lunedì 6 aprile 2009

Cesare Fiaschi e il suo Trattato.


I ferraresi sono gente d’una una razza particolare: orgogliosi, punzecchianti, pratici, allergici alle inutili pomposità, capaci di seguire lucidi i propri pensieri anche quando diventano sogni che, nella testa degli emiliani, si trasformano alla svelta in progetti ben precisi. Tutte qualità ben radicate anche nella famiglia d’Este che raggiunse il momento di maggiore gloria negli anni tempestosi del Rinascimento, quando il piccolo ducato riusciva ad essere tra i protagonisti anche grazie ad alleanze e matrimoni. Il 1556 ad esempio fu un anno particolare: Carlo V d’Asburgo (Imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e Re di Spagna) abdicava e suddivideva le sue corone tra i figli movimentando gli equilibri politici di mezzo mondo; il Re di Francia cercava scuse per metter le mani su qualche staterello italiano ed Ercole II d’Este, Duca di Ferrara, prendeva il comando della Lega anti-imperiale schierandosi col Papa dalla parte francese. Ma in quell’anno venne anche pubblicato un nuovissimo libro: il “Trattato dell’imbrigliare, atteggiare e ferrare cavalli” di Cesare Fiaschi, gentiluomo e ferrarese. Nato nel 1523 da una famiglia di fedelissimi estensi (il nonno paterno Lodovico era il favorito di Ercole I, il fratello di Cesare sarà ambasciatore del ducato in Spagna e a Roma) Fiaschi parla poco di sé e dobbiamo contentarci di intravederlo in quel che scrive. La mente logica e la conoscenza dei cavalli di Fiaschi escono vive da queste pagine: il suo Trattato non è come altri testi dell’epoca un confuso elenco di luoghi comuni conditi con sfoggi di cultura umanistica, lo ha diviso in tre parti per sottolineare l’importanza degli argomenti considerati. La prima riguarda il modo di scegliere l’imboccatura più corretta ad ogni cavallo: scelta che Fiaschi fa dipendere da un esame attento della morfologia e dalle caratteristiche del soggetto, non dalle manie del proprietario spesso convinto di poter sopperire alle proprie manchevolezze comprandosi un morso “miracoloso”. Poi viene la parte dedicata al maneggio dei cavalli, il lavoro in cavallerizza dedicato a movimenti e figure particolari come repoloni, parate e via complicando.
Qui l’autore ha un’intuizione brillante: rendere la giusta cadenza delle varie andature o la frequenza di certi salti collegandoli ad una musica riportata su pentagramma; una idea così nuova da far credere ad alcuni che fosse stato lui il primo ad inventare spettacoli equestri a suon di musica (mentre Grisone dice chiaramente che già a Sibari, ricca colonia greca della Calabria, “vi fu un tempo dove non solo gli uomini ma anche i cavalli al suon della sinfonia imparavano a danzare”). Gli spettacoli come giostre equestri e caroselli erano spesso già accompagnati da trombe, chiarine e tamburi: Fiaschi fu semplicemente il primo a servirsene per dare una precisa misura di tempo; ed è una acutezza quasi logica in lui, nato in un ambiente dove musica e danza erano parte integrante dell’educazione dei giovanetti .
La terza parte riguarda invece la ferratura, descrive i vari ferri adatti ad usi particolari e ai diversi tipi di unghia: perché “essendo i piedi quelli che portano il corpo e la fatica” è estremamente necessario che il cavaliere si istruisca in questa materia e non lasci tutto quel che la riguarda nelle mani dei maniscalchi, spesso poco preparati. E’ proprio questa la parte più eclatante: si tratta infatti del primo vero trattato sulla ferratura, così completo ed esauriente che si dovranno aspettare più di due secoli prima che il francese Philippe-Etienne Lafosse ne produca uno migliore sull’argomento.
Ma Cesare Fiaschi è anche in quello che non ha scritto: avrebbe voluto pubblicare un quarto trattato sul modo di curare i cavalli ma sa di affrontare una materia troppo complessa sulla quale non ha sufficienti competenze, spera che i ricchi gentiluomini comincino ad appoggiare questo tipo di studi; sente che manca ancora qualcosa per fare un’opera veramente completa, ma sa di non essere in grado di farlo e quindi lo precisa. Il Trattato venne presto tradotto in Francia ma l’italiano di Fiaschi era più ferrarese che toscano, come si lamentò il suo primo traduttore francese e venne mal compreso in alcuni passaggi. Probabilmente deriva da qui la falsa notizia su una data che lo riguarda: Fiaschi scrive che nel 1534, durante i festeggiamenti per la creazione a Duca di Ferrara di Ercole II si rende conto di voler migliorare e decide di imparare da cavalieri più esperti di lui, impegnandosi a lavorare con loro. Ma con questo non si deve intendere che fondò in quel preciso momento un’Accademia di equitazione, come scrivono alcuni: infatti Cesare nel 1534 aveva soltanto undici anni.
Sulla vita di questo cavaliere raffinato calò presto il silenzio; nell’agosto del 1568 fu condannato dal Tribunale della Santa Inquisizione a dieci anni di galera per aver seguito la setta del monaco eretico Giorgio Rioli detto il Siculo, ma venne graziato perché protetto dalla famiglia d’Este. Forse per questa disavventura, o forse perché subito dopo di lui brillò la stella del suo discepolo Giovan Battista Pignatelli (che fondò l’Accademia di equitazione napoletana ed ebbe come suoi allievi anche grandi cavalieri-scrittori come Pluvinel e Newcastle) il Fiaschi venne presto dimenticato. I nuovi maestri stranieri sviarono l’attenzione da questo gentiluomo morto nel 1592, troppo educato per sgomitare in cerca di visibilità ma non insensibile allo smacco datogli dal più giovane Federico Grisone, il cavallerizzo napoletano che nel 1550 pubblicò “Gli ordini del cavalcare”: il primo libro di equitazione dopo secoli di silenzio stampa e che lo precedette di soli sei anni. Sembra di vedere Fiaschi scoccare un’occhiata ironica al Grisone mentre parla del suo lavoro come di una “operetta” (parafrasando a bella posta il napoletano), o tralascia di dilungarsi in citazioni storiche che tanto “l’avevano già fatto altri prima di lui” (e anche qui il destinatario della frecciatina non poteva essere che Grisone). Fiaschi era al tempo stesso troppo moderno per i suoi contemporanei e troppo legato all’antico per chi venne subito dopo. Impastoiato dalle cortesie formali dovute ai nobili destinatari delle sue pagine dava più colpe ai cavalli che non ai cavalieri, e si può capire quanto cercasse di far rispettare i primi soltanto ripulendo il suo scritto dagli obblighi di cortesia sociale che gli erano connaturati: allora il suo raccomandarsi di risparmiare al cavallo i troppi salti “non per riguardi verso l’animale ma per ottenere il risultato migliore” si rivela un escamotage psicologico rivolto a cavalieri spesso viziati e violenti, per niente appassionati di equitazione ma che avevano comunque un gran bisogno di ben figurare in pubblico: su questo tasto batteva il Fiaschi per ottenere il rispetto del cavallo. E se si accantonano le durezze dovute alla mentalità di quegli anni si possono veder brillare le cose buone, le regole sane e corrette ancora oggi. Una di queste l’abbiamo riconosciuta subito perchè era la prima che ci ha insegnato tanto tempo fa un vecchio gentleman-driver, anche lui un ferrarese dal caratterino pepato: “Non far fare mai brutte figure al tuo cavallo. Per colpa di una tua trascuratezza o disattenzione qualcuno potrebbe classificarlo come ronzino – e un cavallo non se lo merita, mai”.

Maria Cristina Magri, 05/03/2008
p.s. un particolare ringraziamento a Davide Shamà che l'anno scorso mi mise a disposizione i dati del sito Sardimpex relativi alle famiglie Fiaschi e Sacrati.

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