lunedì 31 dicembre 2007

Buon Anno!


Sta arrivando l'anno nuovo e vi auguro che sia un anno speciale, pieno di cose belle:
di amici, di affetto, di salute, di gioia, di cavalli, di sorrisi, di abbracci, di cose da fare, di soddisfazioni, di luce e di calore.
E se ci saranno momenti più duri ricordatevi di quelli belli, non dimenticateli, teneteli stretti e guardate in avanti, le spalle bene aperte e la testa alta: come a cavallo insomma.
E vedrete che tutto andrà per il meglio.
Un abbraccio fortissimo,
Cristina

venerdì 28 dicembre 2007

I Paso di Guido


In giro per Internet si conoscono tante persone, e alcune di queste riescono ad essere amici anche se non ci si è mai incontrati.
Guido è una di questi: giornalista, appassionato di araldica e di storia e di tante altre cose, nato con la camicia di una famiglia fascinosa cucita addosso (è la seconda persona che conosco in vita mia con antenati turcomanni e ho notato che è un ingrediente favoloso, ne derivano persone speciali!) ma non è stato a riposare sugli allori e ha lavorato sodo per aggiungerci del suo.
In più ha una pazienza infinita e si legge tutte le mie tiritere più o meno angosciate su quello che vorrei, non vorrei , ma non riesco etc. etc. etc.
E come se non bastasse quando se ne va in giro e vede dei cavalli mi manda le fotografie: non è magnifico?
Questa è una fotografia che ha scattato a Urubamba, in una hacienda hanno offerto questo piccolo spettacolo con i cavalli peruviani de Paso: la loro andatura così particolare è una specie di marcia in cui gli arti battono uno alla volta sul terreno ma secondo una sequenza che deriva dall'ambio, quindi è un'andatura per laterali più o meno accelerata che sposta il cavallo continuamente in avanti e mai verso l'alto, evitando così ogni tipo di sobbalzo al cavaliere. Risulta un'andatura estremamente comoda e riposante per chi usa questi cavalli, che infatti derivano dagli ambiatori ginetti arrivati qui con Colombo.
Qui per saperne di più sul caballo de paso peruviano

Saumur e steeple-chase


Millenovecentootto, cinque anni prima della Grande Guerra. Cartolina di saluti per una gentile signorina da parte di un educato giovinotto, che sceglie per l’ambasciata un soggetto tranquillo, neutro, molto formale, a prova di Istitutrice svizzera: nientedimeno d’una frotta di Sottotenenti Istruttori di Saumur che saltano con stile assolutamente pre-caprilliano la siepe di uno steeple-chase corso sulle lunghe, morbide e ben tenute piste galoppabili della Scuola, il cui fondo di sabbia preservava gli arti dei cavalli che vi lavoravano nonostante le lunghe ore di esercitazione loro richieste. Perché ovviamente a Saumur, pur essendo uno dei templi dell’Equitazione Accademica, non si sono mai trascurati gli altri campi dello scibile equestre. E anche se siamo abituati a pensare alla ville cavaliére come la casa degli ecuyérs che, tounique noir e charme gallico, danzano coi loro cavalli arie raffinate e leggere non dobbiamo dimenticare che gli stessi si cimentano ovviamente anche nel salto ostacoli, nel completo e via dicendo.

In questa fotografia, scattata solo cinque anni dopo la presentazione ufficiale del Sistema di Caprilli, l’assetto dei cavalieri è per noi seguaci del capitano nazionale, abbastanza barbaro. Ma i cavalli sono piuttosto liberi con l’incollatura, i cavalieri si lasciano sfilare le redini dalle mani e il momento critico non sarà tanto durante il salto quanto dopo la ricezione, quando per riprendere il controllo della cavalcatura i nostri prodi saranno costretti a romperne la fluidità di movimento recuperando un po’ affannosamente redini, briglie e cavallo nella mano (ma questo momento poco elegante esteticamente non è stato tramandato ai posteri). Basta pensare a questa successione di movimenti per capire quanto, in un percorso ad ostacoli ravvicinati, diventasse ben più efficace il Sistema Naturale di equitazione rispetto all’allora normale condotta del binomio.
Questa fotografia e’ un po’ il contraltare di quell’altra che ritrae il Capitano Caprilli mentre lavora da terra la sua saura Itala, ottima saltatrice oltre ad essere addestrata perfettamente ad eseguire le arie di scuola.
Così in Italia e in Francia, parallelamente ma su opposti fronti, si assumeva col tempo lo stesso atteggiamento protezionistico ad oltranza: in Italia, non si poteva toccare nulla del testamento spirituale di Federigo e si lavoravano in piano i cavalli secondo i crismi dell’Equitazione Classica ma solo e rigorosamente di contrabbando (il Completo volenti o nolenti comprendeva anche la prova di addestramento!); in Francia, si negava pubblicamente ogni interesse alla rivoluzione del Metodo Naturale e non si mandavano al contrario di tutte le altre nazioni gli ufficiali a Pinerolo per apprendere i segreti del metodo, ma poi negli anni trenta altrettanto di contrabbando si “importava” uno degli interpreti più classici esteticamente del Sistema (il Capitano Alessandro Alvisi) per studiarlo, osservarlo, copiarlo dall’assetto alla sella (il Completo volenti o nolenti comprendeva anche le prove di salto!). Dimostrazione pratica di quanto sia ipocrita il negare quello che di buono c’è, anche al di fuori del nostro privato orticello….dimostrazione pratica con proprietà transitiva, nel miglior stile par condicio.

Ma queste sono piccole pettegolerie, che non devono essere rispolverate a scapito dell’attenzione che meriterebbero persone che, a queste difese ad oltranza della propria tradizione, hanno dedicato vita e passione e talento: come uno dei più famosi ecuyer en chef di Saumur dei tempi “moderni”, il colonnello Margot, che si sentiva talmente investito dalla responsabilità di difendere e trasmettere storia, principi e spirito dell’Istituzione che rappresentava, da non lasciare mai il benché minimo spazio a niente e nessuno che potesse rappresentare un “corpo estraneo”. Ma solo per amore di quel patrimonio che rappresentava, non per ristrettezza mentale o vanità personale. La sua correttezza esemplare, adamantina (indomabile, insomma, come giustamente intendevano i greci) è espressa tutta nella motivazione che diede a chi gli chiese perché, raggiunti gli anni della vecchiaia, si volesse ritirare dal suo incarico di Giudice Internazionale di Addestramento (o dressage): “perché non sarei più in grado di far vedere come effettuare in modo corretto un certo movimento, una certa azione, a chi dovessi giudicare non sufficiente in campo gara”.

Viene da chiedersi cosa succederebbe se ci aspettassimo tanta nobiltà d’animo e coerenza di comportamento anche dai nostri giudici internazionali o meno, ma ci aspetteremmo una competenza proporzionata al palmarès dei titoli sciorinati sempre tanto orgogliosamente. Chissà se proprio tutti sarebbero in grado di far vedere eseguito in modo corretto quello che hanno trovato di insufficiente nei binomi che giudicano? Ma, d’altra parte, non si sa più cosa aspettarsi dai nostri migliori giudici internazionali, dopo averli sentiti difendere la propria interpretazione della leggerezza di movimenti di un cavallo, adducendone a riprova l’esiguo peso corporeo di una gentile amazzone che montava il suddetto cavallo e non “l’ideale disinvoltura, vivacità, flessibilità, e grazia di cui dà impressione un cavallo quando si muove con disinvoltura, senza dare alcuna impressione di sforzo” (come da “Questioni Equestri” del Generale L’Hotte).

Benazir


Qualche anno fa ero rimasta un po' stupita dal fatto che la Bhutto, in piena campagna elettorale, avesse deciso a tavolino la data del parto cesareo del suo primo figlio per non intralciare le scadenze politiche. Pensavo fosse una mostruosità piegare alle esigenze lavorative anche le venute al mondo dei figli, mi pareva una cosa assurda.
Non avevo capito niente.
Questa donna era veramente una donna coraggiosa, piena di forza, disposta a ben altro che un parto programmato pur di aiutare il suo paese nel modo che le era possibile; sapeva di avere più forza di altri e non ha avuto paura ad usarla nonostante sapesse benissimo di essere a rischio, continuamente.
Come si fa a sorridere salutando una folla di gente tra cui sai benissimo si può nascondere il tuo assassino? dove lo trovava questo coraggio?
Poi da noi quelli che vogliono far vedere di essere importanti girano infarciti tra quindici body guard che sembrano le caricature dei gorilla di Witney Huston, incrocio tra un giocatore di rugby e il buttafuori di una discoteca di provincia....donnicciole, anche se portano la cravatta.
Benazir sì che era un leader, anche col rossetto e il velo in testa: chapeau, Incomparabile.

La Costituzione


Ieri era il 60° compleanno della nostra Costituzione: l'avete mai letta? è bellissima.

giovedì 27 dicembre 2007

Incendio nella scuderia dei trottatori


Torino è ancora l'inferno, prima i disgraziati operai della Thyssen e ora quei poveri cavalli. Lavoratori anche loro, anche loro sudano come la gente che va in fabbrica per guadagnarsi la vita, il pane o la biada. Prima uomini, poi cavalli ma la fine è stata ugualmente orribile per tutti loro. E anche la colpa di tutti quegli strazi è la stessa: di chi ha guadagnato sulla loro pelle togliendo la sicurezza ai primi,o di chi ricatta e scommette sporco sui secondi.
Se pestassimo i prepotenti da piccoli non crescerebbero e non diventerebbero prepotenti grossi, mi sa che si sopportino troppi piccoli soprusi nella vita e chi riesce a fare un sopruso piccolo la volta dopo ne farà uno più grande.
Rabbia, che rabbia ho.
Qui l'articolo de La Stampa

mercoledì 26 dicembre 2007

Lo strillone!


Adesso in edicola c'è il numero nuovo di Cavallo Magazine, quello di gennaio 2008:
per me è un regalo di Natale bellissimo visto che per la prima volta la copertina è dedicata ad un mio articolo! la foto è di Beatrice Scudo che ad agosto era venuta con me a Roma, era il nostro primo servizio insieme. Protagonista la grigia che vedete qui sopra, Iside, assieme a tutta la Fanfara della Polizia di Stato: tantissimi auguri a tutti per un anno nuovo allegro e scoppiettante come Iside!

Capre post-natalizie


Stamattina il vet è dovuto uscire di corsa per via di una capra che sta diventando un pallone - mangiato qualche schifezza di troppo, la proprietaria dichiara un cavolo ma secondo me le è scappata una fettina di panettone alle bestiole, già cicciotte come porcelli tra l'altro.
Santapaletta, esattamente come nei libri di James Herriot!!!! anche se lì erano un paio di mutandoni con l'elastico che mandavano in crisi la Sahanen.

martedì 25 dicembre 2007

Natale


Ieri ho cominciato a spadellare alle otto di mattina, e una buona parte della notte l'ho passata ad occhi sbarrati pensando se sarebbe stato meglio fare prima le tagliatelle per il timballo o andare a prendere l'ultimo pesce che mancava all'appello. Ho finito di legare la salsina per le orate mentre stavano entrando i miei dalla porta alle sette di sera e ho chiesto a mia mamma se poteva lavarmi le ultime due pentole mentre io mi andavo a mettere in ordine, m'ero dimenticata di addobbare per le feste me!!!
Ma devo dire che ne vale la pena: i ragazzi stavano giocando così bene per i fatti loro che si erano dimenticati di aprire i pacchetti, noi a tavola eravamo contenti di stare insieme ed è proprio bello saper fare qualcosa che fa stare bene le persone a cui vuoi bene. Anche se glielo servi in un piatto è sempre amore.
Ho fatto il Pane di Natale esattamente come mi ha insegnato la nonna Aia, ne volete una fettina?
Buon Natale!

domenica 23 dicembre 2007

Off x-mas topic

Mentre cercavo gli auguri della Regina Elisabetta su You Tube ho trovato questo spezzone di filmato muto, le nozze dei suoi genitori nel 1923...bellissimo, guardate soltanto i cavalli!

sabato 22 dicembre 2007

Concerto di Natale


Stamattina Concerto di Natale a scuola da Frè, divisa ufficiale: "sopra rossi, sotto jeans", cappellini da babbinatale con o senza led gentilmente forniti dalla scuola, flauti come se piovesse batteria tastiera e so quante chitarre. Possono stonare finchè vogliono ma sfido qualunque mamma a non commuoversi vedendo il pargolame impegnato a schioccare le dita al ritmo di "Santa Claus is coming to town" e se il pargolame è alto oramai un metro e settanta non cambia assolutamente niente, anzi.
Sono rimasta di sasso quando una delle ragazzine presentatrici, I° media, assieme ai desiderata classici (più pace, meno fame, niente guerre) ha messo chiaro chiaro un "vorrei tanto che Babbo Natale come regalo facesse tornare insieme i miei".
Poi magari le compreranno l'Ipod da sei giga.

venerdì 21 dicembre 2007

Presepe


Rockwell ci è entrato nel DNA come la Cocacola e Will Coyote, il Natale è anche quei Babbinatali rubizzi che non sanno più di San Nicola ma fa lo stesso, l'importante è che si senta il Natale. Però a me la cosa che fa più sentire Natale è il Presepe, c'è poco da fare: è nato Gesù, ed essendo una personcina di buon senso anche appena nato si tiene ben vicini lì'asinello, il bue, e un sacco di gente perbene magari poco cool ma con un cuore grande così.
Pace in terra per gli uomini di buona volontà......agli uomini di buona volontà o grazie al lavoro degli uomini di buona volntà? mah.
Però buon Natale.

giovedì 20 dicembre 2007

Galop!


Come potete vedere ho poco tempo per dedicarmi al Blog in questi giorni: sto leggendo cose nuove, sto cercando di chiudere l'anno lavorativo (male, ieri riunione plenaria dal clientone internazional-francofono che ha un ricavo netto del 9.9 % in più rispetto all'anno passato e chiede a noi uno sconto del 3%, no comment), devo scrivere un paio di cose impegnative, ho la casa da pulire per la cena della Vigilia (Gesù Bambino, se mi senti mi fai trovare una aiutante per le pulizie di casa sotto l'albero di Natale? va bene anche se non riesci a impacchettarla, la piglio così com'è), devo ancora decidere il menù e ieri c'è stato il ricevimento professori del pargolo (sveglio, brillante, educato e simpatico ma se studiasse e facesse i compiti sarebbe decisamente meglio). In più sento tutti che sostituiscono il congiuntivo con l'indicativo, è terribile sembra che abbiano comprato le parole da usare ai saldi di fine stagione. Non so perchè ma oggi i campanellini della slitta li sento meno vicini........doppio wuff.

mercoledì 19 dicembre 2007

Wuff!...


Sto studiando per un paio di cose che ho da fare per il mese prossimo, ho scoperto un'altra lacuna terrificante: trovato tanti bei libri che trattano di argomenti interessantissimi e poco conosciuti.....ma sono tutti in tedesco! e io non so un'accipicchia di tedesco...uno di questi fascinosi tomi è non soltanto in tedesco ma anche scritto in caratteri gotici (è del 1881), mi viene una rabbia a non capirci niente che non vi dico. Qua e là qualche parola si intuisce, ma è tutto inchiavardato in una selva di robe assolutamente incomprensibli.
Ho voglia di imparare il tedesco.

venerdì 14 dicembre 2007

L'abete rosso del Papa (e stecche varie)



Quasi Natale, il gregge internettiano si mobilita compatto ancora una volta dietro l'ennesimo falso allarme: "Aita, aita, il Papa cattivone fa tagliare un albero secolare per farci il Tannenbaum", valanghe di proteste e slavine di indignazione, i gridi di orrore e sdegno si sprecano.
Peccato che si stia parlando di un abete rosso, essenza pregiatissima e ricercata per le sue proprietà acustiche: i liutai (Stradivari in testa) da secoli si riforniscono proprio su queste montagne dei legni da stagionare e utilizzare per violini, viole & c. e proprio per questo le Magnifiche Comunità montane del Sud-Tirolo da secoli piantano appositamente migliaia e migliaia di abeti rossi da destinare al commercio. Questo abete era una bellissima pianta, certo: ma come lui ce ne sono migliaia, e per inciso proprio grazie al commercio di legname che rende così utile ed indispensabile curare molto bene il succedersi della coltivazione di questi magnifici alberi.
Quindi un altro "Al lupo al lupo" assolutamente ingiustificato ma prontamente seguito da migliaia di entusiasti dallo sdegno facile che magari vanno regolarmente a sciare in Val Badia e anelli circostanti intansandone strade e skilift, utilizzando senza pensieri neve artificiale e impianti di risalita che devastano e inquinano le stesse montagne dalle quali è stato semplicemente tolto un albero che 160 anni fa qualcuno aveva piantato apposta per poterlo tagliare una volta arrivato a maturazione.
E come dicevano gli indiani d'America, "se i vecchi non morissero dove metteremmo tutti i bambini che devono nascere?"
Tolto quell'abete, mentre il gregge sentimentale protesta, in Val Badia avranno già ripiantato un piccolo abete rosso al posto di quello che è stato tolto.
E questo è molto più ecologico che fare copia e incolla su internet e lavarsi la coscienza con un po' di sdegno a cottimo.

lunedì 10 dicembre 2007

Argento e vecchi filetti


Tanto per cambiare..
MULO – Prodotto di un asino stallone e di una cavalla fattrice, matrimonio poco ovvio reso possibile dal fatto che gli stalloni asinini destinati alla produzione mulattiera vengono cresciuti sin da puledri in un branco di cavalli. Questo perchè altrimenti si rifiuterebbero di interessarsi affettivamente alle cugine più eleganti per noi, ma evidentemente meno gradite a loro. Il mulo è sobrio e robusto come un asino e raglia come lui, ma con una taglia e conformazione fisica più simili a quelle del cavallo che lo rendono adatto a sforzi molto più intensi, particolarmente come bestia da soma. In passato erano anche considerati cavalcature adatte a donne e religiosi, per la loro affidabilità e il buon senso dimostrati sul campo. I bardotti sono invece figli di un cavallo e di un’asina, nitriscono, ma essendo i classici eredi che prendono i difetti dei genitori piuttosto che i pregi, oramai non vengono più allevati; i carbonai dell’Amiata usavano spesso bardotti per trasportare i loro carichi, forse perché le cavalle toscane erano davvero troppo fini per essere destinate alla produzione mulattiera ed era meglio per lo scopo mettere al lavoro le asinelle sparse sulle pendici dei monti.. Nella Murgia pugliese, invece, si allevano i grandi e robusti asini di Martina Franca fianco a fianco ai poderosi e barocchi cavalli murgesi: e proprio qui la produzione mulina fino agli anni quaranta era fiorentissima, dando muli ideali per l’artiglieria e la fanteria alpina. I muli nell’esercito venivano suddivisi in classi, differenziate per tipo a seconda delle caratteristiche: altezza al garrese, forza fisica, resistenza. I muli di 1a classe erano i piu grandi e robusti (artiglieria da montagna), quelli di 2a e 3a classe, più piccoli (fanteria alpina). Il mulo dagli alpini veniva utilizzato per il trasporto del mortaio da 120, che si compone di 3 pezzi: piastra, affusto e bocca da fuoco. Per trasportarlo "manualmente" ci vogliono tre alpini, oppure…un mulo.

domenica 9 dicembre 2007

Il Blog del Cantacucciolo

Grande notizia: il mi' cittino s'è fatto il Blog!!!!
Le mamme imbiancano , i figli crescono e santapaletta quanto tempo è passato da quando ha detto la sua prima frase compiuta, col ditino cicciotto che indicava il cucciolone di setter di mio suocero...."Bimbo bau!"
Vi presento Lomo a son chè

sabato 8 dicembre 2007

Fonderie

Tre morti e non è ancora finita, e non era nemmeno la prima volta lì. Possibile che si debba ancora morire lavorando? Thyssen-Krupp, mica una dittucola artigiana che fatica a sbarcare lo scadenziario di fine mese perchè non si riesce più a guadagnare un centesimo in più rispetto le spese...mi piacerebbe sapere lo stipendio dei super-manager della Thyssen responsabili del reparto che ha ammazzato quei poveri cristi.

giovedì 6 dicembre 2007

Misa Criolla


Ancora Natale con la Misa Criolla di Ariel Ramirez: l'ho scoperta l'anno scorso per via di un concerto in Sant'Agostino a Modena, è bellissima e trascinante e a noi non può assolutamente non piacere - un Gloria dove si sentono i cavalli galoppare attraverso i tamburi è più unico che raro! sono tutte le musiche per una solenne Messa di Natale ma come guardando un presepe argentino....in ogni brano ci sono citazioni delle musiche criollas (si, proprio come i cavalli!) ed entrano anche gli strumenti tipici di quella zona.
E' bellissima, quest'anno lo fischietterò fino allo sfinimento (il pargolone già non ne può più....)

Ebbene sì mi sto natalizzando di nuovo!

Sto cominciando a ricanticchiare Jinglebellsjinglebells, ho già preso quattro decorazioni nuove (in feltro, tedesche, per le finestre, irresistibili!) e rovisto disperatamente alla ricerca di qualcosa di carino da spedire inviare incollare girare...tanto per cominciare, questo!

mercoledì 5 dicembre 2007

Ancora Sardegna


Mi sono intorcinata con la Sardegna, posto che non conosco assolutamente ma che mi intriga sempre di più. Saltabeccando tra anglo-arabi, Tazenda e altre isolane cose ho tirato fuori anche l'inno della Brigata Sassari, Dimonios: a parte che è tutto diverso da ogni altra marcia militare che conosco (come dire...vivace!) ha l'ultimo verso che è bellissimo - avanti forza paris, forza andiamo avanti insieme. E adesso ci sono tutti quei problemi là in Sardegna, agricoltori circuiti dalle banche che hanno venduto prodotti finanziari che li stanno strozzando...avanti forza paris.
Potrebbe essere il motto delle Class Action!
La Brigata Sassari sta rientrando ora dall'Afghanistan e ha operato, tra le altre missioni, anche in Iraq.

martedì 4 dicembre 2007

Melanippe's special

Ieri Melanippe mi ha mandato una mail e ho scoperto che abbiamo un'altra passione in comune - le citazioni!!! ve la passo pari pari (oggi mi sento una sanguisuga!!)
Surgeons General Warning: Horses are expensive,
addictive, and may impair the ability to use common sense.

Grillo - ma è sempre tutto vero?


Ogni tanto leggo il Blog dei Blog, quello di Beppe Grillo. E' una persona trascinante, spesso dà voce a ribellioni che ci somigliano e ancora più spesso ci fa notare cose che non vedevamo abbastanza o abbastanza bene.
Ma dentro questo vortice è sempre tutto giusto, tutto corretto? che controllo ha il mitico Beppe sulla proliferazione di Meet Up locali e decentrati, dove non agisce lui ma altre persone? mi è venuto il dubbio per una faccenda qui in Appennino, una manifestazione organizzata dai Grilli modenesi per protestare contro quello che fanno passare per il taglio indiscriminato di un bosco su alle Lame di Pavullo:
il bosco in questione in realtà non è un'area protetta naturale e selvaggia ma un impianto di resinose mature che erano state messe lì proprio per farne legname da commerciare, che senso ha protestare contro il taglio (oltretutto scaglionato negli anni e che prevede il reimpianto di alberi giovani in sostituzione di quelli abbattuti per farne legno)???
Mi sembra che ci sia gente che ama più protestare per partito preso che ragionare sulla realtà delle cose - della serie intanto protestiamo, che si fa un po' di polverone e ci facciamo vedere anche noi.
E i cuori teneri e giovincelli tutti dietro fiduciosi, dando per buono tutto quello che esce con il bollino del Grillo nazionale.
Ma pensare con la propria testa mai?
E che buona fede hanno questi organizzatori di proteste a un tanto al chilo?
Mi insospettisco e m'ingrifo: questo è solo un caso locale - ma quante altre bufale ci sono che passano per proteste sociali Sante&Benedette perchè partono dal sito "giusto"?

Il file cinese


Stamattina arrivo in ufficio (quello del lavoro vero, atiessessennecistampaggiolamiera)e trovo il papone (che è anche il mio Boss visto che siamo una tipica azienda artigiana modenese su base familiare), col pancione che sobbalza dalle risate. Tra una lacrima di ilarità e l'altra mi indica una mail arrivata da un nostro cliente iper-esigente. Guardo bene, apro l'allegato e mi accorgo che chi l'ha spedita ha fatto un errorino: ci hanno mandato un file in cinese - evvvvai che si scoprono gli altarini della sub-fornitura di alta qualità.
Poi a noi chiedono non solo l'impossibile, ma che abbia anche il pizzo in fondo (certificato pure quello ovviamente).

domenica 2 dicembre 2007

L'anno contradaiolo...


...è iniziato ieri! per festeggiare, qualche foto del nostro Bru'one nello Slideshow.
L'anno scorso per noi è stato bellissimo: hanno battezzato Frè!

Ramandolo, resina e torta di mele.


Ancora dal libello...perchè niente piede, niente cavallo!
“Preferisco aver ragione che essere coerente.” - W. S. Churchill

Giacomo Portesan, anima candida d’un maniscalco, aveva scritto qualche tempo fa sul forum di Mr. Horse a proposito del suo modo di trattare i cavalli affetti da navicolite con molto entusiasmo, e tanto di referenze. Parlava di ferratura alternativa, resina, nuovi e strani moderni ordigni, e prontamente era stato accolto dal tribunale della Santa Inquisizione (incarnato nella fattispecie da una santommasa che chiedeva spiegazioni, statistiche e magari anche prove giurate di quanto dichiarato). Ce n’era abbastanza da scatenare una guerra di posizione, ognuno arroccato sulla sua a lanciarsi teoriche frecciatine di qua e di là dalla linea (bianca, ovviamente) di confine. Ed invece ieri mattina dopo qualche mail e un paio di telefonate, appuntamento in una scuderia vicina. Al posto del veleno e dei coltelli portiamo rispettivamente due bottiglie di vino (Giacomo) e una torta di mele (io); ma che strano modo di polemizzare, perdinci.
Comunque, mi presento col mio fagotto alla Cappuccetto Rosso all’appuntamento col lupo, che avevo già subodorato essere un po’ meno terribile del previsto: già il fatto di voler far vedere la realtà delle teorie tradotta in cavallo da ferrare in carne e ossa assegna un bonus notevole alla pagella del Rivoluzionario Maniscalco, siamo sinceri.

Il lupo, accidenti, non rispetta le favole: invece d’essere almeno un po’ prevenuto nei confronti di una rompiscatole che gli dà del millantatore (sempre in tono velato, però), mi saluta sorridente e tranquillissimo e non mi dà manco una ringhiatina, neanche una punzecchiatura anzi, sembra contentissimo di parlarmi di quello che fa, proprio trascinato dalla passione. Finalmente. Finalmente qualcuno che ti trasmette chiaramente il piacere di spiegarti quello che pensa: parlando mi ammucchia uno dopo l’altro in mano tutta una serie di “ferri” alternativi, alcuni in materiale plastico, altri rinforzati con la lunetta in metallo, poi solo plastici ma più rigidi, e man mano che sollevo dubbi me li sbriciola tutti uno alla volta snocciolando una in fila all’altra esattamente le spiegazioni che mi servivano. “No, l’usura della plastica non è incompatibile con il tempo necessario alla ricrescita dell’unghia fisiologicamente necessaria per una nuova ferratura, sì, la lunetta è stata messa proprio per impedire che i chiodi rompano la gomma dovendo trattenere un materiale elastico che si espande e ritrae ad ogni passo del cavallo…” Non trovo niente da ridire, tutto logico. E ancora, ferri d’alluminio in fusione o ricavati dal materiale pieno attraverso macchine a controllo numerico, non fatti “in serie”, disegnati per permettere un più facile stacco dell’anteriore per mezzo di una specie di sbarchettatura, meno materiale in punta che permette al piede del cavallo di effettuare il movimento in modo più naturale, come se fosse scalzo e non come è di solito con le sue brave ciabatte di ferro. Oddio, sto tradendo il maresciallo Blasio, ciabatte di ferro?….eh sì, perché parlando parlando (anzi ascoltando ascoltando) comincio a vedere le cose da un altro punto di vista.

Ascolto la spiegazione tecnicamente più corretta dal punto di vista anatomico e di meccanica del movimento che io abbia mai sentito in vita mia, e oltretutto resa perfettamente comprensibile e ben immaginabile dal modo di parlare di Giacomo. Non si compiace di usare termini cattedratici se non sono strettamente indispensabili, e ogni volta che nomina qualcosa di anatomicamente imbarazzante (flessore profondo, lamine sensitive, benda perioplica, lamine cornee e tutti gli altri, sì li abbiamo letti scritti in piccolo da qualche parte, ma raccontare a cosa servono è un altro paio di maniche) ti spiega dov’è e come funziona e cosa gli puoi fare di brutto o di bello. Cullata e rassicurata da questa lussuosa sensazione di comprensione, mi lascio andare a considerazioni del tutto nuove per una tradizionalista ad oltranza come me.
Bene al riparo della mia solida e (eufemismo…) compatta calottina cranica cominciano a rigirarsi dubbi che avevano tranquillamente dormicchiato fino ad oggi:

Perché mettiamo i ferri ai cavalli?
Per impedirne l’usura eccedente la ricrescita fisiologica dell’unghia, usura dovuta alla nostra necessità di montare il cavallo.
Ma a parte questo, cosa è necessario del ferro al cavallo? Il peso?
No, altrimenti sarebbero già nati per conto loro con l’unghia di bronzo.
I chiodi?
No, sono alla fine un corpo estraneo, che bravi maniscalchi riescono a mettere senza far danni ma che comunque sono rischi aggiunti, traumi in più per unghie sane e torture per cavalli con problemi; puoi infatti forgiare il ferro più complicato e sostenitivo per un cavallo con la navicolite, ma sempre a martellate glielo devi attaccare…e piantare sei o addirittura otto chiodi in un piede la cui struttura è già stata tutta dissestata, rovinata, confusa dal navicolare che sfonda gli altri tessuti e li sposta chissà dove, è andare ad aggiungere compressione e dolore dove già ce ne sono a sufficienza. Per non parlare di rischio di inchiodare tessuti che non andrebbero toccati ma che a causa del problema non sai dove possano essere andati a finire. La scintigrafia ossea difatti non è ancora strumento abituale, per i maniscalchi.
Sostituiscono l’unghia?
No, la proteggono, ma non sono e non si comportano come le unghie del cavallo. Nei cavalli bradi, l’unghia si consuma come è naturale, in certi punti più che in altri a seconda degli appiombi del cavallo e dei suoi movimenti, esattamente come noi facciamo con le nostre scarpe la cui suola racconta il modo che abbiamo di camminare. L’unghia si consuma e cresce a seconda della conformazione e quindi dei movimenti peculiari di quel cavallo, il ferro blocca qualsiasi possibilità di compensare anche solo lievemente certe deviazioni di appiombo con un’usura più marcata in certi punti piuttosto che in altri. Come può, poi, un materiale rigido sostituirne uno elastico?

Ma fin qui abbiamo solo fatto della filosofia, scaldato le idee: adesso entriamo in scuderia e si fa sul serio, vediamo com’è questo benedetto modo di spalmare resina sotto gli zoccoli dei cavalli.
Portano la cavalla che Giacomo deve “ferrare”, una piccola gentilissima baia di dieci anni. Trenta giorni fa le ha fatto per la prima volta pareggio e applicazione della resina. La cavalla, mi racconta il proprietario, era decisamente incastellata, con piedi piccoli e chiusi e risentimenti conseguenti acuiti dal suo mestiere (s.o.). Chiedo il permesso e mi avvento sui piedi della bella, occhi miei fatevi capanna e cosa vedo? niente ovviamente. Sembra decisamente scalza, mi viene fatto di dire come a mio figlio “dove hai messo le scarpe?” ma mi trattengo in tempo. Appena un rilievo lascia intuire che a un certo punto della muraglia comincia uno strato di qualcosa che non è unghia, le prendo un piede in mano e vedo dove ci sarebbe il ferro una patina grigiastra, sottile come un biscotto. Non una spalmata informe di materiale, ma una striscia applicata esattamente dove l’unghia tocca il terreno e basta, che leggerezza. Mi sembra quasi di immaginare il piacere della cavalla nel poter finalmente sentire il piede allargarsi a dovere, l’unghia non costretta rigidamente ma libera di ammortizzare il peso. Non so quanto sia professionale e corretto, ma cerco di ricordare i miei piedi dentro un paio di scarpe strette (ahia) o scalzi (aaaaaaaaaah….) Forse non è poi un’idea così peregrina, questa resina. Giacomo comincia a lavorare, toglie il materiale vecchio con le tenaglie e pareggia leggerissimamente dove serve l’unghia, poi tutta l’operazione di pulizia necessaria perché la resina catalizzando si attacchi dove deve, sotto e sulla muraglia esterna per garantirne la coesione a lungo. Il tutto, impacchettato con la pellicola trasparente sino a quando non è indurito a dovere. La cosa prende parecchio tempo, la messa in posa è delicata per via dell’accuratezza che serve ad utilizzare i materiali, ma quello che mi ha maggiormente impressionato è stata la cura che Giacomo mette nel pareggio. Non toglie molto, anzi davvero pochissimo ma in modo ragionato, preciso e sicuro. Intanto osservo che chiaramente il piede della cavalla nella parte inferiore si è un po’ allargato negli ultimi trenta giorni, la muraglia non scende perpendicolarmente al terreno, un lato parallelo all’altro, ma svasa verso il basso come non avrebbe chiaramente mai fatto con un ferro normale a costringerne la circonferenza.
Raccolgo da terra uno dei pezzi di resina vecchia, lo cincischio un po’ e vedo che ha la stessa compattezza dell’unghia del cavallo effettivamente, rigida ma elastica abbastanza da poterla leggermente torcere, senza spezzarsi. Sembra proprio unghia, non più rigida non più molle, solo più omogenea e compatta. Un cucciolo di Jack Russel arriva quatto quatto a rubare quello che ha scambiato per un golosissimo ritaglio di zoccolo, chissà come ci rimarrà male a masticare resina catalizzata al posto di saporita e organica sostanza cornea!

Finito il lavoro e rimessa la cavalla nel box, io tiro fuori la torta di mele e Giac il suo squisitissimo Ramandolo e facciamo merenda nel corridoio tra i cavalli, sbuffando briciole e zucchero a velo tra una parola e l’altra. Mi racconta che anche lui ha cominciato come tanti con la classica scuola militare di Pinerolo, ma poi crescendo si faceva domande imbarazzanti che non avevano risposta da parte dei maestri (domanda: “perché devo abbassare il tallone nel pareggio, per poi mettere un ferro con le biette per alzare il tallone?”, risposta: “...!!!!...”) e allora ha cominciato a coltivarne una serie sua indipendente di risposte, per questo osteggiato dai puristi classici ad oltranza legati forse alla forgia più che all’anatomia equina. Mi saltano agli occhi della memoria i classici quadri riportati nei manuali di mascalcia, che espongono tutti i tipi di ferro possibili e immaginabili, panoplie di soluzioni meccaniche a problemi del cavallo sono il blasone di quel modo di intendere la ferratura, e mi balena il pensiero tremendo che forse dedicando troppa cura al ferro in sé stesso si possa perdere di vista la cosa più importante, cioè la fisiologia del cavallo, di quel cavallo in particolare. L’attenzione non va spostata più sulla parte viva, che su quella da forgiare o da applicare tout court, come per la maggior parte dei comuni equini mortali? Amletici dubbi tutti irrisolti, ma purtroppo è tardi. Sparecchiamo bicchieri e piatti dall’armadietto dove li avevamo appoggiati e ci salutiamo, lascio quel che resta della torta a Giac sperando di farmi perdonare per il mio pessimo carattere e lo abbandono a malincuore nelle mani dei suoi amici-clienti.
Me ne vado rimuginando pensieri vari: ovvio che per un cavallo normale, sano, la ferratura tradizionale ben fatta è sufficiente. Altrettanto ovvio che se un cavallo ha problemi, o delicatezze e sensibilità particolari potergli far mettere in ordine i piedi in questo modo è un bel regalo, e come dice Giacomo “il proprietario paga, ma il mio cliente è il cavallo”. Ma perdinci, sono convintissima che con l’occhio e la cura che mette nel suo lavoro, ferrerebbe benissimo anche alla vecchia maniera…ma temo sia meglio dirlo sottovoce.

sabato 1 dicembre 2007

Benigni e la Divina Commedia


L'altra sera sono rimasta ipnotizzata da Roberto Benigni, mi rendo conto d'essere ignorantissima ma non mi aveva mai appassionata così tanto Dante Alighieri (da sola faccio fatica a capire le sue sfumature, c'è poco da fare). Ma la cosa che mi ha impressionata di più è che Benigni quando recita il testo originale alla fine della serata, dopo averti portato dentro il girono dell'inferno e fatto capire quello che Dante voleva dire, diventa persino bello: la sente davvero, la ama davvero, e lo trasforma.

venerdì 30 novembre 2007

Andata!

Anche questa volta è andata, quando devo parlare in pubblico ho sempre 24 ore di terrore - "Udio, e adesso che gli racconto a questi"? poi il mio talento più notevole (l'incoscienza) prende in mano la situazione e quando mi danno il microfono attacco a parlare e tutto fila liscio. Ieri sera poi è andata particolarmente bene: molte persone assolutamente non interessate alla storia, buffet all'impiedi, bicchieri e salatini in mano ma quel centinaio di cristiani che erano nella Sala dei Cocchieri li ho sentiti che mi ascoltavano attenti, te ne accorgi quando ti badano davvero. Non mi ricordo assolutamente che gli ho detto (altra costante, mi butto e poi non so nemmeno che dico), non riesco a stare abbastanza attenta da ricordarmene dopo, alla fine esce tutto per conto suo - ma insomma grazie a Maria Bellonci e Rinascimento Privato sembra me la sia cavata anche questa volta e son riuscita a cucire insieme Estensi, terra e profumi. Il conduttore della serata, Alfonso Scibona de La Gazzetta di Modena è stato bravissimo ad usare il mio filo conduttore (la terra, intesa come palcosenico della nostra storia)per aprire la strada al discorso del mitico prof. Giuliani, che si è così lanciato nel suo elemento naturale (lui con la terra delle sue parti ci ha fatto le piastrelline dello Shuttle, mica noccioline) - se ci fossimo messi d'accordo non sarebbe venuto così bene, che bellezza intendersi così al volo. Poi finalmente tutta la mia passione insana per Isabella d'Este è riuscita a tovare uno sfogo e ad esprimersi, alè, anche se ristretta ristretta.

mercoledì 28 novembre 2007

Generale Ferrero


Oggi chiacchiere con Antonio sulla serata di domani sera al Palazzo Ducale di Sassuolo (devo fare una mini-mini-conferenzina sugli Este, come antipasto alla presentazione di un profumo che si chiama Acqua Estense, sic!). Come solito Mr. Brain è una miniera di informazioni e con lui si può saltabeccare di palo in frasca nel modo più proficuo - stavolta mi ha raccontato della prima resistenza militare italiana dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.
L'ha fatta il generale Ugo Ferrero, che comandava la Scuola Sottufficiali del Regio Esercito che aveva sede proprio nel Palazzo Ducale di Sassuolo: per quattro ore, asseragliato lì dentro con gli allievi e i pochi mezzi in dotazione della scuola, tenne testa ai tedeschi. Furono tutti catturati e mandati nei lager in Germania - il generale Ferrero morì durante l'evacuazione di quello nel quale era stato rinchiuso. Stavano arrivando gli Alleati, i tedeschi dovevano sgomberare quei posti infami senza lasciare tracce, il generale Ferrero stremato dalla prigionia e dalla marcia inumana si inginocchiò nella neve come tanti altri, e come a tanti altri un tedesco sparò alla nuca.

Butteri e Buffalo Bill


Ancora Butteri ma con una spolveratina "stars and stripes", sempre dal mio libello "Argento e vecchi filetti":

...Ma torniamo a noi: nel suo traversare la penisola, l’ormai vecchio Buffalo Bill incontrò la Maremma; per la precisione, la incontrò a Roma: s’organizzò una sfida tra i cavalcanti italiani e quelli a stelle e strisce. Pionieri da luci della ribalta contro i butteri cotti dal sole, quelli che avevano sterminato bufali e indiani contro chi era riuscito a non farsi sterminare dalla malaria. Butteri contro cow-boys, scafarde contro selle dell’ovest, cavallini ispidi, tosti e pronti contro cavallini ispidi, tosti e pronti.
I maremmani non erano stati ancora migliorati, i quarter non esistevano nemmeno.

Leggiamo cosa raccontano Riccardo Gatteschi e Nedo Ficulle di quella giornata:

“Siamo a Roma, nel 1901, in un grande parco non lontano dal Vaticano. Davanti a qualche migliaio di persone i mitici e amatissimi cow-boys americani portati in Europa dall’ancor più leggendario William Frederick Cody – ossia Buffalo Bill – devono battersi, per contratto, contro uno sparuto gruppo di sconosciuti butteri maremmani.
Si tratta di stabilire chi è in grado di domare un puledrino parecchio vivace. Cominciano gli americani ma, uno dopo l’altro, riescono a rimanere sulla groppa dell’animale solo qualche istante prima di venire scaraventati a terra fra le risate e gli sberleffi degli spettatori. E’ poi la volta dei butteri: il primo viene disarcionato presto, ma il secondo – e il suo nome è passato alla storia: Augusto Imperiali – si aggrappa alla criniera e non molla la presa fino a quando pare a lui. Dopo un’elegante galoppata salta giù facendo una piroetta e con una mano saluta anche il pubblico che lo acclama
.”
E’ rimasta anche una fotografia, bellissima per l'immediatezza e per il realismo che riesce a trasmettere: Cody si avvicina (baffi, cappellone e tutto) ad un buttero per accennare una discussione, ma il nostro non ha nessuna intenzione di farsi intimidire dall'aspetto esotico del cow-boy e difende molto vivacemente il suo punto di vista spiegandogli animosamente anche coi gesti quel che pensava (e forse è meglio non indagare troppo su quel che gli voleva far ben capire). Fa’ perfino tenerezza il vecchio colonnello, vedendolo così perplesso mentre si prova a discutere con un buttero maremmano che difende le sue ragioni. Sicuramente dopo avrà ripensato alle sane, defatiganti scaramucce con i suoi selvaggi indiani con molta più nostalgia ed affetto.
Proprio per questi gesti e per queste espressioni così spontanei l'immagine non ha perso d’attualità, potrebbe essere stata scattata ieri: l'americano un pelo sopra le righe ma sempre classico per i canoni dell'Ovest, ed i butteri assolutamente identici, dalla bardella al cavallo, dalla grinta al berretto a quelli d’oggi. Particolare in ogni modo il mantello grigio del cavallo maremmano, oggi molto raro nei maremmani e considerato un po’ atipico e non desiderabile, secondo i canoni di razza.
Questi della disfida erano gli uomini della tenuta Caetani, e la foto è stata scattata nel 1901 a Roma.


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martedì 27 novembre 2007

Caccia alla volpe - parte seconda


Ovviamente da noi alla Vespasiano Gonzaga si pratica il paper hunt: la campagna emiliana così intensamente coltivata non si presta certo alle galoppate che una brughiera rende possibili - e a me personalmente non divertirebbe per niente l'idea di essere lì ad inseguire una bestia che sta per essere sbranata, farei più il tifo per la volpe che per i cani.
Quindi niente cani nè volpe, tutti sostituiti da cavalieri che ne fanno le veci - la volpa scappa e lascia tracce (pezzetti di carta), e tutti gli altri all'inseguimento, dietro il Master ovviamente. Comunque le regole che valgono per a Caccia alla volpe coi cani valgono anche per il paper humt e sopratutto sono utilissime anche per il cavaliere di campagna, quindi eccovele! come vedete, niente di più che un sano buon senso ed una normalissima buona educazione, ma non fa mai male ripassare.

Norme di comportamento in caccia

1. Essere puntuali al meet. I cani partiranno comunque all’ora prevista.
2. Appena arrivati sul luogo del meet avvicinare il Master, togliersi il cap (se cavaliere) o inclinare graziosamente il capo (se amazzone) e salutare con un cortese “Buon giorno, Master”. Altrettanto per l’Hunts man ed i Whipper-in. Non é necessario in questo momento fare conversazione con altri appartenenti allo Staff, visto che stanno lavorando per preparare la giornata di caccia.
3. Se non siete un membro della Società, pagare il cap immediatamente al segretario del Field prima dell’inizio del meet e senza aspettare di essere sollecitato. Chiunque porti un ospite deve presentarlo al Master ed al Segretario prima del meet.
4. Cavalcare dietro al Master e seguire sempre le sue indicazioni. Mai al suo lato, e nemmeno troppo vicino al posteriore del suo cavallo.
5. L’abito di caccia è riservato ai Soci anziani e particolarmente esperti, chi lo veste ha diritto ad un rispetto particolare.
6. I Soci più giovani devono sempre dare la precedenza ai più anziani.
7. I cani, il Master, l’Huntsman e i Whipper-in hanno sempre la precedenza. Nel caso fosse necessario per lasciar loro il passo, eseguire una volta col proprio cavallo e mettersi dietro di loro per proseguire la caccia.
8. Non mettersi mai tra l’Huntsman ed i suoi cani.
9. Non parlare né interferire mai coi cani, a meno che non si sia invitati a farlo dall’Huntsman o dal Master.
10. Quando i cani lavorano, stare tranquilli e fermi per non distrarli.
11. Quando i cani sono vicini al vostro cavallo, rivolgere sempre la testa di questo verso di loro in modo da evitare che possano essere raggiunti da un calcio – uno dei crimini peggiori da parte di un componente del field.
12. Se vedete una volpe, attirare l’attenzione dell’Huntsman o di un Whipper-in il più velocemente e silenziosamente possibile ed indicatelo tenendo il vostro cappello in aria, puntandolo nella direzione della volpe in fuga. Nel caso siate lontani e fuori vista dall’Huntsman, gridate il vostro “Holloa” per avvertirlo. Mai però se i cani stanno già seguendo la pista.
13. Mai seguire troppo da vicino un altro cavallo, pena il rischio di ricevere un calcio. Non bisognerebbe mai portare in caccia un cavallo che calcia facilmente, nel caso non possiate fare altro mettete un fiocco rosso alla sua coda, rimanete dietro gli altri cavalieri od amazzoni, e ricordate che il fiocchetto rosso non vi assolve dalla responsabilità delle eventuali conseguenze.
14. Se il vostro cavallo rifiuta un salto, allontanatevene immediatamente e riprovate soltanto dopo che tutto il field sia passato.
15. Riferite subito di ogni eventuale danno procurato al Field Master, il prima possibile.
16. Accertatevi che ogni cancello venga richiuso, dopo che siete passati oltre.
17. Rispettate sempre i terreni dove passate, ed il loro proprietario. Siete suoi ospiti. Evitare qualsiasi danno a terreni e colture, non attraversare le proprietà private in giorni in cui il Filed non è stato invitato a farlo.
18. Mai fumare quando i cani stanno cercando la pista o sono nelle vicinanze. Quando hanno finito e potete fumare una sigaretta, assicuratevi che il mozzicone finisca nelle vostre tasche e non sul terreno.
19. Siate pronti ad offrire aiuto al prossimo.
20. Ricordatevi che la caccia ha una sua andatura e se voi la intralciate potete provocare incidenti. Se il vostro cavallo da problemi, mettetevi in coda al field. Un po’ di comune buon senso permetterà alla giornata di caccia di svolgersi in modo tranquillo e piacevole.
21. Non lasciare mai il field senza il permesso del Master.
22. Alla fine della caccia, ringraziate il Master per la bella giornata trascorsa.

lunedì 26 novembre 2007

Caccia alla volpe - parte prima


Altri appunti sparsi dalla ricerca fatta per la mostra "Seguendo le tracce": il colonnello Varrà, Master della Società per la Caccia alla Volpe Vespasiano Gonzaga, mi aveva chiesto di preparare qualche testo per le belle fotografie di Paola Bandiera che abbiamo esposto nella magnifica galleria del Palazzo Ducale di Sabbioneta; li ho anche utilizzati per ampliare e correggere la voce relativa in Wikipedia

Seguendo le tracce
In Europa la caccia a cavallo sin dal Medio Evo era particolare privilegio degli appartenenti alle famiglie nobili, proprietarie di vastissimi terreni per la maggior parte incolti che offrivano rifugio agli animali più apprezzati come trofeo. Cinghiali , cervi e daini erano le prede più ambite, il cui inseguimento dava modo a cavalieri ed amazzoni di fare sfoggio di tutto il proprio coraggio ed abilità a cavallo (e non solo: si dice che Caterina de’ Medici, Regina di Francia e moglie di Francesco I ed ottima amazzone ne approfittasse anche per avere occasione di mostra delle sue bellissime gambe, purtroppo una delle poche grazie fisiche di cui era in possesso). La presa si risolveva dopo un inseguimento più o meno lungo, attraverso piste erbose ricavate nei boschi.
Un giorno del 1787, il Duca di Beaufort tornando da una caccia infruttuosa e preso dalla noia lancio’ i suoi cani all’inseguimento di una volpe che per caso incrociò la nobile compagnia…il percorso offerto dalla sua fuga disperata fu cosi diverso e divertente che da quel giorno il Duca cacciò solamente la volpe, e presto moltissimi seguirono il suo esempio.
Circa mezzo secolo dopo, nel 1836, Lord Chesterfield portò la moglie in Italia per un lungo periodo di convalescenza, e precisamente a Roma dove si fece presto raggiungere da cani, cavalli e personale di caccia percorrendo poi la magnifica campagna romana in compagnia di scelti amici italiani. Una volta guarita la moglie Lord Chestefield tornò in patria, ma regalò i propri cani al Principe Livio Odescalchi che sarebbe stato il Master del primo field italiano, quello della “Società Romana per la Caccia alla Volpe”.
A causa di gravi incidenti nel 1848 le cacce furono interrotte da Papa Pio IX, pregato a muovere questo passo da madri e mogli dei cavalieri, angustiate dalla preoccupazione; ma grazie ad opportune pressioni in senso opposto il Pontefice riconcesse le cacce ai suoi gentiluomini e queste continuarono regolarmente.
Apparentemente il dispendio di energie e risorse relativi ad un passatempo come la caccia alla volpe possono sembrare sproporzionati, eppure le conseguenze di questa pratica sono state molto forti per tutto il mondo legato all’equitazione: il Marchese di Roccagiovine, militare ed istruttore attento e scrupoloso prima ancora che ottimo cavaliere, pensava che se i francesi avessero potuto disporre di soldati abili a cavallo come gli inglesi, e montati su cavalli altrettanto veloci e capaci di affrontare qualsiasi ostacolo in campagna probabilmente a Waterloo l’esercito di Napoleone non sarebbe stato colto di sorpresa dall’arrivo dei rinforzi nemici.
La capacità tecnica ed il coraggio allenati con l’equitazione (di campagna in generale e sugli ostacoli in particolare) produssero cavalieri militari che misero in luce le proprie doti di carattere in ben altri momenti che non quelli di un piacevole meet: basti pensare a Bolla, Bettoni Cazzago, Guillet.
Tra i migliori cavalieri che seguivano i Master delle Società che presto nacquero in tutta Italia (Napoli, Milano, Udine per prime) c’erano ovviamente gli ufficiali del Regio Esercito Italiano, impegnati non solo a fare vita mondana approfittando dei vari meets ma anche e soprattutto ad allenarsi a percorrere i terreni più vari e difficili secondo il peculiare Sistema messo a punto dal nostro Capitano Caprilli.

“Il seguire una caccia, specie se condotta su distese che quasi si perdono a vista d’occhio, su percorso ignoto, alla coda dei cani, con ostacoli seri comparenti talvolta dopo 60, 70 minuti di galoppo ininterrotto richiede un cavaliere dall’allenamento serio, sicuro in sella, abile nell’equitazione di campagna, dal cuore saldo, con cavallo di molti mezzi e ben istruito sull’ostacolo”
Conte Fè d’Ostiani

Lo stretto legame tra Equitazione Militare ed Equitazione di campagna è facilmente individuabile, ma il particolare tipo di equitazione richiesta dalla caccia alla volpe è sicuramente una palestra importantissima per la tecnica e lo stile dei militari che dovranno poi fare uso del cavallo come arma e mezzo di trasporto in condizioni estreme come quelle che si creano in guerre e battaglie; per questo la pratica dell’equitazione e la partecipazione alle cacce a cavallo fa parte del bagaglio di prove ed esperienze utili ai militari non solo di Cavalleria, e non solo del secolo scorso.

“Le cacce a cavallo sono date da quel ramo ippico che porta all’inseguimento di un animale scovato o lasciato libero attraverso la campagna ed inseguito da mute di cani, risultante in un percorso sconosciuto a tutti per durata di galoppi e per la difficoltà di ostacoli da superare.
A fianco di queste ci sono i percorsi di campagna, chiamati frequentemente paper-hunts …dove il percorso studiato da uno o più cavalieri qualche giorno innanzi, viene indicato con pezzetti o lunghe strisce di carta lasciate cadere ai bivi o nei punti di terreno privi di riferimento, per indicare ai cavalieri del field la via da percorrere per inseguire e raggiungere colui che funge da volpe.
Le prime sono di assai maggior importanza e non si possono fare che dove vi sono terreni che non soffrano del calpestamento dei cavalli, e dove i mezzi delle Società siano tali da fronteggiare i danni e la costituzione complessa di un canile.
Le seconde possono aver luogo quasi da per tutto
…”
Conte Fè d'Ostiani

sabato 24 novembre 2007

Ancora Savoia

Qui linkato un bell'articolo di Mario Cervi de Il Giornale. Non digerisco questo paio di savoiardi che sembrano generati più da una strana specie di molluschi parassiti, più che da quella persona piena di dignità e coraggio nelle scelte difficili che era Umberto II.
Ultimo Re d'Italia, in tutti i sensi.

Muore un Uomo


Inaugurazione di un ponte a una ventina di chilometri da Kabul, i soldati italiani garantiscono la sicurezza per la manifestazione: un attentatore suicida sale dal greto del fiume, i militari italiani lo individuano e riescono a fare in modo che non riesca ad avvicinarsi alla folla ma facendosi saltare il "prode martire" riesce ad uccidere comunque Daniele Paladini, maresciallo capo della Brigata Aosta e altri nove civili afghani oltre a ferire altri tre soldati italiani.
Paladini è saltato in aria con il talebano dopo averlo bloccato.
Chi è il vero martire, chi muore per salvare o chi muore per uccidere?
E perchè deve essere l'ultima cosa che fa un uomo quella che fa capire a tutti quanto forte e unico, e generoso e coraggioso fosse?
Il Maresciallo Paladini era sposato con una bambina di cinque anni ed era nato a Lecce 35 anni fa.

venerdì 23 novembre 2007

Fine settimana in Umbria!


Ancora non lo sapete (forse!) ma appena posso me ne scappo in Umbria; abbiamo una casina piccolina a Piegaro, e ci si sta benissimo. Domani devo potere le rose, mi sa. Ho piantato proprio una Pierre de Ronsard tre settimane fa, speriamo stia bene!

B come Butteri


BUTTERI – Guardiani di mandrie, montati a cavallo per svolgere con più facilità il lavoro nel territorio della maremma toscana e laziale. Sono gli unici veri sopravissuti dell’equitazione rinascimentale italiana: la sella e il modo di montare, il tipo di cavallo e di addestramento sono quanto di più simile e genuino ci sia rispetto al mondo di Pignatelli. Qualche lettore a questo punto sarà sicuramente svenuto: dopo essersi riavuto, sia cosi gentile da confrontare il giudice maremmano con il piliere di Pignatelli, la sella col pallino con la selle angloise piquèe, il modo di tenere il pungolo dei butteri con la maniera di tenere la frusta dei cavalieri accademici, il capezzone maremmano col capezzone a seghetta, il modo di abituare al lavoro il puledro maremmano col modo di abituare al lavoro un cavallo secondo gli insegnamenti di Rosselmini e compagnia. Dimenticate nei tomboli e nelle maremme, ci sono ancora le impronte di una equitazione colta, seppur ruvida, come quella dei cavallerizzi del XVII secolo.

giovedì 22 novembre 2007

Ancora Caprilli


Oggi, stando attorno ai cavalli, capita spesso di sentirsi chiedere “Cos’è la doma dolce? Come funziona?” e solitamente da questa innocente domanda partono fiumi di parole che spiegano solo parzialmente cosa sta dietro questa locuzione di moda, ormai talmente banalizzata da aver perso ogni connotazione reale. E nella stragrande maggioranza dei casi chi pone la domanda non ha mai sentito parlare né di Federigo Caprilli, né del suo Sistema di Equitazione Naturale; questo vuole dire che la stragrande maggioranza delle persone che nel nostro paese si avvicinano all’equitazione e ai cavalli non ricevono nessun insegnamento, nessuna istruzione o informazione da chi li mette materialmente nelle condizioni di montare a cavallo e dall’ambiente sportivo che li circonda – in definitiva, vuol dire che non c’è una diffusa cultura equestre e chi si immerge in questo mondo così complesso spesso crede basti comprare lezioni, stivali e cavallo per avere tutto quel che serve alla bisogna. Ma grazie al cielo l’essere umano è sensibile e curioso e il desiderio di soddisfare le necessità di conoscenza per risolvere i problemi che si presentano montando a cavallo afferra molti cavalieri “in crescita”….ma cosa trovano? Più che altro pubblicità (spesso ben fatta) piuttosto che seri, riconosciuti e ovvi punti di riferimento. E’ molto più facile trovare una capezzina al macramé piuttosto che un istruttore che ti spiega come condurre correttamente un cavallo sottomano o gestirlo da terra, molto più probabile sentir parlare di un “nuovo” modo (più o meno new age) di addestrare cavalli che di una scuola di equitazione dove, oltre al numero di punti necessario per il passaggio di patente, ti insegnino anche la psicologia del cavallo. In definitiva il miglioramento e la crescita di un cavaliere sono affidati più al mondo del commercio che a quello dell’istruzione – e il commercio vive del prodotto del momento, non di storia o cultura.
Così il capitano Caprilli e il suo metodo sono sconosciuti ai più, ricordati solo da qualche colonnello di cavalleria in pensione o altri nostalgici ex-allievi di quei marescialli che hanno messo in sella tutti i campioni nazionali. Ed è un peccato, perché cosa c’è di più “dolce” di un metodo che ha come principio cardine il “lasciare il cavallo libero nei suoi atteggiamenti naturali, assecondarne i cambiamenti di equilibrio senza imporgli nessuno spreco di energia fisica e nervosa oltre quella strettamente necessaria per compiere il lavoro richiesto”? Siamo arrivati al punto che l’ignoranza equestre sia così diffusa da far pensare ai più che “vecchio” sia solo crudele e doloroso, e “nuovo” per contro solamente dolce e naturale.
Niente di più sbagliato, ma ovviamente per rendersene conto occorre conoscere qualcosa di più che le ultime mode di maneggio.

mercoledì 21 novembre 2007

Il Savoia vuol essere risarcito

Vittorio Emanuele e famiglia hanno chiesto un risarcimento alla Repubblica Italiana, 260 milioncini di Euro in conto rimborso esilio, beni non goduti, proprietà confiscate e danni morali vari.
Allora per cortesia dite al signor Savoia che io voglio essere risarcita di:
-danno morale derivante dal comportamento vergognoso della SUA famiglia in occasione della firma per avallo apposta alle reggi razziali nell'allora Regno d'Italia, mentre i loro colleghi reali di tutta Europa (Inghilterra e Danimarca tanto per fare un paio di esempi) si distinguevano per dignità e coraggio.
-danni morali e fisici invalidanti conseguiti da mio nonno Obes Marchetti: il suo re scappava l'otto settembre 1943 senza avvertire un soldato che era stato mandato in guerra da anni per lui in Jugoslavia, in Albania, in Grecia e che veniva sorpreso dalla fuga del real vigliacco troppo vicino ai novelli ex-alleati tedeschi. Venne preso, spedito a Buchenwald dove rimase fino alla fine del conflitto devastandosi l'anima per sempre. Nessuno dei suoi figli o della sua famiglia ricevette niente -nè aiuto, nè comprensione, nè sostegni, nè tantomeno risarcimenti- per tutto quello che aveva patito e per le conseguenze di quei patimenti. Non mi si tiri fuori a comparaggio la povera Mafalda di Savoia a Buchenwald, la cui tragica morte non annulla bensì peggiora le colpe del capo della sua famiglia.
Il signor Savoia deve rispondere del mio nonno materno, di quello paterno (più fortunato, dopo l'otto settembre finì in mano agli inglesi invece che ai tedeschi)e di tutti gli altri italiani, con o senza divisa, che dovettero patire le decisioni di gente incompetente a ricoprire incarichi di responsabilità e che invece per disgrazia era demandata a governare il mio Paese.
L'unico della (peraltro brevissima) dinastia che si è sempre comportato in modo degno è stato Umberto II, al quale va tutto il mio rispetto: ma purtroppo il figlio non gli assomiglia per niente, in nulla.
Il risarcimento dovuto a me e alla mia famiglia per i mie nonni va va moltiplicatop per tutti gli italiani, ovviamente.
-E poi forse che i Savoia riconobbero qualcosa ai loro cugini di Borbone, quando li colpirono alle spalle e si costruirono un Regno tirandolo via di mano per metà a gente di famiglia?

Il Presidente Napolitano ha espresso esattamente quello che penso, sento e vorrei dire al signor Savoia.

lunedì 19 novembre 2007

I cavalli di nessuno


Dopo l'episodio del cavallino molisano ho fatto un po' di domande in giro e mi hanno aiutata quei mostri sacri della mailing list "Pianeta Cavalli".
Ecco cosa mi ha risposto la gentilissima Daria Scarciglia, avvocato, alla mia stupidissima domanda "Ma se capitasse un'altra volta di trovare un cavallo di nessuno bisognoso di cure, che si dovrebbe fare?":
"Provo a rispondere per quanto riguarda l'aspetto legale.
Occorre per prima cosa che lo stato di salute del cavallo sia refertato da un veterinario, che può essere un privato o del servizio pubblico.
Quindi occorre sporgere denuncia presso i Carabinieri e qui le ipotesi di reato sono diverse:
- introduzione e abbandono nel fondo altrui (636, 639 bis c.p.)
- maltrattamento (544 ter e quater, 727 c.p.)
- omessa custodia e malgoverno (672 c.p.)
- danneggiamento (544 bis, 638 c.p.).
La denuncia sarà evidentemente contro ignoti, ma ciò non toglie che le indagini sono dovute e che tutti gli atti verranno poi trasmessi alla Procura della Repubblica che deciderà, nel termine di 6 mesi, prorogabile una sola volta di altri 6 mesi, se procedere (nel caso in cui i responsabili vengano individuati) o se archiviare.
Colui che ha trovato il cavallo ne diventa custode giudiziario e dovrà agire diligentemente affinché l'animale sia curato, nutrito e sorvegliato, e avrà il diritto di decidere se tenerlo presso di sé o se affidarlo ad altri, restandone, tuttavia, responsabile quanto al suo benessere.
Nell'ipotesi in cui il responsabile dell'abbandono e dei maltrattamenti venga individuato e rinviato a giudizio, il custode dell'animale potrà costituirsi parte civile, o azionare il separato giudizio in sede civile per il risarcimento del danno.
In ogni caso, se a conclusione delle indagini non dovesse essere individuato il proprietario dell'animale, il custode, decorsi 20 giorni, ne diventa proprietario ai sensi dell'art. 925 c.c., con la conseguente piena espansione di tutti i diritti e doveri che derivano dalla proprietà di un animale.

Argento e vecchi filetti


Altro capitolo del libello, di cui potete vedere qui la copertina.
Le foto del libro, ahimè, non sono incluse!

La caduta degli deiUn documento raro, una vecchia cartolina della Scuola di Cavalleria di Pinerolo, un’immagine sbiadita come un vecchio dagherrotipo ma sufficiente per rappresentare la caduta degli Dei.
Lo sapevamo tutti che anche a Caprilli capitava di cadere, ovviamente, e questo non ha mai fatto diminuire di un grammo tutta la stima, l'ammirazione e la gratitudine verso il Maestro che ognuno di noi ha; anzi forse il saperlo fallibile lo rende un po' più umano (inteso come Mito).
Ma in quanti hanno visto davvero il celebre Capitano nella polvere? da questa fotografia, abbiamo la prova che ebbene sì, almeno quando cadeva....Caprilli aveva il nostro stesso stile (anche se, per la verità, qui era caduto il cavallo per primo ed il Capitano ne aveva soltanto subito le inevitabili conseguenze).

Curiosi, ma con il dovuto rispetto, assistiamo a questa tombola con la solidale, cameratesca e affettuosa comprensione di chi montando a cavallo ha fatto inevitabilmente la stessa esperienza; mal comune mezzo gaudio, e poi non era solo chi fosse caduto dodici volte, a potersi dire cavaliere?
Sbirciamo per caso un episodio tra tanti. Ma guardando questa caduta viene immediato ricordare anche l’ultima del Capitano e calarsi nei panni di Gallina, amico di Caprilli, commerciante ed allevatore di cavalli: lo aveva visto accasciarsi al suolo cadendo di sella privo di sensi mentre provava un morello della sua scuderia. Una perdita di conoscenza che, se lo avesse colto in un altro momento, non avrebbe avuto le stesse tragiche conseguenze; invece capitò mentre montava, cadendo sbatté violentemente la base del cranio sul selciato, e morì poche ore dopo senza riprendere i sensi.
Ma visto il numero di ore impressionante che passava a cavallo (nei giorni in cui non era di servizio ne montava anche dieci al giorno, e più), era statisticamente molto difficile gli capitasse in altra occasione. Una passione veramente instancabile lo animava e spingeva a perfezionare, migliorare e mettere a punto il suo Metodo che, pensato e indirizzato verso il lavoro di reclute e cavalli giovani in terreno aperto e vario, basava tutto il suo essere sulla profonda attenzione che Caprilli aveva per il cavallo ed i suoi movimenti naturali, per il suo reagire a stimoli, aiuti e condizionamenti. Patrimonio di conoscenze a Lui arrivate anche grazie ed attraverso Cesare Paderni, suo Maestro, che era un raffinato conoscitore dell’Equitazione Accademica. Caprilli fu unico per intuito e sagacia nel partire da una base comune e conosciuta, per trarne gli elementi utili ad un fine del tutto nuovo, moderno, utile e pratico: riuscire a metter bene in sella giovani inesperti, su cavalli non di scuola, e renderli in grado di muoversi sicuri e veloci per il mondo, quello vero, al di fuori delle cavallerizze e dei maneggi. Per fare questo impegnò tutte le sue risorse, o meglio gran parte delle sue risorse: una certa quantità, da buon ufficiale di cavalleria, la riservava alle signore e signorine che non resistevano al suo fascino.

Un Ingegnere francese che sapeva qualcosa di equitazione, tale Mr. Gogue (sì, quel Gogue, che ha messo a punto la redine che porta il suo nome e che nella sua versione più ortodossa si chiama “ficelle Gogue-Margot”), si chiese una volta se il fatto che Caprilli avesse scritto le poche pagine davvero di suo pugno sul Sistema naturale d’equitazione mentre si trovava a Nola fosse un caso, o dovuto al fatto che si fosse preso un periodo di studio vicino a quella che era stata la culla dell’Equitazione Accademica francese nel ‘700, la Napoli di Pignatelli. Forse colà esistevano biblioteche con preziosi libri che tramandavano il sapere dei Maestri napoletani?….a Gogue è stata risparmiata una disillusione: il Capitano Caprilli era stato spedito in quel di Nola per punizione, a causa di faccende galanti troppo coinvolgenti il nostro giovane ed esuberante cavaliere e una signorina di troppo distinta famiglia. Più prosaicamente di quanto supposto da Gogue, il Nostro finalmente aveva un po’ di tempo libero in quella landa desolata che era diventata per lui in quanto a vita mondana, il reggimento di Nola, e dovendo occuparsi solo di cavalli Caprilli trovò il tempo di buttar giù qualche appunto. Nola non era in realtà cosi fuori dal mondo, ma il Nostro brillante ufficiale appena arrivato colà sotto le spoglie di nera pecorella da rimettere agli ordini si sarebbe dovuto presentare, prima di ogni altra cosa, al comandante del Reggimento: non lo fece, per presentarsi in tempo ad un certo ricevimento serale dove effettivamente incontrò il suo Comandante Superiore che lo spedì, ovviamente, agli arresti. Di qui il tempo bastante a Caprilli per scrivere anche qualche nota ed osservazione sul suo metodo, che fino a quel momento era stato canonizzato solo nella pratica.

Ringraziamo quindi la affascinantissima signorina che mise nei guai Caprilli, il suo Comandante che lo spedì fuori dal mondo per interrompere la lieson, e chissà, forse a Gogue, che era francese, non sarebbe dispiaciuto sapere che oggi in tutto il mondo sappiamo di dover lasciare libertà d’incollatura al cavallo anche grazie alle irresistibili attrattive di una graziosa fanciulla.

Per gentile concessione del signor Francesco Lolli, riportiamo quanto a lui scritto dal col. Paolo Angioni in data 2 marzo 2001: “Per Francesco: la redine si chiama Gogue, perché è stata inventata dall’Ing. Rene’ Gogue, oggi defunto. L’ho conosciuto nel 1976 a Saumur. Teneva una conferenza sulla storia delle scuole equestri europee e quando ha saputo che nell’affollatissima sala c’era un non meglio identificato cavaliere italiano, si è rivolto a me e mi ha domandato se esistevano collegamenti fra la scuola di Napoli e il soggiorno di Caprilli a Nola, durante il quale ha praticamente messo a punto il sistema…”. Grazie al colonnello Angioni per averci fatto conoscere l’aneddoto, dal quale abbiamo estrapolato le nostre personalissime conclusioni.

domenica 18 novembre 2007

Bazzy Boy's Blog

Grandioso sito di un cavallo da corsa australiano, del suo papà e della sua mamma!!!
Divertente ma non solo, un vero spasso "le cose che mi fanno paura!

sabato 17 novembre 2007

Sardegna e cavalli


Intervista fatta a Fieracavalli Verona nel 2005

Già per i viali di Fieracavalli si sentiva un vago profumo di mirto: due sauri con le magnifiche bardature tipiche della Sardegna spiccano per eleganza e brio tra i tanti binomi più “familiari” a queste lande nebbiose.
Incontrando poi negli stand dell’Engea l’avvocato Piero Franceschi, Commissario straordinario della camera di Commercio di Oristano viene il sospetto ci sia qualcosa dietro questa finalmente numerosa compagine sarda a Verona.
- Commissario, come mai qui a Fieracavalli?
“Perché abbiano ripreso lo scorso settembre dopo 10 anni di sospensione, la Fiera del cavallo di Oristano, Sardegnacavalli. Abbiano già programmato l’ottava edizione ed intendiamo approfittare della Fieracavalli per raggiungere intese, siglare accordi, creare partnership. Questo è il nostro obiettivo”.
- Una realtà geografica del tutto diversa quindi, ma il cavallo fa da comune denominatore.
“Esattamente; in più la nostra fortuna è di vivere ancora in un paese, Oristano, dove il cavallo fa parte della vita quotidiana: allevatori e proprietari sono una presenza numericamente importante, la città è tollerante rispetto alla presenza di cavalli che spesso ne percorrono le strade per essere abituati alle persone, al traffico e ai suoi rumori per poi trovarsi su terreno conosciuto in occasione della Sartiglia.. Da settembre a maggio si incontrano regolarmente binomi in allenamento”.
-Quanti sono i cavalli che partecipano alle corse della Sartiglia, in febbraio?
“I cavalli che partecipano sono 120 .Gli aspiranti in realtà sarebbero almeno 150, ma tre settimane prima si fanno le selezioni, un passaggio secco sotto gli occhi dei giudici: chi sbaglia, anche se cavaliere esperto e famoso, viene eliminato e non può partecipare alla Sartiglia. L’insindacabilità del giudizio è granitica, perché questa prova è profondamente legata alla sorte e i segni del destino sono ancora ascoltati e rispettati. Non per niente dal numero di stelle conquistate dai cavalieri si fa dipendere la buona riuscita o meno del raccolto dell’anno, secondo la tradizione”.
-Una realtà invidiabile quella in cui i cavalli sono ancora una presenza abituale per le strade del paese e nella vita di tutti i giorni.
“L’equitazione è molto diffusa, ed Oristano è probabilmente l’unica provincia italiana che può vantarsi patria di ben cinque razze autoctone: anglo arabo sardo, cavallino della giara, cavallo del Sarcitano, asino sardo e il piccolo bianco dell’Asinara. Una ricchezza e varietà genetica unica in Italia”.
-Una ricchezza da far conoscere, direi.
“Stiamo cercando di riconvertire le aziende della provincia, dove negli anni cinquanta una cooperativa femminile avviò le prime strutture agrituristiche. In tempi recenti sono state un po’ messe in ombra dai bed & breakfast che però non permettono all’ospite un inserimento reale nella vita del posto.Riconvertendo queste strutture in stazioni di posta per ospitare cavalli e cavalieri
ed inserendolo in un sistema di ippovie, si otterrebbe invece di far penetrare molto più a fondo, e non solo nel paesaggio, lo sguardo di chi vuole conoscere il nostro territorio. Inoltre stiamo creando tutto un contorno di artigiani indirizzati a sfruttare le proprie capacità declinandole in ambito equestre, dalla tessitura alla lavorazione artigianale.
Ci sono tutte le pre-condizioni necessarie ad una concreta riuscita: ambiente incontaminato ed adatto al cavallo, contorno di attività agricole che non hanno perso le antiche tradizioni, tanto che da noi il maniscalco ha ancora bottega in ogni paese, non è costretto come altrove a portarsi a domicilio dai clienti. Stiamo creando un distretto equestre, su questo finalizziamo il programma complessivo.”
-La Fiera di Oristano allora è la vetrina di questo “progetto equestre”?
“Questa è la nostra volontà, e infatti abbiamo posto le basi per una manifestazione che possa finalmente durare nel tempo ed avere le necessarie solide basi per accogliere ogni anno le diecimila persone al giorno che a settembre hanno visitato la settima edizione. Abbiamo speso i 250.000 euro per strutture che rimangono di proprietà della manifestazione e che ne faciliteranno la vita anche in caso di eventuali ristrettezze e poca disponibilità economica futura dei vari Enti preposti”.
Ma al di là dei numeri e dei progetti, la gente di Sardegna ha un dono speciale: è gente di cavalli, come non si possono trovare più in altri posti dove il cavallo non fa più parte della vita vera, di tutti i giorni. E noi che abitiamo lontano da lì non possiamo fare altro che invidiarli un poco, e sperare di poterli presto conoscere da vicino.
A cavallo, naturalmente.
Maria Cristina Magri

venerdì 16 novembre 2007

Caprilli


I miei appunti per preparare la conferenza a Carmagnola del 31 maggio 2007,
con il colonnello Piero d’Inzeo.
Tutti i dati sono tratti da "Caprilli, vita e scritti" di Carlo Giubbilei, unico vero biografo del capitano livornese.
Giubbilei era allievo, amico e confidente di Caprilli.
Invitata dell'adorabile Alessandro Benedettini come moderatrice.

Opuscolo in morte di Caprilli tenente Gautier: "…perfino nell’esercito ci sono partigiani dell’abolizione della cavalleria, tanto forse odiano il quadrupede che con grande bontà porta questi ingrati in sella!”
Vittorie di Roma e Londra non comprese – in Italia si amano più i “vincitori” morali della maratona…Divisa della Scuola di Cavalleria “Provando e riprovando”
1868, nasce a Livorno Federigo Olinto Caprilli
1886 Modena, Accademia (Bagongo)
Caprilli bambino un po’ birbone, lavori sul Tevere e sassolini, affreschi con firma a S.Maria Novella.
Mediocre in equitazione a Modena, (perchè non amava l'equitazione di scuola).
1888 sottotenente in Piemonte Reale
1889 Saluzzo
Primi cavalli troppo sfruttati per entusiasmo. Per rimediare acquista due cavalli ingranati da gallina 2 x 1000 lire, Moro e Sfacciato. Lavoro razionale e progressivo, calma e costanza vinsero contrarietà.
1890 Parma corsi tiro e zappatori
Sfacciato saltava le sciabole, finalmente PSI di Bricherasio poi Asti, in Saluzzo.
1891 Corso magistrale, Istruttore Paderni, muretti castello di Baldissera, appresero da lui quello che può dare il cavallo.
1892 1° corso di equitazione di campagna sotto la guida del marchese Luciano di Roccagiovine a Tor di Quinto, Roma. Qui Caprilli si distinse molto seguendo l’inclinazione per l’esercizio del cuore che dà l’equitazione all’aperto. Sfacciato Scuola del condurre, abilità eccezionale nel domare i cavalli restii – filetto – Modesto. I cavalli da salto di allora erano addestrati in modo violento e coercitivo, spesso sapevano fare solo quello, privi di qualunque altra qualità, condotti con un sistema fatto di astuzie e ripieghi.
1892 a Roma 3 maggio prima corsa
Michette Grana
1894 Piemonte Reale a Torino
In autunno istruttore alla Scuola di cavalleria di Tor di Quinto
1895 caccia alla volpe dietro Master Roccagiovine e Agostino Chigi periodo di transizione dal vecchio metodo, non si sosteneva, mani basse e ferme. Tenente Bertolotti infortunato, C. lo sostituì insegnado quello che riteneva giusto segnando un evidente progresso. In luglio va a Londra. A ottobre di nuovo a Tor di Quinto, si tentò per la prima volta la famosa discesa.
1895 Tor Crescenza – lacerazioni dolorose reni che lo accompagnarono tutta la vita.
1896 vertenza con collega (…) trasferito nei Lancieri di Milano, a Nola: molto adatti e desiderosi di recepire il SNE, anche gli ufficiali superiori lo seguirono in ripresa. Era tempo di scegliere il meglio per farne un sistema. Caduta, risalita in sella…”avevo ragione anche io!” Discussione aperta e proficua, apertura mentale. Reclute e cavalli da trattatrsi con gentilezza e rispetto (come Gavet) “la gratitudine per la cavalcatura doveva ispirare il desiderio di curarlo…non con le maniere irose dei doveri ingrati” alla fine del 1896 aiutante maggiore in seconda, Si propone una caccia alal volpe in spedizione a Roma a Cecilia Metella i lancieri di Milano tennero la testa ammirati da ttutti, nessuna caduta. A Firenze alle Cascine quasi tutti i premi a Caprilli o allievi, Caprillone entusiasta.
1898 – Lancieri di Milano a Parma, chiese gli fossero assegnati tutti i brocchi, dopo un mese il capitano Pandolci uscito con loro in campagna ammiratissimo.Viveva in due stanze modeste, costruirono campo ostacoli con tutti i mezzi comprese multe per caduta. Tenacia nell’ottenere la perfezione nel facile. Da lì arriva stabilità di metodo, andando avanti per gradi. Istruiva ufficiali e sottufficiali, compreso il medico Cantucci che dopo un mese in sella (mai saltato! – fa nulla ci penso io!) 3° a Firenze. Regolava le cose in modo che tutto ciò che venisse tentato riuscisse sempre. Calma voluta e seguita così intonata al SN. Bianchetti volontario allievo caporale, studente in legge, a lui e pochi altri attribuiva mentalmente il titolo di cavaliere, dopo un’ottima prova “Sai, l’ho promosso commendatore!” Sgarbi dei superiori, Parigi 1900.
1901 Rivista, primo articolo, discussione utile e proficua.
1902 Genova cavalleria, Capitano. Milano poi Gallarate, 2° squadrone. Istruzione accurata, staffatura curatissima. Lavoro duro ma nessuno immaginò mai si potesse contrariarlo.”Tutti dovevano fare il loro dovere, non di più ma neanche di meno” Colonnello richiamato a Gallarate per gli arcioni non adatti ai cavalli “Che manda a cambià…” “Signorsì”, e basta. Manovre di due ore a piedi quando mancava qualcosa, i ladri sparirono come per incanto. Chiamata di presenza per punizione: presentarsi al sergente di settimana alle diciannove (durante la libera uscita) in tenuta di guerra e col cavallo insellato. Il 2° squadrone entrava nei muri. Lui voleva formare un modello adatto a dimostrare che il sistema era efficace. Riunione 2° squadrone – trotto, si raggiunge il capitano!!....manovre di campagna con Divisione Militare di Brescia. Furono l aprova della perfezione del metodo, agosto settembre 1902. “Domattina, alle ore 7, lo squadrone si troverà riunito al Ciglione della Malpensa, sola sciabola, tutto il mondo a cavallo”. 102 dragoni. Colonnello Olivieri con tutta artiglieria. Solo problema controllare che non uscissero per istruzione anche quelli coi cavallli che marcavano. Inclinato alla buona conoscenza del terreno e abile lettore della carta, in sella più d’ogni altro incurante del cavallo che lo portava. GENEROSO
1902 FINE OTTOBRE CASERMA San Vittore Milano
1903 appiedato per motivi di salute
1904 in sella di nuovo17/03/1904 Finalmente Scuola di Cavalleria di Pinerolo, Istruttore. Rileva i difetti con calma, costanza ed accanimento meravigliosi. Resistenza accanita nel correggere senza che mai difettassero forma o pazienza. Saumur, portato da là gioco della rosa e fantoccio, cavallo saltatore riottoso rimesso al salto con progressione in un’ora. Sue ultime foto non probanti del metodo, aveva la schiena a pezzi.

giovedì 15 novembre 2007

Medici Archive Project


Il Medici Archive Project
ovvero
Sul come non perdersi la Storia in un viaggio che dura da 500 anni.

Montagne di carte sostengono tutti i palazzi della nostra cultura, metaforici o meno che siano: in Archivi di Stato o Diocesani, in Biblioteche Universitarie, pubbliche o private libri, incunaboli, cinquecentine e infiniti fogli sciolti scritti pazientemente con penna e calamaio parlano di antiche storie, drammi privati e pubblici festeggiamenti, splendori lontani e normalissime quotidianità di un tempo che non conosciamo più.
Però nessuno li ascolta: chi si tuffa oggi in quel vastissimo mare di parole spesso inesplorate, non classificate e quindi non facilmente recuperabili ed utilizzabili?
Quasi nessuno, perché in pochi hanno il tempo necessario a raggiungere i mille luoghi dove sono custodite e studiarle a dovere.
Eppure a Firenze esiste una formidabile eccezione a questo silenzio secolare, lì le carte parlano e la voce gliela ha ridata il Medici Archive Project.
In tredici anni di lavoro questa fondazione ha tradotto e riscritto in formato digitale 3.000.000 di lettere dell’Archivio Epistolare Mediceo (dal 1537 al 1743) custodite qui, all’Archivio di Stato in 6.249 volumi che i ricercatori della Fondazione (scelti con borse di studio di tre anni tra i dottori in ricerche umanistiche di ogni nazione) hanno riversato in una banca dati che oggi è disponibile a chiunque voglia collegarsi al sito www.documentrs.medici.org .
Chi ha avuto la forza e la capacità di immaginare e portare a termine un progetto così complesso è Edward Goldberg, una persona in cui le qualità imprenditoriali si coniugano in modo singolare con l’amore per la cultura umanistica; e dopo dodici anni di lavoro il MAP è finalmente in rete.
Per capire quanto sia entusiasmante uno strumento del genere bisogna provarlo (e tanto per non smentirci noi cerchiamo cavalli): la ricerca è immediata, la tecnologia quella più familiare anche al navigatore più semplicemente intuitivo - basta aver voglia di curiosare e la storia rivive sotto i nostri occhi.
Digitiamo una parola chiave “equestre”, poi il tasto magico – search! – e si apre il sipario, lo spettacolo comincia, i protagonisti prendono la parola e raccontano, elencano, chiacchierano, riferiscono, comandano e spiegano: è bellissimo.
Possiamo curiosare tra i “venti giannetti bellissimi et in specie di quattro de’ migliori de Spagna” e le “sette mule di tutta perfezione” da essere attaccate alla loro brava carrozza da campagna che nel 1659 il marchese di Lecce regala alla Sua Cattolica Maestà Filippo IV di Spagna, o chiederci se poi Cosimo II trovò il benedetto “giannetto morello” che non riusciva a farsi acquistare da nessuna parte se non a costi altissimi (Granduca sì, spendaccione mica tanto); e poi ancora più indietro su per i rami degli anni e nel 1567 vediamo Cosimo I in persona dare indicazioni spicciole ad un suo fattore a Pisa per recuperare tegole da una vecchia chiesetta (che fosse genetica la propensione al risparmio?) e soprattutto farsi rimandare quattro stalloni che vengono reputati non più buoni per la monta, ma che evidentemente potevano svolgere ancora qualche servizio nelle scuderie di Firenze.
Sempre attorno a quegli anni c’era un intenso scambio di cavalli, cortesie e regali tra Francesco de’ Medici e i Gonzaga di Mantova, che galantemente si inviavano l’un l’altro ubini, corsieri e chinee come segno della più nobile generosità possibile.
Fin quando non era necessario comprare quel che davvero si voleva con ducati sonanti, e allora possiamo ascoltare il Granduca di Toscana informare il Vicerè di Napoli che “…Giovan Battista Pignatello vien mandato dal S.r Pavulo Giordano Orsino, mio genero, per provedere una dozzina di cavalli fatti e puledri, ma ne desidererebbe sei della razza Regia…et quel che più importa che V. Ecc.a gli desse licentia di cavargli del Regno per condurgli qua”: che il Granduca sarà anche stato di manica stretta, ma evidentemente sapeva scegliersi benissimo i consiglieri se mandava a comprargli cavalli proprio il Pignatelli in persona, il Maestro di quella Accademia napoletana che divenne poi un faro per tutta l’equitazione europea.
Ogni documento è un tesoro, ogni pagina una giornata che rivive e sembra di sentire scalpitare i cavalli sul selciato mentre gli uomini di scuderia trafficano sullo sfondo, le voci educate dei corrispondenti si intrecciano a quella più secca e decisa del Granduca, tintinnano finimenti e speroni, qualche voce di donna sussurra saluti e ringraziamenti, nitriti di cavalli che si chiamano tra loro e il sole che brilla di nuovo su tutto, fattori e nobili, scozzoni e giannetti, ambasciatori e cavallerizzi.
E’ lo stesso nostro sole, avete visto?e anche noi uomini in fondo siamo gli stessi:
ancora alla ricerca costante di un contatto con gli altri, sempre cercando un modo migliore di comunicare e possibilmente tenendosi un cavallo vicino.

Maria Cristina Magri

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