Visualizzazione post con etichetta Glossario equestre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Glossario equestre. Mostra tutti i post

martedì 16 dicembre 2008

Glossario equestre: mantello.

I peli che ricoprono la pelle del cavallo, il loro colore costituiscono il suo mantello. I mantelli esistenti si dividono in semplici (peli e crini dello stesso colore) e composti (peli e crini di differenti colori); i composti a loro volta si suddividono in composti a due colori separati e composti a colori mischiati.

Mantelli semplici:
Morello
: può essere deciso, maltinto (d’estate specialmente se lasciati al pascolo al sole, i cavalli morelli possono sembrare bai oscuri ma si tratta solo di uno scolorimento dei peli, proprio come i capelli di alcuni diventano biondi al mare) , corvino (lucente).
Sauro – peli dal biondo al rossastro, più o meno scuri (chiaro, dorato, scuro o bruciato etc.) . Se i crini sono più chiari del mantello base si dice sauro lavato, come sono ad esempio gli avelignesi. Il mantello denominato Palomino è un sauro lavato con crini bianchissimi.
Bianco – in pratica soltanto i cavalli albini, in quanto hanno pelle, crini e peli bianchi.

Mantelli composti:
- composti a due colori separati (corpo di un solo colore, crini ed estremità neri);
Baio – mantello marrone, dal rossastro al quasi nero in tutte le tonalità ma con crini ed estremità neri.
Isabella – mantello giallastro più o meno chiaro con crini ed estremità neri, non raramente associato a zebrature degli arti specialmente nelle razze più rustiche e pure (pony fjord, ad esempio). Questo mantello si chiama così in onore di una Isabella, Duchessa d’Austria, che fece voto di non cambiarsi la camicia sino a che il marito non fosse tornato dall’assedio di Ostenda: cosa che si verificò soltanto dopo due anni. La camicia da immacolata che era diventò, appunto, giallastra con estremità decisamente più scure. Tanto eroismo, valeva bene una dedica!
Sorcino – mantello grigio topo, estremità e criniera nere;
- composti a colori mischiati tra loro:
Grigio – peli bianchi e neri mischiati in vario modo tra loro (pomellato, storno, grigio ferro testa di moro, etc.), ed in proporzioni variabili. Con l’età del cavallo i peli bianchi generalmente aumentano fino a farlo sembrare bianco. Un cavallo destinato a diventare grigio nasce solamente se lo è anche almeno uno dei due genitori, ed il suo mantello alla nascita non è grigio ma sauro, o baio, o morello. Il grigio non era considerato un mantello da Federico Tesio (il più grande allevatore di cavalli, purosangue e non) perché non si comporta come tale ma piuttosto come una malattia, innocua per il cavallo ma comunque come un precoce senilità del mantello.
Ubero – peli gialli e bianchi mischiati, in vario modo (fior di pesco, falbo, millefiori, etc.)
Roano – peli mischiati bianchi, neri o rossi (e può essere secondo la prevalenza di questi chiaro, carico o vinoso).

Infine, ci sono i mantelli pezzati: tutta le varietà descritte sopra, con in più pezzature bianche, derivate da zone più o meno vaste di pelle de-pigmentata sulla quale crescono peli bianchi; le razze Paint e Pintos possono avere due tipi di pezzature differenti, chiamate overo e tobiano a seconda delle proporzioni e della distribuzione del colore. Si raggiunge il massimo della fantasia sui cavalli leopard, generalmente Argentini o Appaloosa ma anche Norici e Knabstrup, che hanno macchie scure su pezzature bianche che insistono su mantelli bai o morelli, randomize.

Se il mantello è privo di “bianco” (balzane più o meno calzate, pezzature, stelle o liste) si dice zaino, cioè uniforme. Da notare che queste macchie bianche sono, come le pezzature, zone de-pigmentate di pelle rosa sulla quale nascono soltanto peli bianchi (dalle balzane in corona, anche l’unghia nasce chiara). Questi segni caratteristici nascono col puledro e non possono cambiare, mai, durante tutta la sua vita. Non bisogna confonderle con le macchia bianche di origine traumatica che tanti cavalli hanno sotto la sella, sul naso, agli arti od in ogni parte del corpo sottoposta a sfregamenti, compressioni e traumi vari.
Se sono presenti macchie tondeggianti di tono più scuro o più chiaro rispetto al colore di base, si dice che il mantello è pomellato.
Se presenta pochi peli bianchi sparsi in modo non uniforme, si dice rabicanato.

Al mantello e al numero di balzane dei cavalli sono legati, presso tutti i popoli, proverbi e modi di dire più o meno realistici anche se già nella metà del milleseicento il Santapaulina, Cavallerizzo e Responsabile delle Scuderie del Granduca di Toscana, tacciava come vecchie e sciocche dicerie queste attribuzioni di qualità o difetti in base a mantello e segni caratteristici, fermo restando che “ i cavalli con grandi macchie bianche sono più linfatici degli altri, e maggiormente soggetti a malattie della pelle sulle estremità bianche…quindi si spiega perché abbiano avuto una cattiva stampa” (da Tesio, “Il purosangue animale da esperimento”, op. cit.). Ma il fatto che i balzani da tre siano considerato cavalli da Re, ancora oggi li fa preferire come monta per i porta-stendardi dei reparti di cavalleria; il sauro è considerato dagli arabi come il più probabile vincitore in resistenza sulle lunghe distanze, e i cavalli pezzati nel XIX secolo erano considerati poco eleganti e chiassosi, poco adatti alle vere signore.
Ma un proverbio sempre valido al proposito esiste: se il cavallo è buono e bello, non guardar razza o mantello.

Nota: Una parte dei deliziosi e cerebralmente tonificanti scritti di Tesio verte proprio sulle leggi che regolano l’ereditarietà dei mantelli e le sue teorie sulle balzane, teorie (come quella dell’occupazione, basata sulla teorica primitiva esistenza di una razza albina incrociata in seguito con un altra di tipo baio e sauro e che lascerebbe segno di sé appunto in balzane e pezzature) considerate di solito con sufficienza per via di certi aspetti piuttosto empirici.
Eppure queste teorie sono confermate da una piccola mandria di asini sulle colline reggiane: presso l’allevamento Ortalli, ci sono alcuni piccoli somarelli grigi dell’Amiata. Incrociatisi con i bianchi dell’Asinara (albini puri) pure presenti nella stessa tenuta, sono nati asinelli pezzati bianchi e grigi. Questi inediti somari paint sono la conferma vivente delle teorie di Tesio, il raffinatissimo ed intelligente creatore degli elegantissimi Nearco e Tenerani, e del mitico, imbattibile Ribot.

mercoledì 23 aprile 2008


P.S.I. – Abbreviazione per Puro Sangue Inglese, che “puro sangue” non è in realtà essendo in origine il prodotto di un meticciamento tra le famose Royal Mares (cavalle di origine mantovano-gonzaghesca regalate dal Duca di Mantova al re d’Inghilterra) e stalloni arabi o berberi là importati dalla metà del XIV secolo in poi. I prodotti di questo allevamento sono sempre stati selezionati, da allora, secondo un giudice molto severo, il palo d’arrivo delle corse al galoppo. I PSI, come gli arabi e anche i berberi dai quali derivano, sono considerati miglioratori delle altre razze, a da questi connubi in prima generazione si hanno dei prodotti “1/2 sangue” cioè per metà purosangue e per metà qualcos’altro. Ad esempio gli hunter irlandesi non sono una vera e propria razza ma ½ sangue figli di un purosangue e una cavalla da tiro irlandese, o nipoti di questi con varie percentuali dell’uno e altro sangue. Perché questi incroci? Per ottenere un prodotto meno rustico della madre e meno delicato del padre, più gentile di forme e sensibilità della prima, e più semplice da gestire del secondo. Normalmente l’elemento miglioratore è trasmesso da parte paterna (lo stallone) che potendo coprire un buon numero di fattrici all’anno svolge il suo compito (migliorare una certa linea di sangue) in tempi molto brevi. La parte più lenta e paziente, come al solito, è svolta dalle madri.
Per evitare di sbagliare parlando di corse: i cavalli del galoppo sono purosangue (sottinteso, inglesi) e sono montati dal fantino, o jockey; i cavalli trottatori sono mezzosangue, e chi sta seduto sul sulky guidando il cavallo è appunto il guidatore, o driver.

giovedì 3 aprile 2008

le Voloire


Storico Reggimento di artiglieria ippo-trainata dell’Esercito Italiano. Le artiglierie erano, fino alla metà del XVIII secolo, trainate dai buoi: lenti e possenti, potevano spostare i pesanti cannoni nelle campagne teatro di guerre e battaglie. Federico di Prussia, gran comandante ma Principe di uno stato piccolo e non ricchissimo, aveva meno cannoni di quelli che sarebbero serviti al suo desiderio di vittoria: risolse il problema rendendoli più veloci, staccando cioè i buoi e facendo trainare le artiglierie dai cavalli. In un colpo solo inventò l’artiglieria ippo-trainata, e rese necessario un nuovo tipo di cavallo, quella da tiro pesante rapido: una rivoluzione tattica e strategica per quello che riguardava la guerra, ed una nuova necessità da soddisfare per gli allevatori del tempo. Ancora una volta si sarebbe poi costruito, tramite selezioni ed incroci dalle razze già esistenti, un nuovo tipo di cavallo che doveva svolgere un nuovo tipo di lavoro. Gli uomini hanno fatto i cavalli, si può dire, a loro immagine e somiglianza. Cavalli eleganti per usi raffinati, cavalli robusti per lavori pesanti, cavalli piccolini per piccoli attacchi e per i bambini, cavalli velocissimi per le gare brevi, cavalli resistentissimi per i deserti terribili. I cavalli sono sempre stati vicino all’uomo, sono nati (almeno quelli non selvatici) per mano dell’uomo, e sono fatti per lavorare con lui. E tutto è bello e giusto, finchè l’uomo che li fa lavorare (in qualsiasi modo: maneggio, tiro, circo, spettacolo, sport) somiglia ancora ai cavalli che ha vicino. Cioè fino a quando è sensibile, capace di capire il suo compagno, disposto ad ascoltarlo. Quando l’uomo che sta vicino ad un cavallo non gli somiglia più, e si comporta come un uomo da “macchina”, che ha fretta, che pretende solo l’esecuzione meccanica di un ordine, e non è più capace di affrontare gli imprevisti insiti in ogni essere vivente, e vorrebbe possedere tutto quello che gli serve sotto forma di manuale di istruzioni come se avesse a che fare non con un animale ma con un qualunque apparecchio elettrico o meccanico, allora non è più un uomo degno o capace di stare vicino ad un animale come il cavallo. Che è così sensibile, così complesso, così affascinante e così splendido proprio perché è un essere vivente, sempre nuovo e sempre diverso e non una qualsiasi, banale, noiosissima e ripetitiva macchina.

giovedì 21 febbraio 2008

Glossario equestre: fruste, frustoni e frustini


Da "Argento e vecchi filetti":
Facciamo ordine: il frustino in realtà non esiste, quell’aggeggio variamente colorato che sta nella mano interna alla pista di un cavaliere in maneggio è la frusta. Purtroppo vengono ultimamente prodotte in colori assurdi e modelli assortiti derivati direttamente dalle corse al galoppo che però non dovrebbero essere il pane quotidiano della maggior parte di noi. Sarebbe interessante fare uno studio approfondito sul fatto inspiegabile che più sono colorati, più vengono usati a sproposito: deve esistere una connessione nascosta tra cattivo gusto dell’acquirente e cattivo gusto del cavaliere, probabilmente dettati entrambi dalla mancanza di sensibilità. La frusta usata per il dressage, o addestramento, è più lunga per permettere di toccare il cavallo anche sulla groppa senza staccare le mani dalle redini. Il frustone è la frusta lunga, con pioggia lunghissima che viene usata per lavorare il cavallo alla longia, in tondino o in maneggio e che somiglia a quelle usate per gli attacchi. E’ inutile stare ad elencare qui i vari altri tipi di fruste reperibili in selleria per le più svariate necessità ed occasioni, dalle cacce agli attacchi. Molto più importante, pregare chi monta a cavallo di non infilare mai nello stivale la frusta: appoggiatela da qualche parte, tenetela impugnata, passatela al fidanzato o alla moglie in trepida attesa, che si sentiranno così non solo utili ma anche partecipi. Comunque non rendetevi colpevoli di questa sciatteria, per carità.

lunedì 11 febbraio 2008

Glossario equestre: binomio


BINOMIO – Un cavallo più un cavaliere, insieme e ben affiatati sono un binomio. Un cavallo è un cavallo anche senza il cavaliere. Un cavaliere invece non è detto che lo sia solo perché monta un cavallo. E non tutti gli insiemi uomo-cavallo sono binomi; si raggiunge questo risultato quando entrambi si capiscono ed aiutano l’un l’altro per raggiungere uno stesso risultato, in armonia. Ci sono cavalieri che hanno una naturale facilità nel mettersi insieme ad ogni tipo di cavallo (uno per tutti, Tommaso Lequio), anche se mai montato in precedenza. Altri invece sembra siano gli unici in grado di far rendere un cavallo difficile o problematico, come se per magia le necessità più strane dell’uno si incastrassero perfettamente con i talenti meno comuni dell’altro (uno per tutti, Ferdinando Filipponi ed il suo grandissimo Nasello). Ma probabilmente uno dei lati più affascinanti dell’equitazione è che offre una varietà infinita di combinazioni cavallo-cavaliere, proprio perché sia gli uni che gli altri sono esseri unici, diversi l’uno dall’altro ed infinitamente ricchi di sfumature e particolarità. Per questo l’Equitazione (quella con la E maiuscola) è un’Arte, e non una fredda scienza esatta. Per questo forse, anche se non si può scrivere sui manuali veri di Equitazione perché è poco tecnico, un binomio cavallo/cavaliere sono due cuori che vogliono fare esattamente la stessa cosa, insieme.

mercoledì 6 febbraio 2008

Glossario: Aiuti!


AIUTI – Sono detti aiuti i mezzi che il cavaliere ha a disposizione per comunicare la propria volontà: lo aiutano, letteralmente, a farsi intendere dal cavallo. Gli aiuti sono le mani (attraverso le redini e l’imboccatura), le gambe, l’assetto, la voce, la frusta e gli speroni. Questi ultimi intensificano l’intensità dei primi, per sottolineare e rendere più percepibili i comandi (ad esempio, la frusta lunga arriva dove la gamba non può per spostare o contenere la groppa, come nel dressage o per chi cavalca all’amazzone). Il fatto che dimostra incontrovertibilmente la sua intelligenza è che il cavallo riesce, attraverso questi aiuti e con la sua sensibilità, ad interpretare la volontà del cavaliere. E’ invece molto meno semplice per il cavaliere alle prime armi capire cosa dice il cavallo, che pure continuamente comunica in tutti i modi a lui possibili. Qui entrano in campo intelligenza e sensibilità dell’uomo, che purtroppo non si possono dare per scontate. Ma l’essere ben coscienti che sempre i cavalli ci parlano e si esprimono, è già un buon punto di partenza.

Post più popolari

Powered By Blogger