al Ciglione della Malpensa, sola sciabola, tutto il mondo a cavallo”. 102 dragoni. Colonnello Olivieri con tutta artiglieria. Solo problema controllare che non uscissero per istruzione anche quelli coi cavallli che marcavano. Inclinato alla buona conoscenza del terreno e abile lettore della carta, in sella più d’ogni altro incurante del cavallo che lo portava. GENEROSO
1902 FINE OTTOBRE CASERMA San Vittore Milano
1903 appiedato per motivi di salute
1904 in sella di nuovo17/03/1904 Finalmente Scuola di Cavalleria di Pinerolo, Istruttore. Rileva i difetti con calma, costanza ed accanimento meravigliosi. Resistenza accanita nel correggere senza che mai difettassero forma o pazienza. Saumur, portato da là gioco della rosa e fantoccio, cavallo saltatore riottoso rimesso al salto con progressione in un’ora. Sue ultime foto non probanti del metodo, aveva la schiena a pezzi.

giovedì 15 novembre 2007

Medici Archive Project


Il Medici Archive Project
ovvero
Sul come non perdersi la Storia in un viaggio che dura da 500 anni.

Montagne di carte sostengono tutti i palazzi della nostra cultura, metaforici o meno che siano: in Archivi di Stato o Diocesani, in Biblioteche Universitarie, pubbliche o private libri, incunaboli, cinquecentine e infiniti fogli sciolti scritti pazientemente con penna e calamaio parlano di antiche storie, drammi privati e pubblici festeggiamenti, splendori lontani e normalissime quotidianità di un tempo che non conosciamo più.
Però nessuno li ascolta: chi si tuffa oggi in quel vastissimo mare di parole spesso inesplorate, non classificate e quindi non facilmente recuperabili ed utilizzabili?
Quasi nessuno, perché in pochi hanno il tempo necessario a raggiungere i mille luoghi dove sono custodite e studiarle a dovere.
Eppure a Firenze esiste una formidabile eccezione a questo silenzio secolare, lì le carte parlano e la voce gliela ha ridata il Medici Archive Project.
In tredici anni di lavoro questa fondazione ha tradotto e riscritto in formato digitale 3.000.000 di lettere dell’Archivio Epistolare Mediceo (dal 1537 al 1743) custodite qui, all’Archivio di Stato in 6.249 volumi che i ricercatori della Fondazione (scelti con borse di studio di tre anni tra i dottori in ricerche umanistiche di ogni nazione) hanno riversato in una banca dati che oggi è disponibile a chiunque voglia collegarsi al sito www.documentrs.medici.org .
Chi ha avuto la forza e la capacità di immaginare e portare a termine un progetto così complesso è Edward Goldberg, una persona in cui le qualità imprenditoriali si coniugano in modo singolare con l’amore per la cultura umanistica; e dopo dodici anni di lavoro il MAP è finalmente in rete.
Per capire quanto sia entusiasmante uno strumento del genere bisogna provarlo (e tanto per non smentirci noi cerchiamo cavalli): la ricerca è immediata, la tecnologia quella più familiare anche al navigatore più semplicemente intuitivo - basta aver voglia di curiosare e la storia rivive sotto i nostri occhi.
Digitiamo una parola chiave “equestre”, poi il tasto magico – search! – e si apre il sipario, lo spettacolo comincia, i protagonisti prendono la parola e raccontano, elencano, chiacchierano, riferiscono, comandano e spiegano: è bellissimo.
Possiamo curiosare tra i “venti giannetti bellissimi et in specie di quattro de’ migliori de Spagna” e le “sette mule di tutta perfezione” da essere attaccate alla loro brava carrozza da campagna che nel 1659 il marchese di Lecce regala alla Sua Cattolica Maestà Filippo IV di Spagna, o chiederci se poi Cosimo II trovò il benedetto “giannetto morello” che non riusciva a farsi acquistare da nessuna parte se non a costi altissimi (Granduca sì, spendaccione mica tanto); e poi ancora più indietro su per i rami degli anni e nel 1567 vediamo Cosimo I in persona dare indicazioni spicciole ad un suo fattore a Pisa per recuperare tegole da una vecchia chiesetta (che fosse genetica la propensione al risparmio?) e soprattutto farsi rimandare quattro stalloni che vengono reputati non più buoni per la monta, ma che evidentemente potevano svolgere ancora qualche servizio nelle scuderie di Firenze.
Sempre attorno a quegli anni c’era un intenso scambio di cavalli, cortesie e regali tra Francesco de’ Medici e i Gonzaga di Mantova, che galantemente si inviavano l’un l’altro ubini, corsieri e chinee come segno della più nobile generosità possibile.
Fin quando non era necessario comprare quel che davvero si voleva con ducati sonanti, e allora possiamo ascoltare il Granduca di Toscana informare il Vicerè di Napoli che “…Giovan Battista Pignatello vien mandato dal S.r Pavulo Giordano Orsino, mio genero, per provedere una dozzina di cavalli fatti e puledri, ma ne desidererebbe sei della razza Regia…et quel che più importa che V. Ecc.a gli desse licentia di cavargli del Regno per condurgli qua”: che il Granduca sarà anche stato di manica stretta, ma evidentemente sapeva scegliersi benissimo i consiglieri se mandava a comprargli cavalli proprio il Pignatelli in persona, il Maestro di quella Accademia napoletana che divenne poi un faro per tutta l’equitazione europea.
Ogni documento è un tesoro, ogni pagina una giornata che rivive e sembra di sentire scalpitare i cavalli sul selciato mentre gli uomini di scuderia trafficano sullo sfondo, le voci educate dei corrispondenti si intrecciano a quella più secca e decisa del Granduca, tintinnano finimenti e speroni, qualche voce di donna sussurra saluti e ringraziamenti, nitriti di cavalli che si chiamano tra loro e il sole che brilla di nuovo su tutto, fattori e nobili, scozzoni e giannetti, ambasciatori e cavallerizzi.
E’ lo stesso nostro sole, avete visto?e anche noi uomini in fondo siamo gli stessi:
ancora alla ricerca costante di un contatto con gli altri, sempre cercando un modo migliore di comunicare e possibilmente tenendosi un cavallo vicino.

Maria Cristina Magri

martedì 13 novembre 2007

Figli, sogni, genitori e cavalli



Il sogno di ogni genitore (confessato o meno che sia), è quello di veder crescere il proprio figlio come una versione riveduta, corretta e migliorata di se stesso. E' sbagliato, si sa, i figli sono frecce scoccate nel futuro che non dobbiamo zavorrare e deviare con il peso delle nostre ambizioni e dei nostri sogni ma..... chi, ditemi chi di voi non ha regalato al proprio pargolo un cavallo a dondolo col preciso, deliberato intento di traviarlo, sognandoselo già grande staffa contro staffa in passeggiate serene, ammirando il suo ovviamente splendido assetto?

Ammettiamolo, ogni genitore che passi il tempo felice della sua vita su una sella farà più o meno coscientemente qualunque cosa secondo il suo giudizio possa spianare la strada verso l'empireo equestre all’erede che Pegaso (e non una banale cicogna) gli ha recapitato a casa: si comincia dai bavaglini con su ricamati i cavallini passando per tutti i peluche equini disponibili sul mercato, finendo invariabilmente per portare il ragazzino in scuderia prima ancora che gli sia passata la crosta lattea parcheggiandolo carrozzina e tutto dentro al box del cavallo (che ovviamente è fuori, sotto la sella di mammà ).

Da qui in poi, ogni arma è lecita: si sa di madri degeneri che hanno convinto il figlioletto di un anno e mezzo a fare il governo della mano al cavallino a dondolo con un coperchietto di barattolo per striglia, e una vecchia spazzola come brusca. Si potrebbe chiamare il Telefono azzurro per molto meno.
Il tempo galoppa veloce, e sorgono i primi dubbi: pony o non pony? iscriverlo o non iscriverlo ad un corso di equitazione, vedendo già (con gli occhi di un cuore orgoglioso) il piccoletto saltare in sella ad un delizioso Connemara gli ostacoli che portano alle prime coppe da esibire con noncuranza sulle mensole di casa? La tentazione è forte, ma in un momento di lucidità ci si pone una domanda cruciale: cosa vogliamo trasmettere a questo benedetto ragazzo, una missione o una passione? Vogliamo le coppe, o regalargli un modo per essere felice? Allora le strade si dividono nettamente, a seconda degli obiettivi:

a) non si dà importanza alla cosa quando la famiglia del pargoletto ha i cavalli nel DNA, e allora Pieri e Raimondi e Filippi sembra crescano da soli.
b) si fa di tutto per trasformarsi in rappresentanti assatanati della deleteria genìa degli ippogenitori, quelli che sono convinti sempre e comunque che il rifiuto sia colpa del pony, dell'istruttore, del colore dei gerani del riparo ma assolutamente non del loro tesoro, che per sviluppare il proprio talento avrà a disposizione innumerevoli cavalli che cambierà regolarmente ogni sei mesi, non trovando disgraziatamente mai il campione che gli compete;
c) si cerca di ritrovare la stessa scintilla che ha incendiato noi la prima volta che abbiamo sentito parlare di cavalli, e si prova in modo carbonaro, sotterraneo ed infido a riprodurla per avere lo stesso risultato.

Cos'era stato a farci innamorare dell'idea di un naso morbido come il velluto, perchè pensavamo che non ci fosse niente di più sincero dello sfregarsi di un lungo muso sulla nostra guancia? Cos’è che si muove dentro quando riusciamo a capirci senza parlare con il nostro cavallo, e cosa è che ce lo fa cercare così testardamente, quello e non altro, solo sentire il proprio pensiero diventare movimento non appena lo desideriamo? Come abbiamo fatto a capire la bellezza della sua sensibilità e a non scambiarla per subdola imprevedibilità, a capire che la nobiltà del nostro e di tutti i cavalli sta nella immediata risposta, sempre sincera che danno a tutto? Fiducia per fiducia, rispetto per rispetto, e soprattutto assoluta insofferenza a sotterfugi, bugie e trucchetti vari.

Poi starà al figliolo decidere, con gli anni si vedrà se qualcosa è rimasto o se tutto è scivolato via, ed anzi il pargolo odierà i cavalli a vita per la sovraesposizione patita nell’infanzia. Non ci sono ricette, non ci sono regole, non si può sapere con certezza come i figli useranno quello che gli abbiamo dato, possiamo solo metter loro davanti un po’ di cose. E anche vedere l’uso che ne fanno è divertente, strabiliante, come tutte le cose che i bambini fanno quando sono lasciati liberi di fare.

Ma se il mio, da grande, entrerà in scuderia e sentirà un sorriso che gli viene da dentro quando il suo cavallo gli nitrirà per salutarlo, se sentirà tutto quello che sento anche io, allora mi sembrerà di avergli regalato tutti i cavalli del mondo.

Maria Cristina Magri

Gran Premio di Coppa del Mondo di Verona

Sono in Sala Stampa a Verona che butto giù l'ultima riga dei miei appunti, domenica quasi sera stanca e solitaria mentre tutti sono a veder gli zompi - che pace! Giovanni Manca di "Cavallo e natura", gentilissimo come sempre, mi aveva chiesto se volevo vederla ma ho barattato volentieri con una visitina agli allevatori sardi: non li conosco di persona ma adoro vedere questi cavalli e questa gente che è tra i pochissimi a stare in sella non come se recitasse una parte. Finito lo show jumping arriva Ubi trafelato, ha bisogno di qualcuno che faccia la conferenza stampa col vincitore "Puoi andare tu?" Certo che posso, mando al volo la mail con il lavoro (già) fatto a Liana e mi metto buona buona su una poltroncina defilata, Giovanni mi vede e mi chiama di fianco a lui subito dietro Manili, Liana e la Caterina Vagnozzi. Bene, mal che vada posso chiedere chiarimenti a gente qualificata!
Arriva Zoer, il vincitore: sembrerebbe un ragioniere timido se non fosse che è così tranquillamente sicuro di se stesso. Sotto le domand eben mirate di Liana e Caterina Zoer racconta che Okidoki è arrivato qui pieno di energia (quasi troppa, dice lui) dopo tre settimane di vacanza, ultimo impegno era stato Mannheim, e anche qui lo ha risparmiato facendogli fare soltanto la gara bassa di venerdì.
Il leader della classifica generale commenta il percorso e precisa che era molto buono ma difficile per i cavalli stanchi.
Arnaldo Bologni che montava un cavallo nuovo e giovane ha ottenuto un bel risultato qualificandosi per il barrage, racconta tutta la sua fiducia in questo cavallo intelligente, con poca esperienza ma molto coraggio e termina dicendo che non approfitterà del suo talento rischiando di rovinarlo "quando si ha un solo cavallo bisogna prenderla con calma".
Quarto intervistato Cesare Croce, il Presidente della Fise: come se niente fosse butta lì quella che evidentemente crede una notizia da applausi, "l'anno prossimo i concorsi internazionali in Italia saranno sessanta, contro gli otto che si sono tenuti quest'anno".
Ma dico io: non abbiamo cavalli perchè li roviniamo tutti e il 75% dei puledri non arriva ai concorsi per i sette anni visto che li scassano prima, il vincitore della tappa Fei dice che ha vinto perchè aveva il cavallo riposato, il capolista chiarisce le difficoltà per i cavalli stanchi, Bologni che è uno dei nostri cavalieri migliori lamenta scarsità di cavalli e predica l'attenzione che occorre per risparmiare quei pochi....e il Presidente della Fise è contento di far spremere ancora di più queste povere bestie per non lasciar vincere a qualcun altro i premi per i piazzamenti nelle nuove decine di futuri CSI a quattro stelle? ma a che stava pensando il dottor Croce mentre parlavano i cavalieri?

martedì 6 novembre 2007

Enzo Biagi

Da piccola avevo una passione sfrenata per i libri di Enzo Biagi e non smettevo mai di rileggerli: mi piacevano le parole che scivolavano via facili qualunque cosa raccontassero, il modo immediato in cui ti si presentavano davanti agli occhi situazioni per me sconosciute ma che lui riusciva a farmi vedere comunque, esattamente come le aveva viste lui (e se a otto anni sapevo cosa poteva fare un ragazzotto brufoloso con un asciugamano e un calorifero non è colpa dei miei cugini mascalzoni, ma di quel posatissimo ed insospettabile signore bolognese).
Era bello, nuovo e affascinante scoprire cose che non avevano niente a che fare con la mia età ma che, raccontate da lui, non causavano mai rumore nè spavento.
Riusciva a farmi pensare, a lasciarmi esperienze che non avevo vissuto di prima mano.
Buon riposo signor Biagi, e grazie di tutto.

Civiltà....self-service nel Giura Svizzero

Il cavallino di nessuno


Certa gente non dovrebbe andarsene a spasso incustodita nei boschi, è chiaro. Perché invece di raccogliere funghi, ammirare il panorama e scattare fotografie per l’album di famiglia si mette a impicciarsi degli affari altrui, a fare domande cui non è facile rispondere e a rendere visibili problemi che sarebbe più facile nascondere sotto un tappeto. Gente come il signor Sergio Sanford insomma, che un bel giorno di questo settembre nei boschi di Campitello Matese (comune di San Massimo, provincia di Campobasso) ha trovato un cavallo. Un cavallo di piccola taglia, mantello baio, denutrito, con un collare di cuoio troppo stretto al collo e l’anteriore sinistro in condizioni pietose. Una vecchia frattura male aggiustata senza cure appropriate, una ferita sta suppurando. Il cavallo fatica a muoversi quindi non può cercare erba e acqua con facilità nemmeno ora che è estate, figurarsi in inverno che su queste montagne porta freddo, neve e ghiaccio. Il signor Sanford lascia perdere la sua passeggiata e comincia ad informarsi dagli allevatori locali di cavalli: no, non sono loro i proprietari. Cerca poi di contattare le associazioni animaliste, che però non hanno referenti in Molise quindi si rivolge alle sedi di Abruzzo e Campania. Scrive a quotidiani e siti Internet molisani per diffondere la notizia e cercare il proprietario del cavallo o almeno chi possa aiutarlo. Si attivano alcuni lettori che vanno a controllare di persona: sì il cavallino è lì, facciamone pure una lotta di civiltà e chiamiamo in causa i politici ma…il cavallino baio è ancora nel bosco, con un destino molto naturale da vero cavallo brado (selezione naturale ed incidenti assortiti, quello che tocca ai Mustang delle sterminate praterie americane per intenderci), certo non ha sofferto l’onta di una sella o i perigli di una carriera sportiva ma al momento è lì, abbandonato e senza aiuti a pochi metri da una funivia che serve gli impianti da sci che di inverno, con la neve, aprono i battenti.. Certo che questo cavallino non ha proprio saputo farci nella vita: libero e brado ma sotto una funivia, a pochi metri dalle piste da sci e a un tiro di schioppo dal paese, che se soffrisse in mezzo alla Monument Valley non darebbe noia a nessuno ma lì si vede, è uno spettacolo che dà pena. Vicino ad un paese ma molto lontano da qualcuno che gli possa dare aiuto (ancora non sappiamo, al momento di andare in stampa, che fine abbia fatto). Con un vecchio collare di cuoio per attaccarci un campanaccio come i cavalli di una volta che transumavano da una valle all’altra, ma senza uno straccio di marchio di proprietà che sì, gli sarebbe stato crudelmente impresso a fuoco ma avrebbe permesso di risalire con certezza al suo proprietario. Mica si pretende un micro-chip, per carità: soltanto un vecchio marchio a fuoco, come quello che fanno i butteri, i cow-boy e tutti quelli che non si vogliono perdere il bestiame al pascolo brado. Chissà se gli allevatori del Cavallo del Pentro, a settanta chilometri dal bosco dove è ora questo cavallino, marchiano i cavalli al pascolo (o gli mettono un micro-chip, almeno). Chissà se i trenta cavalli bradi di Longano (provincia di Isernia, cinquanta chilometri dal cavallino della funivia e altrettanti dai Cavalli del Pentro) contro cui il Sindaco (signor Angelo Monaco) ha emesso un’ordinanza che ne intima l’abbattimento a fucilate si possono far risalire ad un qualche proprietario preciso: magari aiuterebbe, se ci fosse un’anagrafe equina nazionale con un registro comune che implacabilmente registrasse e dotasse di micro-chip ogni equino di qualsiasi tipo o razza che così non potrebbe più perdersi, non potrebbe più essere senza proprietario. Non ci sarebbero più cavalli di nessuno, e si saprebbe a chi rivolgersi anche per questo cavallino baio, taglia piccola, anteriore sinistro rovinato, estremamente bisognoso di cure veterinarie adeguate. Senza padrone, ovviamente.

Articolo de Il Messaggero
Mail di Sergio Sanford ad AltroMolise
Seconda mail da Campitello, battaglia di civiltà

domenica 4 novembre 2007

Argento e vecchi filetti


Ma lo sapete che ho la mania di scrivere, vero? quindi mò v'ammorbo con la dispensazione, a puntate, del mio primo e probabilmente unico libro: Argento e vecchi filetti, per i tipi del Fotomuseo Panini.

Cominciamo dal Glossario, lettera "A"

Glossario minimo di sopravvivenza
Dove dalle singole voci, si parte spesso per la tangente

Poche brevi note, assolutamente insufficienti a spiegare in modo esauriente e corretto quello che vorrebbero illustrare; sono soltanto un aiuto per chi è completamente a digiuno di equitazione e cavalli, una luce piccola piccola per chi è nel buio più totale. Ma anche i sacri fuochi della passione equestre, senza fiammifero non si accenderebbero.

AIUTI – Sono detti aiuti i mezzi che il cavaliere ha a disposizione per comunicare la propria volontà: lo aiutano, letteralmente, a farsi intendere dal cavallo. Gli aiuti sono le mani (attraverso le redini e l’imboccatura), le gambe, l’assetto, la voce, la frusta e gli speroni. Questi ultimi intensificano l’intensità dei primi, per sottolineare e rendere più percepibili i comandi (ad esempio, la frusta lunga arriva dove la gamba non può per spostare o contenere la groppa, come nel dressage o per chi cavalca all’amazzone). Il fatto che dimostra incontrovertibilmente la sua intelligenza è che il cavallo riesce, attraverso questi aiuti e con la sua sensibilità, ad interpretare la volontà del cavaliere. E’ invece molto meno semplice per il cavaliere alle prime armi capire cosa dice il cavallo, che pure continuamente comunica in tutti i modi a lui possibili. Qui entrano in campo intelligenza e sensibilità dell’uomo, che purtroppo non si possono dare per scontate. Ma l’essere ben coscienti che sempre i cavalli ci parlano e si esprimono, è già un buon punto di partenza.

ARIE DI SCUOLA – Movimenti di maneggio ben precisi e codificati, classificati secondo le comuni regole dell’Equitazione di maneggio in arie artificiali, suddivise in arie basse ed arie rilevate. Da L’Hotte, Questioni equestri: “…all’equitazione da circo converrebbe meglio la definizione di equitazione eccentrica o, se si vuole, fantasiosa, che quella di “alta scuola” che le vien comunemente data e che il pubblico, così come molti cavalieri, applica per così dire soltanto ai movimenti non naturali. L’espressione ha deviato dal suo primitivo significato. Un tempo per alta scuola si intendeva semplicemente l’equitazione superiore, in opposizione alla bassa scuola, o equitazione elementare”. Ma per dare un’indicazione pratica (e molto meno dotta della precedente): le arie di basse sono quelle in cui il cavallo si muove con gli arti vicino a terra, mentre nelle arie alte sono previsti movimenti che richiedono al cavallo di allontanarsene, con salti, impennate o sgroppate per mezzo delle quali si alza dal suolo. Adesso, l’arido elenco: le arie basse sono il passage, la galopade, la volte (ordinaire e renversée), la pirouette, la terre-à-terre. Le arie rilevate, o alte, sono invece: la pesade, la mezaìre, la courbette, la croupade, la ballotade, e finalmente la più alta di tutte, la cabriole. E’ da notare che l’Equitazione di maneggio è nata in Italia, dove insegnavano il Grisone nel XVI ed il Pignatelli nel XVII secolo. Tutti i grandi maestri francesi e del resto d’Europa venuti dopo, si sarebbero poi vantati del fatto di avere imparato da loro: per cui sarebbe stato forse più corretto dare la versione italiana di questi nomi. Ma ho scelto la versione francese, data dall’Enciclopedia Diderot e D’Alembert perché proprio in Francia si sarebbe poi sviluppata questa Equitazione arrivando sino a Baucher, e da lì viene il dressage moderno che, non a caso, utilizza moltissimi termini tecnici francesi. Infine, ma non perché meno importante, Saumur è il posto nel mondo in cui il dressage e l’Equitazione Accademica sono concepite nel modo più vicino all’essenza del cavallo, fatto di sensibilità e bisognoso di finezza; ed ecco spiegato tutto questo francese per una cosa che è nata, invece, italiana.
(continua)

il Cantacucciolo ingessato


Succede, lo so che succede...ma zioponino s'è appena aggiustato il dito (rotto cadendo dalla bicicletta nonsanemmenoluicome) che ieri sera Frè non si va a rompere il braccio? ant.sx, frattura leggermente scomposta ipofisi distale del radio - trenta giorni di gesso, salta la gara di nuoto in Slovenia e tutta la piscina di qui a quattro settimane.
Però è stato un'omo, l'ortopedico ha ridotto la frattura a crudo e lui non ha fatto un plissé e considerando che s'è fatto male ieri sera (era via col Cai 4 giorni per lavorare al Giardino Esperia, festa l'ultima sera al Palaghiaccio di Fanano pattinando o almeno tentando di farlo) e ha passato la notte col polso in quelle condizioni nel gabbiotto dello skilift di Fanano in un sacco a pelo, vestito come le altre notti per il freddo boia e nonostante tutto ha dormito anche un paio d'ore.....magari è un po' fessacchiotto perchè poteva dirlo prima agli accompagnatori che aveva male, ma insomma è un'omo.
Bene, avrà un sacco di tempo per studiare francese adesso.

Fieracavalli a Verona


Sarò in Fieracavalli a Verona giovedì, venerdi, sabato e anche domenica - alè:
il giornale mi ha affiato le regioni (tutti i miei bestioni preferiti: murgesi maremmani TPR haflinger bardigiani siciliani monterufolini e chi più ne ha più ne metta) e come ciliegina sulla torta Loro, gli Arabi.
Non male, direi!
Se passate da Verona, fate un fischio! io ci sarò.
A proposito: giovedì il primo appuntamento è con Diana, venerdì c'è Laura da Cuneo, sabato sera festa dagli Haflinger, domenica aquilotti del Cai in gita....avanti, c'è posto!

4 novembre 2007, giornata delle Forze Armate


Oggi è il mio primo giorno di blog, evviva! unico problema il fatto che non so come funzionino 'sti blog: praticamente non ne ho mai visto uno, è come se stessi cucinando un qualche nuovo piatto senza averlo mai assaggiato e procedendo a naso, senza ricetta sottomano....udio, in tre righe ho infilato quasi tutti i sensi umanamente a disposizione.

Che voglia dir qualcosa?
Comunque un abbraccio a tutti i miei amici con le stellette, proprio tutti: e grazie.

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