Ieri ero in redazione, riesco ad andarci una volta al mese ma per me è sempre una giornata speciale: tanti amici, imparo sempre qualcosa di nuovo, posso parlare e ascoltare di cavalli senza preoccuparmi del fatto che mi prende sempre un po' la mano la foga, loro capiscono e posso non preoccuparmi di apparire seria e posata; tra una chiacchiera e l'altra salta fuori la Sardegna, ancora!
Il guaio è che io ancora non ci sono mai stata in Sardegna, ma lì hanno qualcosa che mi piace. Per esempio, in Fieracavallli a Verona tutti sfilano, posano, si mettono in vista o sotto i riflettori; eppure la cosa che più bella che ho visto la facevano due ragazzi sardi in un cortile chiuso, non accessibile al pubblico e dove sono capitata per puro accidente aprendo la porta sbagliata - con due anglo-arabi che erano uno spettacolo di bellezza salivano e scendevano da un terrapieno altro settanta centimetri, una specia di aiuola rialzata col bordo in cemento. Su e poi giù, il cavallo sereno e facile sembrava una bella ragazza che scende le scale e poi le risale, così per passare il tempo.
Lo facevano per loro, non per gli altri: e a loro bastava sentire il cavallo così rilassatamente tranquillo mentre faceva una cosa difficile, e che lo sapessero gli altri non gli importava nulla.
Ed era bellissimo anche questo, tanto quanto i due cavalli.
Dopo pochi minuti con Giovanni Manca vado a vedere gli altri anglo-arabi sardi, sono nel box e stanno per chiudere la fiera.
Cinque allevatori dell'Isola, mai visti nè conosciuti, io sono un po' sdilinquita dai loro tesori nei box che mi sembrano tutti Il Cavallo Sportivo Ideale e ancora devo imparare a non regredire allo stadio di infantile meraviglia quando mi aprono i box e mi invitano ad andare da 'sti spettacoli di bestie. Mentre cerco di recuperare una parvenza di serietà questi con un'occhiata mi fanno l'esame ma non un esame antipatico, solo come si fa quando ti portano un cavallo nuovo e devi capire chi è e com'è - e poi io butto mezza parola e loro lucidi e precisi uno dopo l'altro mi chiariscono perfettamente tutto quello che volevo sapere sull'allevamento sardo di oggi (com'erano prima i loro cavalli, come sono adesso e perchè, come hanno fatto a farli così, ora hanno cavalli splendidi ma non riescono a venderli).
E senza parole sono rimasta io, perchè sembrava m'avessero letto nel pensiero tutte le domande che avevo in testa.
Mi sembra che i sardi le parole le trattino con molto rispetto, non le buttano via per niente e quando le usano si sentono diritte e pulite, come fossero coltelli ben tenuti.
Ma sono chiari anche quando non parlano. Altro posto altra scena, siamo a Siena per vedere una corsa di preparazione al palio, i mezzosangue più insanguati che ci siano sono in tondino che passeggiano, prima della corsa mi danno da muovere il cocco di casa Roti, c'è tutta la famiglia e quella del fantino e gli amici. Il fantino è Dino Pes, mi piacerebbe fargli delle domande ma non trovo mai il momento giusto, ha da fare, è una giornata importante, evito di rompere i cosiddetti. Passeggio, passeggio, ho un po' il timore di combinare guai e cerco di far tutto a modino, guardo cosa fanno gli altri e mi tengo lontana dai più nervosi, intanto penso che figura del pippo che ci farebbe 'sta chiacchierona se le scappasse di combinare un guaio con 'sto cittino qui che ha da correre...mi fermo un po' di lato, deve passare un camion e decido di fermare lì il cavallo per un paio di minuti: arriva Dino col suo piccolo di un anno in braccio, non ha chiesto nè detto niente, mette il piccolino in groppa al puledro e si allontana di mezzo passo, e ha un sorriso che gli taglia in due la faccia. E io me ne sto lì e guardo quel bambino felice di stare su un cavallo per la prima volta e il sole che splende e tutto è perfetto, è uno di quei momenti che non so nemmeno il perchè mi si stampano in testa come quadri e non vanno più via per fortuna, perchè sono bellissimi.
