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martedì 20 dicembre 2011

Due bionde per la Forestale


Da Cavallo Magazine nr269/2009. testo di Maria Cristina Magri
I pregiudizi sono duri a morire e quelli che riguardano le bionde sono particolarmente radicati, forse perchè l’invidia di chi è pigmentato in modo melanicamente più deciso fa fatica a rassegnarsi all’evidenza: una bella chioma dorata non pregiudica assolutamente altre qualità meno esteriori. Tant’è che il Corpo Forestale sceglie anche due sofisticate biondine per farsi rappresentare agli appuntamenti più importanti. E viene ripagato della fiducia con una serie di successi veramente notevoli: Giada e Gioia si sono fatte onore ovunque, facendo vedere sul campo quanto valgono due puledre che potevano sembrare solamente belle ed hanno invece dimostrato un ottimo carattere, capacità di lavoro e una grande affidabilità. Perché oramai lo avrete capito, le bionde di cui parliamo sono due splendide Haflinger di proprietà del Corpo Forestale dello Stato e più precisamente dell’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Pieve Santo Stefano, provincia di Arezzo. Sorelle da parte di padre (quel magnifico Ansgard 171/T che ha dato così tanto alla razza in termini di leggerezza ed eleganza) sono nate entrambe nel 2003. Portano con molto orgoglio l’affisso di Armena che contraddistingue i cavalli di razza Haflinger della Forestale nati qui, nel cuore della Riserva Naturale di Popolamento Animale di Formole.

La primavera deve ancora arrivare a questa altezza, siamo a 500 metri sul livello del mare. Le montagne attorno sono spruzzate di neve freschissima e l’Alpe di Catenaia sembra sia stata appena passata con lo zucchero a velo. L’aria è a dir poco frizzante e ci viene una gran voglia di farci scaldare dalle lampade ad infrarossi usate per asciugare i cavalli mentre aspettiamo che le due bionde vengano sellate: siamo nel centro ippico della Forestale di Formole, dai box si affacciano, curiosi, cavalli Maremmani e Haflinger. I soggetti in lavoro sono 28, non pochi per tre cavalieri soltanto: il sovrintendente Massimo Marrafini, l’artiere Loriano Pandolfi e l’assistente capo Filippo Fanfani. «Il cavallo alla Forestale serve per farsi vedere» ci dice il dottor Silvio Mencaccini, direttore dell’Ufficio Territoriale di Pieve Santo Stefano «il servizio più importante che svolgiamo in sella è quello della prevenzione dei reati. E l’Haflinger va anche dove non si arriva coi Maremmani: questa zona è caratterizzata da calanchi, dislivelli notevoli e zone di bosco fitto e basso, un cavallo di taglia modesta è molto avvantaggiato rispetto a quelli più imponenti».

Relativamente piccole (149 cm al garrese Giada, 150 per Gioia), fini e leggere nel modello come hanno da essere gli Haflinger del tipo moderno, le due cavalle conservano tutte le altre caratteristiche dei solidi montanari di origine sud-tirolese: facili da lavorare, volenterose ed estremamente affidabili. Le guardiamo mentre nel bel campo in sabbia del centro fanno sfoggio della loro verve: andature brillanti, il sangue che le scalda non si fa pregare per mettersi in mostra. Giada su un salto ci strappa un’esclamazione di ammirata sorpresa: l’ultima battuta era troppo vicina all’ostacolo e pur di non fare errore la cavalla salta di rimessa. Massimo non si lascia scomporre, ma non deve essere stato così facile evitare di finire per le terre. Oltre alla qualità delle cavalle abbiamo modo di apprezzare anche i due cavalieri: non soltanto per la bella posizione in sella ma soprattutto per la calma, la leggerezza delle loro azioni. Qui a Formole domano i puledri seguendo i metodi della monta naturale, «Un approccio etologico che ci permette di avere cavalli più docili e affidabili, più consapevoli in un certo senso» ci spiegano Loriano e Massimo.
Vediamo lavorare anche altri due gioielli dell’allevamento, i Maremmani Rinaldo e Quark di Formole: diversi come struttura e andature, più maestosi e compassati delle due Haflinger sono identici nell’atteggiamento rilassato e fiducioso. Quark è un castrone del 2004 che Massimo ci fa vedere montato prima con la Biteless Bridle del dott. Cook e poi completamente libero: obbediente e attento, è bello vederlo in un atteggiamento davvero naturale, l’incollatura portata avanti come se galoppasse scosso. Incredibile quanto la differenza sia notevole anche dopo aver tolto un’imboccatura così …poco imboccatura come la Biteless Bridle. Rinaldo invece è uno stallone di quattro anni di grande qualità, classificatosi 3° assoluto (e 1° come attitudine al salto) nel durissimo performance test 2008 dell’ANAM (Associazione Nazionale Allevatori del cavallo di razza Maremmana). Lo monta Loriano, addestratore e maniscalco nato in una famiglia di cavalcanti; ci racconta che «Rinaldo ha un carattere estremamente particolare, molto forte, è un capobranco e come tale sfida continuamente il proprio cavaliere. Ma sono proprio questi soggetti quelli che ti invogliano a lavorare, così finisce sempre che lasciamo troppo in scuderia quelli tranquilli e ci concentriamo sui più difficili. Con loro usiamo pazienza, pazienza e ancora pazienza, non è possibile volere tutto e subito. I puledri sono come adolescenti, cambiano carattere dai due anni e mezzo ai cinque. Procedere per gradi e senza scorciatoie ti garantisce di avere un cavallo stabile alla fine del lavoro, che non torna indietro e rimane fatto anche in mano ad un cavaliere meno esperto. In questo periodo poi riusciamo a vedere il mestiere che farà, quello che più si adatta alle sue qualità». Perché i cavalli nati qui lasciano il centro per essere destinati ai vari reparti a cavallo della Forestale. Diventeranno, a seconda dei casi, soggetti sportivi o per i servizi di rappresentanza, per il pattugliamento del territorio o da lavoro oppure fattrici e riproduttori. Quelli scartati, rigorosamente classificati “da vita” sui certificati per evitarne in ogni caso la macellazione possono essere acquistati dai civili tramite un’asta pubblica.
Il lavoro è finito e ci spostiamo ancora più in alto al centro aziendale di Armena per andare a conoscere le fattrici e i puledri non ancora domati. I cavalli sono allevati allo stato semibrado, solamente le cavalle in procinto di partorire vengono ricoverate in grandi capannoni dai quali possono comunque uscire a piacimento in un recinto a loro riservato. I puledri sono suddivisi per età e sesso e nello stesso branco ci sono sia Maremmani che Haflinger; le fattrici invece sono divise, baie toscane da una parte e bionde altoatesine dall’altra. Notiamo una radicale differenza di atteggiamento nei due gruppi che pure nella identica situazione (al loro interno c’è un puledro nato da pochissime ore) si comportano in modo molto diverso: le Maremmane fanno cerchio attorno al puledro e alla sua mamma, disposte fianco a fianco con il chiaro intento di proteggerli dagli intrusi. Le Haflinger invece non mostrano diffidenze di nessun genere, si occupano tranquille del loro fieno e nemmeno la madre si preoccupa quando ci avviciniamo a Perla, la prima Haflinger di Armena nata quest’anno. «Sono cavalli dall’indole completamente diversa» dice il dott. Silvio Mencaccini, Direttore dell'Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Pieve S.Stefano «e lo si nota anche quando li liberiamo nei pascoli: si formano due gruppi, gli Haflinger stanno con gli Haflinger e lo stesso i Maremmani. Ma quando sono rinchiusi nei recinti più piccoli, come adesso, si può stare sicuri che il capobranco sarà un Haflinger. Maturano prima dei Maremmani, rispetto a loro sono estremamente precoci e più collaborativi. D’altra parte il Maremmano ha avuto una selezione completamente diversa sia per apporti di sangue che per ambiente naturale: solo i più forti sopravvivono all’allevamento brado in Maremma, basti pensare all’alluvione dell’Ombrone che li decimò negli anni ’40. Solo i più rustici si salvarono».

Oramai il sole è alto e ci scalda a dovere mentre passeggiamo tra i recinti; ci fermiamo in un angolo riparato dal vento per le ultime chiacchiere che quando si sta in mezzo a gente con la stessa passione sembrano non finire mai. Chiediamo a Loriano e Massimo delle loro cavalle: se le scambiano tra loro? «Mai, ad ognuno la sua» esclama deciso Loriano «siamo troppo gelosi. Le abbiamo viste nascere: Gioia si capiva subito che sarebbe stata una cavalla speciale. Lei mi da tutto, non ha paura di niente e galoppa decisa contro qualsiasi cosa quando glielo chiedi». E Giada, chiediamo a Massimo? «Lei è esplosa a 30 mesi ed è una vera Miss: ha vinto il Best in Show a Fieracavalli 2005 ed è nervosa, emotiva, estremamente sensibile. Ma se la tratti con altrettanta sensibilità fa tutto quello che vuoi, e questa è vera soddisfazione per me». Giada e Gioia sono già diventate mamme, anche se per interposta cavalla: grazie alla collaborazione con la facoltà di Veterinaria di Pisa proprio qui a Formole si è messa a punto una particolare tecnica di embrio-transfert e una parte del centro è dedicata a questa attività. In questo modo Gioia e Giada hanno potuto trasmettere il loro patrimonio genetico senza smettere di lavorare, ché oramai sono quasi PR di professione: subito dopo il successo di Verona 2005 sono andate al Salone del Cavallo di Parigi per rappresentare gli Haflinger italiani. «Erano due puledre allora, solamente due anni e mezzo» spiega Massimo «e ci avevano chiesto di presentarle montate. Era una scommessa, ma è bastato guardarci un attimo negli occhi con Loriano per decidere e dare la nostra disponibilità. Ci sarei andato anche pagando a Parigi, le due cavalle sono state magnifiche perché abbiamo avuto pochissimo tempo per metter loro la sella eppure si sono comportate veramente in modo esemplare». Belle, bionde e brave quindi: sarà un caso, dottor Mencaccini? «Credo proprio di no: seguiamo attentamente il programma di monta che ci indica l’ANACHRAI, l’Associazione Nazionale Allevatori Cavalli di Razza Haflinger Italia e i risultati sono molto buoni. Negli ultimi anni l’ANACHRAI ha indirizzato la selezione ad un preciso piano di miglioramento di tutti i caratteri da cui dipende la buona cavalcabilità dei soggetti, e ha funzionato. Ovviamente i soggetti più belli morfologicamente (incollature più lunghe, spalle meglio conformate e arti corretti) sono anche quelli con le andature migliori, quindi più adatti a diventare una monta piacevole. Inoltre abbiamo aderito al loro progetto di salvataggio di alcune linee genetiche rare all’interno della razza, un fine che si sposa bene con la nostra vocazione alla Biodiversità». Si è fatto tardi, dobbiamo partire e ci tocca lasciare i nostri amici forestali troncando un poco i discorsi a metà; avremmo tante cose da chiedere e viene voglia di conoscere meglio questi boschi, il paesaggio attorno ci invita a percorrerlo ma dobbiamo proprio rimandare. Chissà, magari la prossima volta riusciremo ad avere uno dei biondi di Armenia tutto per noi, almeno per un giorno? Incrociate le dita, noi cominciamo a organizzarci.

mercoledì 10 agosto 2011

Cavallo magazine- Un Tiro maneggevole, Pesante e Rapido.

Testo e fotografie di Maria Cristina Magri

Se avete voglia di fare il pieno di fiducia nel futuro dovete passare da Padova verso gli inizi di maggio, quando nel parco dell'Istituto Professionale per l'Agricoltura S.Benedetto da Norcia arriva la primavera e si tengono le Giornate del Cavallo Agricolo Italiano da tiro pesante rapido.
Da una decina d'anni l'Istituto Agrario Duca degli Abruzzi, in sinergia col S.Benedetto da Norcia, organizza questo meeting dedicato agli studenti delle scuole superiori di agraria che si affrontano in una gara di giudizio dei soggetti CAITPR: sotto gli occhi vigili degli esperti di Libro Genealogico, Aldo Bolla e Fulvio Rossignoli, i ragazzi di dodici scuole provenienti da tutta Italia il 7 di maggio si sono sfidati in un torneo di morfologia vinto da chi ha meglio saputo individuare pregi e difetti dei vari cavalli sottoposti al loro esame. Sugli scudi l'Istituto Parolini di Bassano del Grappa, ma tutte le compagini hanno dimostrato sul campo di essersi davvero preparate a dare il meglio nell'arte difficile e sofisticata del saper valutare un soggetto secondo i canoni della propria razza: e se tanti ragazzi così giovani riescono ad appassionarsi con sincera partecipazione ad un cavallo che è, per certi versi, un reperto storico vivente noi siamo dell'idea che non tutto è perduto. Prova ne sia che una buona parte di loro una volta usciti dalla scuola continua a girare attorno ai TPR facendo crescere non solo di numero, ma anche di qualità il parterre degli appassionati della razza.
Ed è proprio grazie a loro che da due anni il giorno successivo alla prova morfologica si organizza anche il Trofeo di maneggevolezza di attacchi: tutto dedicato ai TPR e ai loro ragazzi, quelli cresciuti sotto la guida del prof. Lorenzo Crise. Due le prove in programma: la prova di addestramento con una ripresa in piano e il Derby a coni e due ostacoli fissi, giudicate dal sig. Roland Morat. Chi avrebbe detto, solo una quindicina di anni fa, che sarebbe stato possibile organizzare una gara di attacchi tutta dedicata a loro, i giganti dal trotto magnifico, dove per di più i guidatori erano tutti giovani e giovanissimi? Nessuno: eppure a Padova ci sono riusciti grazie all'impegno missionario di un Prof. coraggioso, di una scuola dove sono capaci di guardare avanti e investire nel futuro, di una associazione allevatori che supporta in ogni modo la crescita dei tecnici e degli allevatori di domani.
Così domenica 8 maggio abbiamo potuto sederci a bordo campo e lasciare che un sorriso ci salisse su da dentro e ci invadesse il cuore guardando i ragazzi che si davano da fare attorno ai loro cavalli: perché non c'è niente di più bello che vedere qualcuno di giovane che si occupa di qualcosa di antico, con amore e impegno.  

domenica 31 luglio 2011

Cavallo Magazine: Veterinari d'Italia

Testo di Maria Cristina Magri, foto di Paolo Biroldi

Il 1861 fu il punto di arrivo del nostro Risorgimento: un lungo cammino partito dal Congresso di Vienna del 1815 che provocò la reazione patriottica di chi non voleva tornare a farsi comandare dagli stranieri e che si concluse con la riunione nel Regno d'Italia dei piccoli e deboli staterelli preunitari. Ma quell'anno memorabile non è stato solo la conclusione di un ciclo, quanto l'inizio di realtà fino ad allora inesistenti ma che erano indispensabili alla vita del nuovo Stato: tra queste anche il Corpo Veterinario Militare, istituito il 27 giugno 1861.
Così indispensabile da nascere pochissimi giorni dopo lo stesso Regno in tempi in cui il cavallo era quasi l'unico motore del mondo, è arrivato sino ad oggi adeguandosi in tempo reale alle esigenze dell'Esercito: riordinato come Servizio Veterinario Militare dell'Esercito nel 1940, vede assottigliare drasticamente i suoi ranghi diminuendo l'importanza di cavalli e muli come arma bellica e mezzo di trasporto, ma rimane indispensabile per il Corpo Sanitario dell'Esercito tanto che nel 1969 riceve la Bandiera di Guerra. E con un poco di anticipo sui tempi il 23 giugno 2011 il Servizio Veterinario dell'Esercito ha festeggiato il suo 150° compleanno al Centro Militare Veterinario di Grosseto, che ora custodisce il cuore della sua lunga storia.
Sono qui la storica Scuola di Mascalcia, il Gruppo Cinofilo dell'Esercito e ovviamente il Reparto Ippico: oggi il Ce.Mi.Vet. di Grosseto è più vivo che mai, e ha festeggiato alla grande un anniversario così speciale.
Autorità militari, civili e religiose ma anche tanto, tanto pubblico affollavano la caserma Villy Pasquali, sede del Ce.Mi.Vet.: l'arrivo del Generale di Corpo d'Armata Giuseppe Valotto, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, accompagnato dal Comandante Logistico dell'Esercito Generale di Corpo D'Armata Rocco Panunzi e dal Capo Dipartimento di Veterinaria Brig. Generale Giuseppe Vilardo, ha dato inizio alla cerimonia che è riuscita davvero a raccontare passato e presente del Servizio Veterinario. Mentre la Banda della Brigata Folgore ha fornito la sua musica per l'evento, i cavalli del Reggimento Lancieri di Montebello di Roma hanno regalato agli spettatori l'emozione di un Carosello di Lance, facendo rivivere i tempi in cui si caricava all'arma bianca e le destrezze di maneggio (intese come movimenti di insieme secondo i dettami di Caprilli, e non come arie da cavallerizza) erano una palestra in vista dell'utilizzo sul campo.
Il Gruppo Cinofilo ha invece riassunto la vita operativa di un cane anti-mine, da quando è cucciolo qui nell'allevamento di Grosseto a quando viene affidato al suo conduttore, che lo accompagnerà per tutto il periodo attivo sino al momento del suo congedo: e si sono visti parecchi occhi lucidi, quando è stato ufficialmente ratificato l'affido di uno di questi meravigliosi cani a fine servizio ai figli di quello che è stato il suo compagno di lavoro per tanti anni.
Questi bambini potranno godersi un amico speciale che ha tutti diritti ad una vecchiaia serena, e al conduttore è stato consegnato un nuovo cucciolo che imparerà a sostituire il collega di prima, in un compito che è diventato di fondamentale importanza per la sicurezza di militari e civili sui teatri di guerra. Ovviamente è stato dedicato un ampio spazio anche ai cavalli nati ed allevati qui e che ora sono in forze al Centro Militare di Equitazione di Montelibretti: il Maggiore Guarducci ed il Capitano Mezzaroba hanno dato un assaggio delle loro possibilità nelle discipline del salto ostacoli e del completo, quelle più tradizionalmente legate all'equitazione militare compiendo alcuni movimenti in piano e sul salto.
Una bella giornata per tutti quindi, e in modo particolare per il comandante del Ce.Mi.Vet., il colonnello Marco Reitano.
Compleanno del Servizio Veterinario, festa per tutto il Ce.Mi.Vet. Se ci fosse la torta con 150 candeline quale desiderio esprimerebbe, spegnendole?
Sicuramente l'augurio che il Cemivet si mantenga, nonostante l'età, così «giovanile» ed al passo con i tempi continuando ad integrare storia e rispetto delle tradizioni con modernità ed efficacia nei diversi settori. Che continui ad essere espressione di nicchie specialistiche di settore, conferendo al Servizio Veterinario quel primato - che ritengo dovuto - nell'ambito di tutte le attività che comportano l'impiego degli animali. Tutto ciò nella sintesi significa anche riconoscere a tutto il personale del Ce.Mi.Vet. quell'entusiasmo, quello spirito di appartenenza e quella professionalità che sono poi il motivo per cui tutto ciò si realizza ed esiste.
Oggi si chiama Servizio Veterinario, ma storicamente era il Corpo Veterinario Militare: quale è la differenza nella pratica?
Significa che gli Ufficiali Veterinari fanno oggi parte del Corpo di Sanità dell'Esercito e che quindi hanno perso la propria peculiarità amministrativa, oltre alla propria pluridecorata bandiera di guerra. Come è ovvio questo è stato un duro colpo allo spirito di appartenenza che, come si può immaginare, ha un valore non trascurabile seppur sotto il profilo immateriale, nella motivazione di un Corpo. Con i colleghi Medici esistono eccellenti rapporti, ma si tratta di due professioni ben distinte, con un iter formativo differente e con profili di carriera non confrontabili. In sintesi le esigenze di ridimensionamento e di accorpamento sono state dominanti rispetto al rispetto delle identità e forse anche delle pari opportunità.
Guardando al futuro, dove la capacità di interagire col mondo civile potrà garantire la ragione d'essere di una struttura così complessa: cosa vede per la Scuola di Mascalcia e il Ce.Mi.Vet.?
Il Ce.Mi.Vet. è una bellissima realtà polispecialistica, unica nel suo genere per le Forze Armate. Da sempre l'inevitabile, profonda integrazione esistente tra Ufficiali Veterinari e Facoltà Universitarie ha indotto una naturale tendenza all'apertura degli Enti Veterinari verso il mondo civile. Basti pensare al Campus Universitario di studio che da 30 anni vede la presenza di circa 50 studenti del 5° anno di tutte le facoltà di veterinaria d'Italia trascorrere 15 giorni presso il Ce.Mi.Vet. per svolgere una pratica professionale indirizzata alla cura del cavallo sotto la guida degli Ufficiali Veterinari. Tali occasioni formative ed applicative stanno naturalmente aumentando con le crescenti richieste di ulteriori frequenze di studenti per lo svolgimento di stages nei campi della podologia e mascalcia, dell'ammansimento ed addestramento dei puledri.
E' bello e naturale vedere che una risorsa della Pubblica Amministrazione possa essere condivisa dai giovani, offrendo di fatto agli stessi una maggior opportunità per l'inserimento nel mondo del lavoro. La scuola di mascalcia ne è ulteriore esempio oggettivo; da anni svolge corsi per maniscalchi civili della durata di 10 mesi che prevedono il rilascio di un diploma dal grande valore materiale, espressione di una professionalità acquisita e formale essendo rilasciato dall'unica Scuola di Mascalcia formalmente riconosciuta in Italia.
In sintesi l'integrazione del Ce.Mi.Vet. con il mondo civile accademico è già una realtà, che non può essere che incentivata e perfezionata inserendo altre attività applicative nei settori in cui i nostri tecnici godono di una preparazione di spicco. Non ultimo il settore equestre per il quale l'integrazione con il Centro Militare di Equitazione di Montelibretti ci permette anche un costante, ulteriore apporto di expertise; proprio questa settima dall'8 al 10 luglio è in programma lo svolgimento del 1° Campus/Stage di completo di equitazione con tutti i partecipanti sotto tenda e con cavallo al seguito.
Che dire di più? Cento di questi giorni, caro Ce.Mi.Vet.!

Il Gruppo Cinofilo dell'Esercito
Il Generale Panunzi, Comandante Logistico, ha consegnato al Gruppo Cinofilo un Encomio Solenne «per aver contribuito in maniera determinante ad implementare le condizioni di sicurezza del personale impiegato in aree ad altissimo rischio»: sono Pastori Tedeschi, Belga Malinois e Pastori Olandesi allevati e addestrati qui a Grosseto, ed anche acquistati cuccioli dal libero commercio, per il lavoro di individuazione dei materiali esplosivi. Mettono naso e fedeltà a disposizione dei loro uomini, condividendo pericoli e tensioni non facilmente immaginabili: non sono cavalli, ma crediamo si meritino ugualmente un riconoscimento speciale anche su queste pagine.

Centro Militare di Allevamento e Rifornimento Quadrupedi
Costituito nel 1865 come Deposito Allevamento Cavalli per rifornire i reparti di Cavalleria del Regio Esercito, vista la spiccata vocazione alla produzione di ottimi soggetti per la sella del territorio maremmano. Da allora ha cambiato più volte indirizzo operativo e denominazione, ma è sempre rimasto la vera casa dei cavalli con le stellette: ha perso i muli, da anni non più utilizzati dai reparti alpini per i servizi logistici ma ha acquistato gli ultimi soggetti che hanno diritto di far risalire le loro origini alla Razza Governativa di Persano provenienti proprio dal 1972 dalla Sezione distaccata di Persano.. Dal 2010 ha raddoppiato il suo parco fattrici portandole a 60 esemplari, così da poter fornire ogni anno 30/35 soggetti per le attività dei 14 Centri Ippici Militari della F.A.. Da anni al Ce.Mi.Vet si persegue un programma di ammansimento e lavoro dei cavalli secondo i canoni dell'addestramento naturale. Progetto portato avanti con convinzione dal maggiore Bacco, fornisce soggetti equilibrati, volenterosi e disponibili che vengono poi indirizzati ai diversi impieghi a seconda delle loro caratteristiche: i più qualitativi sono riservati al Centro Sportivo di Montelibretti.

La Scuola di Mascalcia
L'unica in Italia a formare maniscalchi militari e civili (una quindicina ogni anno) riconosciuti da regolare diploma. Il tutto sotto lo sguardo attento e le cure del Maresciallo Prisco Martucci, Primo Istruttore: abbiamo personalmente sentito il suo Comandante dichiarare pubblicamente che si merita un monumento e questo basta a dare un'idea della fondamentale importanza di questo personaggio, capace di rilevare la non facile eredità del mitico Maresciallo Blasio e continuare a tenere alta la qualità della Scuola.

martedì 12 luglio 2011

Mettiamoci una pezza: i Quarab.

Pubblicato su Cavallo Magazine ottobre 2010, testo di Maria Cristina Magri

Montese è un piccolo comune dell'Appennino tosco-emiliano: appoggiato al Monte Belvedere, se ne sta tranquillo tra i boschi di castagni e in questa giornata d'estate sonnecchia volentieri al sole, che l'autunno arriva in fretta ed è meglio approfittare dei caldi raggi di luglio. Ma c'è anche chi approfitta del bel tempo per farsi una rallegrata sui prati color smeraldo e scoprire cose nuove: sono i puledri Quarab di Cristiano Fiesoli, che proprio qui assieme a Luigi Ranucci e Marco Capelli ha dato vita ad uno dei nuclei più consistenti della razza in Italia. Il colpo d'occhio è di quelli che catturano, sul verde impeccabile del pascolo spiccano le forme eleganti di alcune cavalle arabe. I loro puledri le seguono da presso, ogni tanto si lanciano in una galoppata schioppettante di allegria per poi fermarsi, di perfetto accordo, a guardare da vicino gli strani tipi entrati nel loro paddock.

Mettiamoci una pezza
Non tralasciano nulla: una annusata al fotografo, un assaggio al teleobiettivo, un amichevole sbruffo sul blocco degli appunti di quella pigrona seduta sull'erba. Curiosi, delicati, hanno voglia di correre ma sono legati a noi dalla loro stessa curiosità e così accattivanti con quel mantello pezzato che li rende speciali, diversi da tutti gli altri. Ma perché proprio i Quarab? “Perchè volevamo un buon cavallo da lavoro, capace di ritagliarsi uno spazio sul mercato” ci spiega Marco Capelli “e il Quarab ha tutti i numeri per farlo: più strutturato dell'Arabo, più resistente del Quarter è equilibrato, potente, con una bella riserva di energia. E abbiamo preferito il mantello paint semplicemente perché è bello, un valore aggiunto per un soggetto capace di stupire anche i cavalieri più esigenti. E noi crediamo in questo cavallo: in Italia è ancora poco conosciuto, ma ha tutte le qualità ideali per chi vuole un cavallo disponibile, generoso e semplice da gestire”. Il ritratto del cavallo perfetto, quindi: dipinto proprio come un Quarab.

Una combinazione vincente
La storia dei Quarab comincia negli States da due puledri, Indy Sue e Indy Mac, nati negli anni '50 dallo stallone Puro Sangue Arabo Indraff e Cotton Girl, fattrice Quarter Horse. Registrati come Quarter, diventarono entrambi due campioni: Indy Mac era un fenomeno nelle categorie Hunter mentre Indy Girl si dimostrò una vera “all around”, capace di vincere in ogni disciplina ove si cimentasse: Western Pleasure, Reining, Hunter Under Saddle, Cutting – non c'era nulla che non sapesse fare, tanto da meritarsi un posto nel prestigioso “Performance Register of Merit” nel 1960. Ovvio che si cercasse di replicare la ricetta che aveva dato prodotti così eccezionali: l'incrocio PSA x Quarter Horse divenne sempre più comune in USA e nel 1989 venne fondato il loro primo registro ufficiale cui si aggiunse, nel 1991, l'appendice dedicata ai derivati dal Paint. Lo Stud-Book del Quarab viene istituito nel 1999 in Michigan, nel 2006 è nata l'Associazione Italiana Cavallo Quarab che conta a tutt'oggi una cinquantina di soggetti iscritti. Le uniche linee di sangue accettate sono le razze americane (Quarter e Paint quindi, non l'Appaloosa che fa storia a sé) incrociate con l'Arabo.

Concentrato di virtù
L'intelligenza del Purosangue Arabo è proverbiale, il Quarter Horse porta in dote un equilibrio psichico a tutta prova: i loro prodotti possono somigliare morfologicamente all'uno piuttosto che all'altro genitore ma su una cosa non si discute – sono cavalli con una gran testa. Intelligenti come l'Arabo, calmi come il Quarter, sono facili da addestrare e amano stare con le persone. Morfologicamente molto variabili, i Quarab si possono suddividere in tre modelli differenti: il Foundation Type (standard ideale di razza, evidenti influssi di entrambe le linee di sangue principali), lo Stock Type (il tipico cavallo da lavoro, molto somigliante al Quarter) e il Pleasure Type (decisamente elegante, più simile al PSA).

Per saperne di più:


martedì 21 giugno 2011

Ferri, fiamme e maniscalchi.


Testo di Maria Cristina Magri, foto di Carlo Valentini.

Se i ferri di cavallo portano fortuna qui a Grosseto possono dormire sonni tranquilli: esposizioni didattiche con modelli di ogni genere decorano intere pareti, esemplari antichi ritrovati su qualche campo di battaglia stanno a fianco di altri forgiati per usi talmente particolari da risultare incomprensibili ai comuni mortali, attrezzi ed utensili dedicati alla mascalcia che non sono cambiati quasi nulla nell’ultimo paio di secoli ché lo scopo era ormai raggiunto: proteggere l’unghia del cavallo dall’usura eccessiva derivante dal lavoro montato o attaccato che fosse. 
Per il cavallo militare una ottima ferratura era di fondamentale importanza: soldati e armi si spostavano grazie a loro, e si doveva garantire la massima mobilità possibile ai reparti nonostante le strade somigliassero più una collezione di buche e sassi che al soffice terreno di una cavallerizza. Chi si occupava di questo esercito di zoccoli, che in Italia nel 1915 aveva raggiunto (muli compresi) una forza di 320.000 unità? ovviamente i maniscalchi: formati ad hoc dalla Scuola di Mascalcia Militare di Pinerolo erano di capitale importanza sino all’avvento dei mezzi motorizzati. Ogni squadrone in tempo di pace aveva in organico un maniscalco ed un allievo maniscalco, che durante le marce portava assicurate alla propria sella la borsa da maniscalco e una tasca con quattro ferri di emergenza: snodati a cerniera, si adattavano a ogni misura di piede ed erano applicabili sul posto in attesa dell’intervento più accurato, garantito ad ogni tappa grazie al carro fucina. 
La grande tradizione della Scuola di Mascalcia Militare continua ancora oggi, anche se dal 1996 si è spostata da Pinerolo a Grosseto. Responsabile dei corsi è il luogotenente Prisco Martucci, sotto la sua guida si formano i maniscalchi militari e civili diplomati qui a Grosseto: dieci mesi di corso, 198 giornate di lavoro, ippologia e podologia, mascalcia sia teorica che pratica. Nonostante tutti i mesi passati a studiare per i maniscalchi neo-diplomati l’avventura è appena cominciata: dovranno farsi spazio sul mercato del lavoro con tanta esperienza sul campo, rubando il più possibile da colleghi più anziani ai quali si affiancheranno spesso come aiuti, realizzando così la classica coppia della ferratura detta all’italiana – l’apprendista tiene il piede del cavallo da ferrare, il maniscalco più esperto svolge il lavoro di ferratura vero e proprio, magari a caldo. Intanto qui a Grosseto i martelli cantano ancora sull’incudine, parlano tra di loro e chissà se si raccontano qualcosa riguardo alla moda del barefoot, il piede scalzo, che come tante altre viene adottata alla cieca senza domandarsi se è davvero una cosa che fa per noi o, meglio ancora, per il nostro cavallo. 
Ma in fondo per i cavalieri vale la stessa legge dei maniscalchi: l’esperienza insegna tanto, e gli errori ancora di più.

martedì 19 aprile 2011

I Carabinieri di Villa Reale.

In questo numero ci sono anche loro, i Carabinieri a cavallo di Villa Reale....buona lettura!

testo di Maria Cristina Magri, foto di Gino Perin
Arrivi al parco di Monza e ti sembra che qualcuno abbia spinto lontano, fin sui bordi di questo pezzo dolce e ondulato di Brianza tutto il traffico, il cemento e la confusione della città: siamo nel cuore del parco cintato da mura più grande d'Europa, è una mattina frizzante di quasi inverno e i prati sono ancora coperti dalla brina. Il profilo di Villa Reale chiude l'orizzonte ma non siamo venuti per ammirare il panorama: siamo qui per i carabinieri che pattugliano ogni giorno questi 732 ettari di verde pubblico e che costituiscono il più piccolo Nucleo di Carabinieri a cavallo di tutto il territorio nazionale.
Il Posto Fisso di Villa Reale è ospitato all'interno di Cascina Cernuschi, costruita nel 1874: ci accoglie il capitano Luigi D'Ambrosio, comandante della Compagnia di Monza dalla quale dipende direttamente il Nucleo di Villa Reale. Sarà lui a scortarci in questa visita, mentre i suoi uomini preparano i cavalli ci fermiamo per le prime chiacchiere in una delle sale della cascina. E' una bella sala di rappresentanza ma alle pareti sono anche esposti, in ordine perfetto, selle e finimenti di gala del reparto; il profumo del cuoio ben curato ci fa sentire quasi a casa e approfittiamo di questo momento di calma per fare qualche domanda. 
 «La particolarità di questo Posto Fisso» ci spiega il capitano D'Ambrosio «è di essere l'unico in Italia non inserito all'interno di un Nucleo Radio-Mobile come sezione montata. Per il pattugliamento di questo particolare territorio il cavallo è ovviamente molto più adatto di qualsiasi altro mezzo; il parco è attraversato da una sola strada, accessibile anche ai non residenti in precise fasce orarie e non sarebbe possibile percorrerlo per intero altrimenti». Qual'è il compito delle pattuglie? «Garantire la pubblica sicurezza: all'interno di questa area molto vasta ci sono anche un autodromo, un maneggio, un golf-club e il grande numero di visitatori che lo affolla, specialmente durante le belle giornate e i fine settimana rende indispensabili i consueti servizi d'istituto. Ci occupiamo del servizio antidroga, delle denunce di molestatori, della ricerca di persone scomparse: poco tempo fa abbiamo partecipato ad una operazione che ha disarticolato una banda composta da una trentina di spacciatori extra-comunitari – all'esterno del parco i colleghi con le automobili, all'interno le pattuglie a cavallo li hanno inseguiti e bloccati».
Ma a questo punto è ora di farci presentare i destrieri con le stellette: ci stanno aspettando sul retro della cascina, dove si trova la scuderia coi loro box. Sono cinque, due grigi e tre sauri - composti, seri, impeccabili e pronti per l'ispezione più severa, come da tradizione dell'Arma: e con loro i carabinieri che li montano in servizio, agli ordini del maresciallo Stefano Lazzerini che è comandante del Posto Fisso a Cavallo. Non c'è niente come una mattinata d'inverno per rallegrare i cavalli e vederli scalpitare alla prospettiva di una bella trottata, ma i carabinieri non si smentiscono nemmeno questa volta: fermi in arcione e col guanto di velluto contengono senza darlo a vedere il fuoco di scuderia che si ritrovano sotto la sella. Li seguiamo per una bella passeggiata verso Villa Reale, continuando a chiacchierare col capitano D'Ambrosio: «I nostri carabinieri a cavallo sono impiegati anche per garantire la sicurezza in occasione di alcune visite di Stato (ad esempio per il Primo Ministro russo Putin, quando nell'aprile scorso è stato ospite del nostro Presidente del Consiglio a Villa Gernetto) e svolgono servizi di rappresentanza all'interno del Comando Legione Carabinieri Lombardia». Come si diventa carabinieri a cavallo? «Periodicamente vengono indette delle interpellanze per sopperire alla necessità dei reparti montati e gli aspiranti vengono individuati in due modi: o si è già abilitati come cavalieri civili quando si entra nell'Arma (l'arruolamento avviene sempre e solo tramite bando di concorso) e si viene poi esaminati da una apposita commissione, oppure si viene avviati alla specializzazione una volta arruolati, dopo un test attitudinale. Se si ha questo sogno, ci sono ottime probabilità di riuscita». Lasciamo perdere i sogni (chi scrive per voi ne aveva uno ricorrente nell'infanzia: partecipava ad un carosello dei carabinieri a cavallo in sella a un grigio, una meraviglia...peccato che anche nel sogno al posto della divisa vestisse un pigiama a righe blu e azzurre) e torniamo ai cavalli in carne e ossa, oramai rientrati da questa uscita al gran completo. Di solito sono due le pattuglie che si alternano nella giornata per coprire tutto l'orario di apertura al pubblico del Parco. «Ognuna è composta da due binomi» ci spiega il maresciallo Lazzerini «e i cavalli vengono scelti per risultare ammantellati (quindi entrambi grigi o sauri, nel nostro caso) e con una altezza al garrese che permetta di formare una pattuglia omogenea: la fiamma dei berretti dei carabinieri deve risultare più o meno allo stesso livello». Dove prendete i vostri cavalli? «Arrivano tutti già addestrati direttamente dal IV Reggimento a Cavallo di Roma, che ha sede a Tor di Quinto: noi li abbiniamo ad uno dei nostri uomini per formare il miglior binomio possibile. 
La particolarità dei carabinieri a cavallo è che ognuno di noi si occupa del proprio dalla A alla Z: non esiste personale di scuderia, il carabiniere governa il proprio cavallo tutti i giorni. Le prime due ore di ogni turno sono dedicate alla lettiera, alla pulizia e al movimento da terra: poi si sella e si fa pattuglia per tre ore in inverno e quattro d'estate». Sarà anche per questo che il legame tra questi cavalieri e i loro cavalli è così evidente, e che quello che rimettono nel box non è semplicemente un utile animale ma il loro compagno di tutti i giorni. «Perché quello che fa i nostri cavalli cavalli così bravi» ci dice l'appuntato Roberto Inzani «non è solo scuola, ma sopratutto lavoro. Siamo sempre fuori, in mezzo alle macchine, alla gente e ai rumori; conosciamo il loro carattere, le loro reazioni e questo è molto importante ai fini del servizio». Il tempo è volato, è ormai ora di lasciare Cascina Cernuschi e i carabinieri a cavallo. L'ultima domanda che facciamo al capitano D'Ambrosio è la meno equestre di tutte, ma ci scappa ugualmente: c'è qualcosa che voi carabinieri vorreste chiedere, o far sapere?«Che per noi è importante la collaborazione dei cittadini, che non si stanchino mai di segnalarci pericoli, reati, violazioni: basta chiamare il 112».
Aiutiamoli ad aiutarci, quindi: e non soltanto all'interno del bellissimo Parco di Monza.

A cavallo nel parco
L'ingresso è aperto a tutti i cavalieri, basta lasciare il trailer al parcheggio di una delle tre entrate e rispettare il regolamento che al punto 29 recita:
«...per poter svolgere attività ippiche quali ad esempio passeggiate a cavallo, percorsi di campagna, ecc. nel Parco di Monza è necessario essere muniti di permesso personale che verrà rilasciato dall'Amministrazione del Parco dietro richiesta degli interessati e che dovrà essere esibito a richiesta degli agenti di sorveglianza. Tale permesso indicherà anche i percorsi stabiliti e le norme che regolano l'attività ippica...non è consentito lasciare cavalli incustoditi e/o al pascolo all'interno del Parco».
In più il solito buon senso che deve sempre accompagnare ogni cavaliere: non causare disagi o pericoli alle altre persone, rispettare l'ambiente e il proprio cavallo. All'interno dei Giardini Reali, ulteriormente delimitati, il transito è invece consentito solo ai pedoni e alle pattuglie montate dei carabinieri.

Il benessere dei cavalli: a volte basta davvero poco.
Usi obbedir tacendo (...e tacendo morir, per completezza, da un poema di Costantino Nigra ) era il motto dei carabinieri sino al 1933, poi sostituito per concessione di Vittorio Emanuele III con il meno funereo “Nei secoli fedele”. Ma proprio perché fedeli i carabinieri continuano a non parlare, e chiedono ancora meno: eppure a noi sembra che con un semplicissimo tondino dovrebbero lavorare in condizioni meno pericolose, per sé e per i cavalli. A Cascina Cernuschi infatti manca proprio il più banale degli elementi necessari alla vita di un cavallo in lavoro e, anche in questa giornata d'inverno, i carabinieri di Villa Reale sono costretti muovere i cavalli alla corda sul terreno sassoso di un prato gelato qualunque. Chissà, magari quest'anno  nell'uovo di Pasqua troveranno un pò di sabbia e qualche palo di castagno, a Cascina Cernuschi? I cavalli ne sarebbero sicuramente felici.

Carabina: quattro generazioni di fedeltà.
Trombetta, una cagnolina trovatella, è stata la prima mascotte ufficiale della Fanfara del IV Reggimento a cavallo di Roma ed è la bisnonna di Carabina, che svolge le stesse funzioni al Posto a Cavallo di Cascina Cernusco. Figlia di Panzer (da Tamburino e Briciola) e Clara, Carabina indossa con molta serietà la sua gualdrappa gallonata ma, forse a causa dei rigori invernali, preferisce starsene accucciata al caldo che seguire i cavalli nel parco. Sta comunque crescendo un aiuto-mascotte, Pennacchio, che non è figlio né nipote d'arte ma crediamo saprà farsi onore: ancora non si è guadagnato le stellette, ma in quanto a conquistare carezze non lo batte nessuno.

La Villa Reale
Costruita dal Piermarini su incarico di Maria Teresa d'Austria nel 1777, nel 1805 passò a Eugenio di Beauharnais, viceré del nuovo Regno d'Italia per tornare in mano austriaca nel 1815, dopo la caduta di Napoleone. Nel 1859 diventò patrimonio di Casa Savoia, che la utilizzò regolarmente fino al giorno dell'assassinio di Umberto I, avvenuto proprio a Monza nel 1900: il figlio Vittorio Emanuele III non la volle più utilizzare, trasferì gli arredi altrove e nel 1919 ne fece dono in parte al Demanio, e in parte all'Opera Nazionale Combattenti. I comuni di Monza e di Milano acquisirono sia il Parco che la Villa nel 1935 e ne detengono tutt'ora la proprietà.

Le nostra scorta di oggi:
1° pattuglia: maresciallo Lazzerini Stefano su F.Bielle (Anglo-Arabo, grigio, 1997) e carabiniere scelto Buscemi Giuseppe su Vildur (Sella Italiano, grigio, 1990).
Note caratteristiche - F.Bielle e Vildur sono gli specialisti delle cerimonie dove è richiesto di stare molto tempo fermi e immobili, in attenti sugli appiombi: non c'è niente che li distragga, eccellenti per la rappresentanza.
2° pattuglia: appuntato scelto Inzani Roberto su I.Lady dell'Ornel (Sella Francese, saura, 1999) e appuntato Menna Luca su Guado Rosso (Razza Governativa di Persano, sauro, 1989).
Note caratteristiche – I.lady dell'Ornel è una cavalla molto forte, sia dal punto di vista fisico che del carattere. Guado Rosso è molto insanguato e porta in modo strepitoso i suoi 21 anni.
Di rinforzo: carabiniere Friguellini Francesco su DamigellaA (Sella Italiana, saura, 1995). DamigellaA è vivace e piena di verve, come gli altri due sauri è molto brava nelle sfilate dove c'è da camminare.

domenica 20 febbraio 2011

Quiz cuneese...

...indovinate chi è stata ad ispirarmi il titolo dell'articolo?


Nella foto di Marco Morra
Joc de Val Mairo e Silvia Giordano

Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Val Maira e la trupèl Mérens, e non avete mai osato chiedere.

Foto di Marco Morra


Il Mérens
Originario dell’Ariège, prende il nome da un piccolo comune di questo dipartimento francese ai confini con l’Andorra, sui Pirenei. Rustico, frugale e molto resistente il Mérens è ancora simile ai cavalli raffigurati nelle pitture rupestri preistoriche di Niaux, in Francia e Cesare nel De Bello Gallico scrive di aver avuto difficoltà a passare per quella zona a causa dei montanari che la abitavano, montati su piccoli cavallini neri. Ha una altezza media sui 150 cm. al garrese, mantello morello zaino, tanta pazienza e docilità. In Valle Maira c'è una forte concentrazione di allevatori del cavallo di Mérens, che si adatta benissimo a questo ambiente del tutto simile a quello originario della razza. 
L'Associazione Allevatori Cavallo di Mérens è nata nel 1984, conta una cinquantina di soci in tutta Italia e circa 500 cavalli iscritti al libro genealogico di razza: il presidente è Marco Morra (tel. 010/8396593), vice presidente Fortunato Bonelli e presidente onorario Francesco Dematteis (tel.0175/979927) . Dal 2010 il Mérens è riconosciuto tra le razze equine a limitata diffusione in Italia.
Davide Bianco
Alto, magrissimo, e scatenato alle redini lunghe: è la modestia fatta persona, sempre a caccia di maestri ma capisci che è uno da cui puoi imparare proprio per le domande che si pone continuamente, acute e curiose. Nonostante l'aria da ragazzo è già un allevatore storico, ex presidente dell'Associazione Allevatori e uno dei migliori addestratori di Mèrens, specializzato negli attacchi.


Supporto logistico: Roberto Arnaudo, cell.347/6692892
Guida montata e informazioni: Davide Bianco, Roccabruna, cell. 335/8114160.
Veterinario: dottor Ivo Taricco, cell.349/5388595
Maniscalco: Giorgio Varengo, 335/6836153

Punti di appoggio per i cavalli:
Scuderia “Re delle Montagne” di Sandro e Ivano Belliardo, cell. Centro di Monta e circolo ippico a Roccabruna, in borgata Rinaudo, cell.340/6353148
Scuderia “Lorian” di Egidio Tallone, a Villar San Costanzo, 349/6376953, box e paddock.
Fortunato Bonelli, a Prazzo, tel.0171/99184, box e paddock.

Et voilà: i Mérens!

Dal numero 291 di cavallo Magazine, febbraio 2011


 Nel servizio le fotografie erano di Gino Perin, la foto a fianco  è per gentile concessione di Marco Morra.

Ci sono posti dove si ha voglia di tornare non solo per il paesaggio o le bellezze artistiche, ma anche per la gente che li tiene vivi. La Valle Maira è uno di questi: montagne severe, persone pulite e cavalli di Mèrens – una combinazione irresistibile anche a parecchi gradi sotto zero. L'idea era quella di raccontare un bel trekking in montagna, ma le temperature polari del dicembre appena trascorso non sembravano lasciare molte speranze. 
Eppure quando ne parliamo con Davide Bianco lui dice, serafico: «Che problema c'è? Venite su che al resto pensiamo noi!». Così partiamo tranquilli verso i Percorsi Occitani della Val Maira e i Principi Neri venuti dai Pirenei, perchè Davide e gli altri amici che ci accompagneranno in questa avventura sono tutti allevatori o proprietari di Mérens: ci guideranno per i sentieri della loro valle, mentre noi impareremo ad amare i loro formidabili cavallini neri. Il briefing lo facciamo venerdì sera, prima di cena: Fortunato Bonelli (vice-presidente dell'Associazione Allevatori Cavallo di Mérens) è seduto a capotavola, si fa il punto sui dettagli organizzativi. L'ora di partenza, la situazione delle strade, le alternative in caso la troppa neve ci costringa a cambiare programma, i risultati dell'ultima perlustrazione sul terreno e anche il tipo di abbigliamento che indosseremo in passeggiata – non viene trascurato nulla che possa influire sulla sicurezza o la buona riuscita dell'escursione: solo dopo possiamo rilassarci e capire finalmente a cosa serve la bagna cauda, piatto orgogliosamente piemontese. Gli ingredienti sono semplici, pezzetti di verdura freschissima da insaporire in un bagnetto caldo di acciughe, aglio, burro e olio ma quello più importante è la compagnia degli amici; è un piatto conviviale fatto per stare insieme, parlare con calma di cose belle e bere vino buono. Ovviamente si parla di Mérens: dei puledri che imparano a scendere dall'alpeggio con la mamma quando c'è la neve ed è finita l'erba, e allora per forza che nessun passaggio su pietre o ghiaccio per loro sarà mai un problema. O di quella volta che a causa delle valanghe le fattrici non potevano tornare a valle e si era portato su il fieno in malga con l'elicottero, o dello stallone di Fortunato scappato dal recinto vicino al paese con due fattrici che stava portando su in alpeggio attraverso i boschi , dove sapeva benissimo che c'erano tutte le altre femmine: storie di cavalli che vivono da cavalli, e di gente che regala loro la possibilità di continuare a esserlo. Ma non si farà troppo tardi: domattina dobbiamo essere pronti abbastanza presto per andare su, a Villar d'Acceglio. 
Che i Mérens siano quelli giusti per una passeggiata invernale lo capiamo subito: noi stiamo battendo i denti per via della temperatura a 15° sotto zero mentre loro scendono dal van beati come pargoletti in gita - il pelo lunghissimo, morbido e folto li protegge alla perfezione, e hanno un'aria talmente allegra con quegli occhi brillanti e frangiati di ciglia lunghissime che ci passa anche il freddo...o almeno siamo convinti che valga la pena congelarsi un paio di falangi pur di montarli e farci portare su in cima a quella punta, dove c'è una chiesetta scaldata dal sole. 
La salita è ripida, ma il «mio» Felix abbassa l'incollatura e ingrana la ridotta: sceglie con cura dove mettere i piedi, non ha esitazioni nemmeno quando si tratta di appoggiarli su muretti di sasso mezzo rovinati e coperti di ghiaccio. Semplicemente avvicina il naso al problema, osserva la faccenda per un attimo e poi decide qual'è il punto migliore dove traversare – magari in discesa ripidissima, magari tocca di saltare in salita facendo la battuta in un metro di neve ma in tutta la giornata non avrà mai una esitazione, un'ombra di pensiero scomodo o un comportamento meno che generoso. Con un compagno così il nostro piccolo trekking d'inverno è puro divertimento: montagne mozzafiato, aria frizzante, neve perfetta e un gruppo di amazzoni e cavalieri affiatato e compatto. Ci fanno sentire davvero dei loro, sorvolano con delicatezza su certe abitudini da amazzone «di allevamento» e pensare a tutte le difficoltà che hanno risolto per regalarci questa uscita mi fa sentire assurdamente sollevata – il mondo non può essere poi così brutto, se dentro ci sono ancora persone del genere. 
Passiamo per borgate quasi deserte, una bella galoppata sulla neve candida e intatta del crinale di una collinetta ci scalda come si deve e poi scendiamo verso valle, che il sole si nasconde in fretta dietro la montagna e dopo farà davvero troppo freddo. Facciamo piede a terra per riposare i cavalli e alla prima lastra di ghiaccio che incontriamo sulla strada finisco lunga distesa davanti agli anteriori di Felix, che evidentemente si aspettava qualcosa del genere ed è solo leggermente stupito. Mi annusa con educazione mentre lo osservo così, dal basso in alto: vorrei dirgli che io non ho le puntine al vidiam sotto i piedi, ma temo che lo troverebbe puerile e decido che è meglio fare finta di niente. Arriviamo al punto di partenza della tappa e carichiamo i cavalli sui trailer, perfettamente asciutti dopo il lungo tratto di passo: nel pomeriggio ci aspetta un'altra passeggiata a Prazzo Superiore, vicini al Campo Scuola di Sci di Fondo e domani una bella escursione tra i boschi croccanti di foglie da Villar San Costanzo alla Riserva Naturale dei Ciciu del Villar. 
Sarà un'altra giornata serena - niente neve, poco ghiaccio e un bel sentiero in costa, altre ore da incorniciare e tenersi lì, in mezzo alle giornate perfette. Cose che succedono solo in certi posti di montagna dove i boschi sembrano quelli delle favole, davanti alle chiese c'è sempre un portico per i pellegrini e per compagno di avventure puoi avere un Principe Nero: un Mérens di velluto, che quando lo conosci non vorresti lasciarlo più.
Maria Cristina Magri

lunedì 24 gennaio 2011

Cavallo Magazine nr. 291, febbraio 2011: Voilà, i Mérens!



In questo numero tutti e due i miei cocchi di montagna: per gli Haflinger l'intervista a Francesco Ramella, una delle anime di Cavalia; e per i Mérens il racconto delle due giornate meravigliose passate in Val Maira con la trupél di Val Maira e Valle Stura. Spero di essere riuscita a trasmettervi tutta la bellezza di queste montagne, di questi cavalli e di questa gente.
Sappiatemi dire!

foto di Fabrizio Bagnis

giovedì 13 gennaio 2011

Ce.Mi.Vet.: muli, basti e salmerie.


Dalla rubrica di Cavallo Magazine dedicata al Ce.Mi.Vet. di Grosseto:
testo di Maria Cristina Magri, foto di Carlo Valentini


Tra i tanti ricordi tenuti vivi al Ce.Mi.Vet. sino al gennaio 2009 ce n’era uno in carne ed ossa – o se preferite, in orecchie e zoccoli: era Limpida, la mula ormai candida che ci aveva fatto da modella per i finimenti da basto che vedete in questa pagina. Nata in Abruzzo nel 1980 era stata acquistata dalla commissione militare di rimonta nel 1985, otto anni prima dello scioglimento degli ultimi reparti alpini ancora dotati di salmerie: era probabilmente l’ultima mula militare addestrata al servizio da basto, e dal 1993 ha vissuto beatamente nei pascoli del Ce.Mi.Vet. senza altro incarico se non quello di presenziare, vestita di tutto punto col suo basto, a qualche cerimonia di rappresentanza. Un costo inutile, un romantico spreco di risorse utilizzabili in altro modo penserà qualcuno: ma per noi è un simbolico gesto di riconoscimento dovuto a quelle bestie magnifiche che erano i muli dell’Esercito. Fanteria, artiglieria in generale e reparti alpini in particolare erano supportati per le loro necessità logistiche dai muli, organizzati in colonne dette salmerie (dal greco sagma: basto, soma) di primo e secondo scaglione. Più resistenti dei cavalli alla fatica e alle privazioni i muli erano ideali per l’impiego in zone impervie, e guerra o pace che fosse davano alla macchina bellica la possibilità di muoversi e organizzarsi, rimanendo indispensabili anche dopo l’avvento del motore a scoppio: lo storico connubio tra muli e alpini è nato dal fatto che in certe zone di montagna sino a mezzo secolo fa non c’era veicolo a motore che riuscisse a sostituire i quattro zoccoli del mulo. Solo con l’arrivo degli elicotteri questi ibridi benedetti cominciarono a diventare sempre meno necessari, sino al definitivo congedo dall’esercito italiano nel 1993: ma intanto si erano fatti, assieme ai loro alpini, tutta la parte più terribile della Grande Guerra e buona parte del secondo conflitto mondiale, ritirata di Russia compresa. Gli alpini dicono che il conduttore, lo «sconcio» finiva sempre per somigliare al suo mulo e viceversa. Ad ogni mulo era assegnato un conducente che aveva il compito di guidarlo, occuparsi del suo governo e prendersi cura di lui. I muli dovevano someggiare carichi fino a 185 chilogrammi di cui 35 erano di carico comune: basto, accessori di pulizia e governo, un razione e mezza di avena; poi c’era il carico vero e proprio che variava a seconda della prestanza degli animali, suddivisi in 1° e 2° classe a seconda delle caratteristiche morfologiche. Altra causa dell’uscita dei muli dai ranghi militari è stata la mancanza del personale in grado di occuparsene: tra i militari di leva c’erano sempre meno ragazzi con l’esperienza pratica necessaria a condurli così muli e sconci sono scomparsi. Insieme, come sempre.

Per saperne di più: «Muli in guerra, storia di Palù e del suo alpino» di G.Ascani e F. Fatutta, Mursia 2002.

venerdì 7 gennaio 2011

Musa e i suoi Vescovi

Una affezionata lettrice di Cavallo Magazine: se lo meritava davvero un articolo tutto per lei, non trovate?
Musa e i suoi Vescovi sono sul numero di Cavallo Magazine ancora in edicola, nella rubrica ANACRHAI.

mercoledì 29 dicembre 2010

Dall'oasi ai misteri etruschi...

Dal numero 289 di Cavallo Magazine, a grande richiesta!

Dall'Oasi ai misteri etruschi
L'Umbria è fatta di bellezze dai toni più ruvidi di quelli che dipingono la Toscana: meno addomesticata dalle coltivazioni, i suoi boschi di lecci contendono la scena agli uliveti e nei paesini arroccati sulle colline si sente più il sapore della pietra usata per costruirli che il disegno di un architetto. Per conoscere questa terra bisogna seguire le sue strade e saper ascoltare quello che vuole raccontarti: noi lo abbiamo fatto a cavallo, e abbiamo incontrato sessantaquattro amici.
La zona è quella di Terni, l'occasione una delle tante passeggiate equestri che si organizzano regolarmente da queste parti: bastano il passaparola di «Radio Scuderia» e lo zampino di Facebook per definire date ed itinerari, al resto ci pensa un gruppo di amici collaudati che prepara gli itinerari e la logistica necessaria. Maurizio Canini, Patrizio Godovecchio e Federico Bagnolo si sono conosciuti per caso proprio grazie ad un trekking a cavallo e hanno dato vita ad una gioiosa macchina da guerra…ippodedicata. Potevamo resistere a un loro invito? ovviamente no, e li abbiamo raggiunti per una escursione nel Parco Fluviale del Tevere, dal lago di Corbara a quello di Alviano.
E' una domenica di settembre fortunata, le nuvole lasciano spazio al sole per tutto il tempo che passeremo in sella: l’appuntamento è alle nove e mezza di mattina al Pomurlo Vecchio, nel comune di Baschi, vicinissimi al lago di Corbara. Van e trailer vengono parcheggiati sul grande piazzale erboso, chi abita vicino arriva direttamente a cavallo e per ognuno c’è un nitrito, un saluto o un richiamo ma una volta tutti montati in sella torna la tranquillità , che uscire in passeggiata è un lavoro serio e va fatto come si deve. Maurizio oggi è la guida del gruppo, conosce il territorio come le sue tasche perché è da quando era un ragazzino che percorre a cavallo questi sentieri. «Ma farlo con gli amici è più bello. Mi piace girarmi sulla sella e vedere dietro di noi gente così diversa, cavalli di tante razze e selle di tutti i tipi ma insieme, uniti dalla stessa passione» ci racconta mentre aspettiamo che tutti siano pronti alla partenza «così ci scambiamo le diverse esperienze e dopo queste girate tutti tornano a casa con qualcosa di nuovo».
Partiamo senza clamori, una breve fermata per compattare il gruppo e cominciamo a percorrere la strada bianca che porta verso Montecchio: Il lago di Corbara è alle nostre spalle, davanti a noi si aprono le colline che accompagnano il Tevere verso il lago di Alviano. Passiamo un’azienda agricola dopo l’altra, la strada interpoderale ci porta attraverso un pascolo di placide vacche. Sono appena incuriosite dal nostro chiacchiericcio, che le parole escono così facili quando sei al passo su un buon cavallo e le distanze tra le persone si accorciano e i pensieri si somigliano, sarà che vanno alla stessa andatura e nella stessa direzione. Dopo un paio d’ore siamo al sito archeologico di Fosso San Lorenzo, facciamo piede a terra per riposare i cavalli e vedere da vicino questa necropoli umbro-etrusca del VI secolo a.C.. Le tombe sono scavate nella roccia, i corredi funerari che contenevano sono ora custoditi all’Antiquarium Comunale di Tenaglie ma forse le ombre degli etruschi sono ancora qui e, nascosti tra le foglie, si sono divertiti anche loro al guado del torrente: dopo la breve sosta i cavalli hanno voglia di andare, il passaggio non banalissimo del sentiero molto sassoso e in ripida discesa impegna l’attenzione dei binomi e dopo il mauvais pas frizzi, lazzi e scaramanzie varie allentano la tensione. Passare tutti e sessantacinque in rapida successione senza problemi dà soddisfazione, particolarmente a chi è alle prime uscite fuori del maneggio come le cinque giovani amazzoni del Centro di Equitazione Villa Glori di Roma, agli ordini della loro istruttrice Elisabetta Pinzello: tutte sotto i quindici anni, fanno Salto Ostacoli ma si stanno avvicinando al completo ed Elisabetta comincia il lavoro in questa prospettiva proprio dalla campagna, come Equitazione Naturale comanda (e Caprilli insegna). Davanti a noi pausa il passo maestoso un maremmano baio, così bello nella sua serietà che guardarlo ci porta un po’ fuori dal tempo, è davvero una gioia condividere un pezzo di strada con binomi così, che sembrano fatti per dare il buon esempio. Intanto il bosco finisce e passiamo per un vigneto curato come il più raffinato dei giardini all’italiana: è l’azienda vinicola Falesco dei fratelli Cotarella, quelli del Montiano, un Merlot rosso che spicca come un rubino tra i brillanti bianchi dell’enologia locale. La fila di amazzoni e cavalieri si dipana tra i loro filari impeccabili, scendiamo sino al tratto di strada asfaltata che ci porta all’Oasi di Alviano. Una volta entrati nella zona protetta gli zoccoli dei cavalli sono silenziosi sulla terra soffice e le nostre voci ovattate dagli alberi che crescono sulle sponde di questo lago, artificiale finché volete ma ormai completamente invaso dalla natura più spontanea: qui nidificano le più rare tra le specie stanziali di uccelli e i migratori trovano una sosta sicura nei loro viaggi. Percorriamo tutto il Sentiero Vecchio che traversa il lago lungo una sottile lingua di terra, sembra di essere sospesi tra acqua e cielo e i cavalli trottano come sottovoce, che meraviglia questo fondo per i loro piedi. Usciamo dall’Oasi sotto l’abitato di Guardea e attacchiamo l’ultimo pezzo di sentiero che arriva sino ad Alviano, la nostra meta finale. Su in lato c’è la rocca rinascimentale del condottiero Bartolomeo di Alviano, bianca del travertino che viene estratto proprio qui da secoli. Arrivati in vocabolo Pupigliano troviamo tavola imbandita, che le magnifiche signore della Pro-Loco e i loro baldi aiutanti sono riusciti a mettere a tavola tutti e 65 i cavalcanti, amici e famiglie compresi. I cavalli sono legati poco distante e andare a controllarli offre l’occasione per le ultime chiacchiere e il bicchiere della staffa, qualcuno sta già salutando la compagnia e si avvia verso casa a sella con un paio di cavalli sottomano. Noi ci portiamo dietro i ricordi e lasciamo qui gli amici, sperando di ritrovarli presto: perché l’Umbria è tutta da scoprire, e noi abbiamo appena cominciato.
di Maria Cristina Magri
 
Un ringraziamento speciale all’Oasi WWF del lago di Alviano, www.wwf.it (cell. 333/7576283) e al Sistema Museo di Alviano, www.sistemamuseo.it che ci hanno aperto le porte dell’Oasi e della Necropoli di Fosso San Lorenzo: sono pronti a farlo anche per voi.


Ride Map: Baschi, Montecchio, Guardea e Alviano: sono i quattro i comuni toccati dai 24 chilometri dell’itinerario, percorsi in quattro ore e mezza di passo e brevi momenti di trotto: solo il 10% del tracciato ha toccato strade asfaltate, i continui dolci dislivelli e la varietà degli ambienti attraversati (bosco, aperta collina e ambiente lacustre) hanno reso estremamente interessante e varia una passeggiata in sella che è stata un piccolo gioiello di organizzazione. La perlustrazione del percorso fatta con scrupolo nei giorni precedenti, le staffette lungo la strada per evitare attraversamenti avventurosi con le (poche) macchine incontrate, macchine e trailer a disposizione nei punti strategici per ogni evenienza: la preparazione accurata era indispensabile per gestire un così alto numero di partecipanti, 65 binomi.

Dove mangiare
Locanda Il Fontanile, Via teverina 3 -05020 Montecchio (Terni) Ottima la cucina tipica umbra con un tocco di ricercatezza: molto bello il locale ottenuto restaurando in modo iper-moderno un classico casale dai muri in sasso.

Dove dormire
Agriturismo Pupigliano ad Alviano (Terni): situato in vocabolo Pupigliano nr. 3 offre tre grandi appartamenti completi di cucina e sala. Tel. 0744/904308, cell.335/5463560 www.pupigliano.it
Agriturismo Il Pomurlo Vecchio a Baschi (Terni) tel. 0744/950190

Centri Ippici di appoggio per l’itinerario:
Horse Club La Cacciata di Giancarlo Luciano, località La Cacciata 6, Orvieto (Terni) cell.333/2568455.
Il Poggio di Orvieto di Dino Graziani in località La Svolta, Ciconia cell. 338-1127367

lunedì 29 novembre 2010

Il Norico: grande come le sue montagne.


pubblicato su Cavallo Magazine- testo di Maria Cristina Magri
Lo scriveva anche il dottor De Paoli nel 1931: la misura della sua mole sta quasi sempre in diretto rapporto con l’imponenza dei massicci delle varie zone di allevamento. E non è soltanto una questione di prestanza fisica, quando vedi un Norico pensi subito alle Alpi perché la gente che c’è attorno è gente di montagna, e perché i finimenti e il lavoro che lo vedi svolgere sono quelli che servono per vivere lassù, dove la vita era dura e selezionava uomini e cavalli. Il Norico è un vero cavallo da lavoro: potente, rustico, frugale, dal carattere dolce e disponibile ha attraversato i secoli adattandosi continuamente alle esigenze dell’uomo.
La sua storia
E’ considerata una delle razze più antiche d’Europa, discendente dei grandi cavalli, cosiddetti a sangue freddo, che popolavano l’Europa del Nord prima che l’uomo cominciasse ad allevarli e a modificarli con selezione e incroci con altre razze. I Celti nelle loro tombe dell’Età del Ferro hanno lasciato scheletri di cavalli di grande statura (Hallstatt, vicino a Salisburgo, è la culla della loro civiltà); l’Impero Romano aveva nella provincia del Noricum un famoso allevamento nel quale confluirono anche soggetti importati dalla Tessaglia e dal Veneto, e durante il Medio Evo qui si era già affermato un cavallo di tipo pesante, robusto e compatto. A metà del XVI secolo erano i monasteri ad occuparsi della selezione di questo cavallo così utile all’economia locale e nel 1574 a Salisburgo il principe- vescovo Jakob von Kuen Belasy imporrà di utilizzare solo stalloni autorizzati, ufficializzando le direttive di selezione. In questo modo la razza migliorò ulteriormente e alcune linee vennero notevolmente ingentilite da apporti di sangue napoletano e spagnolo: è da questi ultimi derivano i mantelli tigrati e pezzati, così apprezzati nel periodo Barocco dalla nobiltà che amava sfoggiare destrieri dal mantello particolarmente vistoso. Ma non tutti apprezzavano la piega elegante che avevano preso i Norici: a metà del 1600 i contadini salisburghesi fecero una sommossa e tirarono fuori dalle scuderie di monta gli stalloni troppo distinti e leggeri, reclamandone di più adatti alle loro necessità. Il Norico continuò quindi ad essere il più ricercato cavallo da lavoro delle zone alpine ed erano proprio i soggetti più imponenti che venivano mandati per le vecchie strade romane di tutto l’Impero Austro-Ungarico a trasportare merci, ambasciatori equini della potenza asburgica. Un buon nucleo di fattrici, circa 700, passò al Regno d’Italia assieme all’Alto Adige dopo la Prima Guerra mondiale.
Ritratto dal vero
Ma i Norici come sono dal vivo? Lo chiediamo a Fausto Del Pin, friulano di Udine, appassionato cultore della razza e orgoglioso proprietario di due fattrici iscritte al Libro Genealogico austriaco: «Sono maestosi, eleganti, sembrano davvero cavalli d’altri tempi; affettuosamente intelligenti, se pensano che una cosa si possa fare in modo diverso da quello che proponi te lo fanno capire in modo dolce, senza mettersi in opposizione. E poi non sono semplicemente una razza, i Norici sono un percorso culturale: si portano dentro la nostra storia, la nostra montagna e tutto il lavoro fatto con noi». Così sono i Norici, profondamente radicati nella cultura locale. Che come per tutti i popoli di origine celtica è fatta anche di leggende, come quella del sole portato in alto ogni giorno da due cavalli…come due? Ma erano quattro, guidati da Apollo in persona. «Nella mitologia romana e greca sì» continua Fausto «ma io parlavo di quella celtica, secondo la quale il Sole era trainato in cielo da due cavalli. Norici ovviamente: per questo bastava una pariglia».
Caratteristiche di razza:
Il Norico è un cavallo brachimorfo a sangue freddo: l’altezza media va dai 155 ai 165 cm. al garrese, lo stinco misura dai 21 ai 25 cm. Come altre razze antiche è lento in fase di accrescimento ma molto longevo e resistente, fertile ed energico sino a tarda età. Il mantello più frequente è il morello seguito da sauro, baio, grigio ferro testa di moro, tigrato (maculato in nero o marrone su mantello grigio) e più raramente pezzato. Le linee di sangue attualmente rappresentate derivano da cinque stalloni capi- razza: Vulkan, Nero, Elmar, Schaunitz e Diamant.

Dove trovarlo:
La culla dei Norici è Salisburgo (tipici del distretto di Pinzgau i tigrati dal modello imponente) ma il territorio di produzione comprendeva storicamente anche Alto Adige, Tirolo, Voralberg, Stiria, Carinzia (da cui provengono gli Schaunitz, pieni di temperamento) parte della Baviera , Boemia (Repubblica Ceca) e Carniola (Slovenia). In Italia il Libro Anagrafico del cavallo Norico è tenuto dalla Federazione Provinciale Allevatori Cavalli di Razza Haflinger dell’Alto Adige. I prezzi: per un puledro di ottima genealogia si possono spendere dai 1.500 ai 3.000 Euro, sino ai 12.000 per le femmine di ottimo modello e super titolate. Per un castrone di tre anni si va dai 2.500 ai 3.000 Euro, mentre le fattrici di qualità possono arrivare anche a 25.000 Euro.

Un piccolo appunto
Da un anno l’Associazione Italiana Allevatori ha abolito la valutazione delle femmine per l’iscrizione al Registro Anagrafico, assimilando quindi il Norico in Italia alle popolazioni equine in via di estinzione e creando i presupposti per un deciso scadimento della qualità dei futuri puledri. Da notare che in Austria il Norico è la razza equina più consistente: 10.000 soggetti iscritti, pari al 75% della popolazione totale.
Per saperne di più:
Libro delle origini della razza Norica in Italia - Ferrara 1931

sabato 27 novembre 2010

Cavallo Magazine: una passeggiata in Umbria.

Sul numero 289 di Cavallo Magazine, in edicola da oggi, trovate anche "Dall'oasi ai misteri etruschi", il racconto di una bellissima passeggiata dal lago di Corbara all'oasi WWF di Alviano: buona lettura! 
Una menzione speciale alla "mia" fantastica Storna: anglo-araba spiritosa ma gentile, mi ha regalato una passeggiata bellissima.
Grazie Dino :-)

giovedì 18 novembre 2010

Around the world, around horses

Una mostra di fotografie speciali: solo cavalli, e visti da donne di cavalli.
Un modo diverso per raccontare il mondo, guardandolo
 con gli occhi di chi è capace di sentire ogni piccolo brivido che scorre sulla pelle dei nostri amici più grandi.
Dal 21 novembre al 4 dicembre a Modica, Ragusa, terra di Sicilia.

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