martedì 21 giugno 2011

Ferri, fiamme e maniscalchi.


Testo di Maria Cristina Magri, foto di Carlo Valentini.

Se i ferri di cavallo portano fortuna qui a Grosseto possono dormire sonni tranquilli: esposizioni didattiche con modelli di ogni genere decorano intere pareti, esemplari antichi ritrovati su qualche campo di battaglia stanno a fianco di altri forgiati per usi talmente particolari da risultare incomprensibili ai comuni mortali, attrezzi ed utensili dedicati alla mascalcia che non sono cambiati quasi nulla nell’ultimo paio di secoli ché lo scopo era ormai raggiunto: proteggere l’unghia del cavallo dall’usura eccessiva derivante dal lavoro montato o attaccato che fosse. 
Per il cavallo militare una ottima ferratura era di fondamentale importanza: soldati e armi si spostavano grazie a loro, e si doveva garantire la massima mobilità possibile ai reparti nonostante le strade somigliassero più una collezione di buche e sassi che al soffice terreno di una cavallerizza. Chi si occupava di questo esercito di zoccoli, che in Italia nel 1915 aveva raggiunto (muli compresi) una forza di 320.000 unità? ovviamente i maniscalchi: formati ad hoc dalla Scuola di Mascalcia Militare di Pinerolo erano di capitale importanza sino all’avvento dei mezzi motorizzati. Ogni squadrone in tempo di pace aveva in organico un maniscalco ed un allievo maniscalco, che durante le marce portava assicurate alla propria sella la borsa da maniscalco e una tasca con quattro ferri di emergenza: snodati a cerniera, si adattavano a ogni misura di piede ed erano applicabili sul posto in attesa dell’intervento più accurato, garantito ad ogni tappa grazie al carro fucina. 
La grande tradizione della Scuola di Mascalcia Militare continua ancora oggi, anche se dal 1996 si è spostata da Pinerolo a Grosseto. Responsabile dei corsi è il luogotenente Prisco Martucci, sotto la sua guida si formano i maniscalchi militari e civili diplomati qui a Grosseto: dieci mesi di corso, 198 giornate di lavoro, ippologia e podologia, mascalcia sia teorica che pratica. Nonostante tutti i mesi passati a studiare per i maniscalchi neo-diplomati l’avventura è appena cominciata: dovranno farsi spazio sul mercato del lavoro con tanta esperienza sul campo, rubando il più possibile da colleghi più anziani ai quali si affiancheranno spesso come aiuti, realizzando così la classica coppia della ferratura detta all’italiana – l’apprendista tiene il piede del cavallo da ferrare, il maniscalco più esperto svolge il lavoro di ferratura vero e proprio, magari a caldo. Intanto qui a Grosseto i martelli cantano ancora sull’incudine, parlano tra di loro e chissà se si raccontano qualcosa riguardo alla moda del barefoot, il piede scalzo, che come tante altre viene adottata alla cieca senza domandarsi se è davvero una cosa che fa per noi o, meglio ancora, per il nostro cavallo. 
Ma in fondo per i cavalieri vale la stessa legge dei maniscalchi: l’esperienza insegna tanto, e gli errori ancora di più.

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